giovedì 30 luglio 2015

Fare poesia oggi©



Di Ninnj Di Stefano©

Foto di Mary Blindflowers©














Fare Poesia oggi è essenzialmente una "fede"; qualcosa che rasenta la religiosità e la continuità di un misterioso cammino che inavvertitamente allo stato inconscio portiamo dentro, senza sapercene spiegare il perché, senza saper trovare una ragione plausibile.

Cos’è questo segno che si manifesta solo in certe persone e non in altre? È un fuoco che divampa? 
È
 qualcosa che cova dentro e ci arricchisce? O ci divora e basta, ci tormenta, ci innalza e ci disarma, ci piega e ci investe come una fiamma perenne, demolitrice ma, anche, sostenitrice di un bene, quello dell'”intelletto del cuore” che ci qualifica come essere vivi e "pensanti".

È amore per la parola? Per il senso comune dell’umanità imbrigliata in elementi contraddittori, alienanti, difficilmente comprensibili? È un rifugio? Una nicchia dove ripararsi dalle temperie contemporanee? Un piano predestinato per dare quel minimo di eternità che disperatamente si va cercando?
È la parola che torna al suo linguismo primigenio, al suo capitale etico/spirituale, avendo bisogno di rigenerarsi/rinnovarsi alla luce del pensiero? 

Poiché di Luce si tratta, infine. anche se viene stimata un “optional”, una perdita di tempo, quale appare dal martoriante e assillante battage denigratorio, dal protagonismo sconnesso, esponenziale dei nostri giorni.

È qualcosa che ci accomuna al cielo o alla dannazione? alla nostra solitudine? 

Eppure sembra indurci a progredire, a venir fuori dal buio delle nostre impotenze o inadeguatezze, cui siamo tenacemente aggrappati malgrado tutto.

Una zattera di salvataggio del movente biologico/culturale che ci allontana dal dolore, allora? È la spirale chiusa delle nostre contraddizioni più eclatanti? Oppure è la grande molla, l’unica via che ci resta per dialogare, per camminare a fianco della Storia e dentro di essa con il bagaglio spirituale, morale e intellettuale al quale essa stessa (storia) ci espone. Nella vita convulsa e avulsa da ogni ragionevole intelligenza e logica, apparentemente depauperata da ogni slancio, da ogni fermento, da ogni passione, i poeti si mostrano come reperti primitivi; archeologia di un passato analogico che li ha sconfitti. L’informatica e la telematica, il tecnicismo e il meccanicismo imperanti di una società in pieno declino, ci porta a riflettere sulle vere ragioni del far poesia oggi.

Il tempo del poeta si è esaurito, surclassato dal tecnicismo satellitare, dalle rampe telematiche globalizzate, sepolto da un cumulo di macerie fumanti che si porta dietro, fin da quando si è imposto un nuovo modello che sostituisse le vecchie formule classiche del pensiero “poetico”. L’ultimo ossigeno si sta consumando…

L’Uomo moderno è passato dai disagi delle due guerre, dalla metamorfosi irriducibile di un progresso “sui generis” che lo ha lasciato non proprio indenne da scorie e da rifiuti delle neo-avanguardie trascorse ma non del tutto obsolete, fino al minimalismo e al solipsismo di oggi.

Quasi aliena, la voce della Poesia, se da una parte ha creato la modernità del pensiero e dell’azione, dall’altra ha generato mostruose incongruenze, inquietudini, ha mostrato il volto deturpato della società dei consumi facili e aleatori, delle assenze che sono la caratteristica principale di questo nonsense moderno, di questa esistenza gracile e fragile, senza punti fermi, né certezze. Ogni poeta vero o presunto sa bene che si trova ad un bivio, continuare o abbandonare la trasgressione, (perché tale la definisce l’illecito giudizio della comunità più aliena).

La libera circolazione della parola che oggi viene superata dai sistemi digitali di trasmissione dell’immagine satellitare, e dunque anche del linguaggio "metainformatico" che non le riconosce il merito, non le riserva il benché minimo rispetto, la benché minima logica di esistere. Verrebbe da dire, cosa ci fa su questa terra diseredata il fantasma di una Poesia che non si ama, che non rende economicamente nulla? Continuamente rinnegata, derisa, bistrattata e ignorata?
Che conta oggi essere poeti, se nessuno, dico nessuno, è sicuro di essere annoverato nella pagina Letteraria del secolo? Perché il poeta si dà tanto da fare a sciorinare parole messe in fila, parole in libertà (come dicono i detrattori), parole in disuso, parole… parole che non portano a nessun risultato, se non a quello di un logoramento e, paradossalmente, di un allontanamento dalla società che, le preferisce qualsiasi altra attività ludica e, consapevolmente ne ignora la presenza?

