venerdì 9 ottobre 2015

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano©

Di Sonia Argiolas©


Titolo: Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Autore: Eric-Emmanuel Schmitt 

Editore: E/O 

Anno: 2011

Pagine: 128

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca


Era da tempo che volevo leggere questo romanzo forse perché la visione del film omonimo mi aveva, a dir poco, incantato. Forse perché quando sento la parola Parigi il mio cuore, sempre e comunque, si illumina. Ma, fino a oggi, non ne avevo avuto l’occasione. Son contenta di averlo letto anche se, a dire il vero, mi aspettavo qualcosa di più. No, non mi ha affascinato questo piccolo romanzo per quanto non si possa dire che sia ‘na schifezza (giammai mi permetterei signor Schmitt)...

Le vicende narrate si svolgono a Parigi alla fine degli anni cinquanta. Mosé è un ragazzino ebreo che vive solo con suo padre in una casa silenziosa e buia. Nel corso delle sue giornate trascorse in giro per il rione conosce il signor Ibrahim, un musulmano, proprietario di un negozio di alimentari nei confronti del quale Mosé compirà, di tanto in tanto, qualche furtarello. Un giorno nel negozio farà ingresso nientemeno che la bellissima Brigitte Bardot alla quale il commerciante venderà l’acqua a un prezzo decisamente esagerato. E sarà esattamente da quel giorno chiassoso e illuminato dalla bellezza della Bardot che nascerà un grande sentimento di amicizia tra il piccolo Momo, così ribattezzato dal negoziante, e Monsieur Ibrahim il quale diverrà per l’adolescente il punto di riferimento e, soprattutto, colui che gli permetterà di aprire una fessura in quel mondo ermeticamente chiuso e rigido degli adulti che, fino a quel momento, gli era risultato inaccessibile e ostile…

Eric-Emmanuel Schmitt, autore di grande successo in Francia, ci regala una storia, storia-lampo, di amicizia raccontata con gli occhi vispi e attenti di un ragazzino, Momo. Pochissime pagine nelle quali il sentimento dell’amicizia domina incontrastato nonostante le difficoltà del vivere quotidiano e la solitudine domestica e, soprattutto, nonostante le diversità dei due protagonisti: quasi a voler dimostrare come l’amicizia non conosca limiti di età o di credo religioso. Quell’amicizia, intensa e viva, si pone in antitesi con il silenzio, la depressione e i colori grigi che, invece, regnano nella casa di Momo: un padre poco comunicativo, rigido che continuamente lo tortura con terribili confronti con suo fratello Popol. Con un linguaggio semplice – a volte, anche troppo e non sempre giustificabile con la tenera età del protagonista– Momo ci conduce nella sua vita, nelle sue stradine e nel suo difficoltoso percorso di crescita nel quale i punti di riferimento sono da ricercarsi al di fuori della famiglia di origine, al di fuori di quel famoso nido protettivo che lui, in concreto, non ha mai avuto. Scorre via troppo velocemente la storia di Momo. E per quanto gli spunti siano interessanti e i personaggi principali amabili il romanzo, nel complesso, manca, anche a causa della sua brevità o, se vogliamo, a causa di una “delicatezza” forse eccessiva, di quella intensità atta a regalare emozioni. Intensità che, al contrario, si ritrova tutta nel film tratto dal romanzo, per la regia di François Duyperon, in cui regna maestosamente uno splendido Omar Sharif.



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