Sono venuta alla conclusione che la Poesia è davvero una sfida, una "fede" ultima di una deontologia fuori moda, non più avvertita, ma non del tutto stremata, né inquinata, che una missione di trascendenza fa salda nei cuori e nella mente di pochi adepti, di cui non abbiamo consapevolezza alcuna. Vi è dentro di noi un tarlo, o piuttosto un folletto che ci grida e ci prospetta la follia di pochi attimi di luce, che resteranno a trascrivere la nostra storia.

È un atto di coscienza, una proclamazione di innocenza e di disponibilità verso quelle forme di elezione che ci fanno diversi. Vi è un sottofondo masochistico nella produzione di Poesia oggi? Chissà.

Sta di fatto che, malgrado sia bandita dai circoli elitari e dal giro delle grandi Case Editrici Elitarie, essa persiste a voler fornire il segno di una profonda e inalienabile istanza culturale, che è il marchio vero della nostra umanità pregressaIl mondo ne può fare a meno, ma egli (poeta) non può desistere dal credere nell’adesione incondizionata al suo microcosmo, che lo porta a creare dal nulla l’elevazione del pensiero.

Perciò, si proietta nella capacità inventiva, nella ricchezza inalienabile del suo virtuale riscatto, e rende fecondo e unico il mistero che lo ha privilegiato. Perché, credetemi, essere poeti non è una sottrazione, è, invece, un’addizione a (ri)creare in un mondo fantastico le condizioni migliori per dire io c’ero. Un progetto un po’ ambizioso di immortalità per chi ci crede. 

Essere un poeta oggi è come voler redigere e tramandare un attestato di verità conclamata da principi naturalistici, che infiammano il cuore, la mente dell’uomo, il cui linguaggio diventa un idioma per non morire, per principiare, ancora e ancora, il risultato di una potenzialità amara che, seppure disgiunta, da un suo concatenamento sillogistico, come lo può essere l’estremismo minimalista e arido offerto dal panorama degli ultimi decenni, preme e insiste per restare un obiettivo di equilibrio, una forza moderatrice di tanti, di troppi mali e lacerazioni. A fronte di essi si staglia grande, immensa, come un sole d’estate, il principio di una costruzione fantasiosa, bizzarra e irriducibile, quale può essere la pretesa di fare poesia.





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mercoledì 29 luglio 2015

Cronachette baroniche©

Di Paolo Mazzocchini©





Anni fa inviai un articolo ad una rivista universitaria di filologia classica. Questo articolo, partendo da Archiloco e Lucrezio, intendeva ‘polemizzare’ con tendenze arbitrariamente ideologiche e modernizzanti nell’interpretazione dei testi classici. Polemica è, giusta l’etimo del termine, una incruenta e giusta e civile guerra delle idee, normalissima nella comunità accademica internazionale, salutare e indispensabile per combattere errori o derive pseudoscientifiche. L’importante è che venga combattuta con le armi della buona argomentazione e dell’onestà intellettuale. Quelle di cui – credo – mi ero servito in quell’articolo. Ma avevo commesso un’ingenuità. Non avevo capito ancora che la comunità accademica italiana e quella scientifica internazionale sono due cose ben diverse. Se avessi pubblicato quell’articolo in America o in Germania nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Ma siccome avevo provato a farlo in Italia, le cose andarono altrimenti. All’inizio infatti l’articolo, sottoposto probabilmente alla prima lettura di qualche giovane e poco scafato ricercatore, era stato giudicato molto interessante e degno di pubblicazione. Ma pochi giorni dopo, quando era evidentemente finito sotto gli occhi del responsabile (un accademico di prima fascia) la musica cambiò. Il responsabile mi telefonò direttamente e mi disse che l’articolo, per quanto assai valido, era ‘impubblicabile’. Motivazione: mi ero permesso, argomentando le mie tesi, di polemizzare con una mezza dozzina di illustri cattedratici suoi amici. Un peccato imperdonabile nel sistema accademico italiano. Dove, evidentemente, il rispetto dell’amicizia vale più della qualità di un lavoro scientifico. Riuscii in seguito a pubblicare ugualmente l’articolo solo perché mi rivolsi alla rivista diretta da un autorevole ed emerito decano dell’antichistica italiana, un grande vecchio in rotta dichiarata con gran parte dei suoi più giovani colleghi e del nostro sistema universitario.



Ma la storia non era finita. Anzi era destinata a replicarsi alcuni anni dopo, quando quello stesso articolo venne ripubblicato in una miscellanea di miei scritti di filologia. Inviai il libro alla redazione di una rivista di recensioni librarie. Poco dopo la rivista mi informò che il volume sarebbe stato presto recensito, perché valutato di notevole pregio dai loro consulenti antichisti. La cosa ovviamente mi riempì di soddisfazione, tanto più che dopo poco rintracciai sul sito di una università – con dovizia di particolari – sia l’annuncio della recensione sia il nome del recensore, con tanto di data prevista della sua pubblicazione. Aspettai con ansia l’uscita di quella recensione. Inutilmente. Nel numero della rivista per il quale era stata annunciata la recensione, infatti, non compariva nulla. E vana fu l’attesa di leggerla nei numeri successivi. Rintracciai attraverso il web la mail professionale del mio recensore chiedendogli spiegazioni della mancata pubblicazione. Mi rispose laconicamente: la redazione della rivista ha cambiato idea; il pezzo non uscirà più. Scrissi allora alla redazione della rivista e al docente universitario responsabile delle recensioni di antichistica della rivista: nessuna risposta. Mangiai la foglia. La polemica verso studiosi di grido presente in diversi articoli (non solo in quello di cui parlavo sopra) aveva evidentemente fatto scattare la censura, implacabile, del libro. Del tutto indipendentemente dalla qualità del libro stesso, confermata dalla sua larga diffusione in varie biblioteche estere, americane in particolare. Già, perché oltre confine l’italico rispetto dell’amicizia accademica non funziona più, per fortuna. Ma è davvero una magra consolazione …

https://paolomazzocchini.wordpress.com/2015/07/20/il-rispetto-dellamicizia/

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martedì 28 luglio 2015

Befanare©



Di Mary Blindflowers©
Foto di Mary Blindflowers©




A volte è semplice

essere semplice

ma non lo è affatto

essere complicati,

indaffarati a vedere

il disfare cellulare del corpo

un tempo acerbo

sotto i propri occhi,

la vecchiaia è vecchia,

di millenni senza capo,

per questo non amo

la sua coda di antica troia.

Verbo befanare in atto,

faccenda irreversibile

trappola a scatto boia.

L'importante è vivere poco

e senza senso,

per noia.


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Canicola©

Di Paolo Mazzocchini©

Foto di Mary Blindflowers©


C’è un’estasi immota dell’estate

allo zenit del sole, stupore di ramarri calcinati

nel serraglio dell’afa, stasi del desiderio, anestesia

universale, cupio dissolvi nello spasimo

inerte di orizzonti marini torturati

dai funebri cembali delle cicale
.


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domenica 26 luglio 2015

Insegnare non educare©

Di Mary Blindflowers©



Quante volte ci siamo sentiti dire da sempre che la scuola educa, che i genitori educano, che una persona beneducata è indiscutibilmente migliore di una maleducata...
I due termini però sono suscettibili di interpretazione. Cosa significano veramente?
L'immagine di un maleducato rimanda alla visione di una persona scurrile e volgare, quella di un educato, invece, esattamente il contrario.
Ma anche chi usa un linguaggio appropriato è poi beneducato?
L'educazione infatti è soltanto un'ipocrisia contingente, dettata dalle sovrastrutture del super-ego.

La scuola e i genitori dovrebbero limitarsi ad insegnare, lasciando perdere ogni velleità educativa, laddove per educazione si intenda l'imposizione dall'alto di una norma aderente ad esigenze contingenti e puramente opinabili.

Facciamo un esempio pratico. In Italia ti insegnano che l'unica religione degna di questo nome è il cattolicesimo. Ma perché? Perché la religione di Stato è il cattolicesimo. Chi dice cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi è il depositario della verità assoluta? Nessuno in teoria. Il potere o i poteri, in pratica. 
I programmi dovrebbero essere basati sull'insegnamento, non sull'educazione. Io vorrei conoscere tutte le religioni del mondo, a fondo, e capire, dopodiché sarò io stessa a scegliere quale religione abbracciare e se sia il caso di abbracciarne una oppure dare professione di ateismo.

Vorrei conoscere i classici senza i filtri di colui che si definisce pomposamente educatore e che, per esempio, giudica oscena la lettura di alcune parti del Satyricon di Petronio perfino nel quinto anno di liceo. Vorrei leggere tutto Petronio e giudicare da me se è osceno oppure no. E vorrei leggere Platone direttamente dal testo di Platone non dal testo sintetizzato da un catto-critico che interpreta per me, distorcendo la mia visione delle cose. Bisognerebbe assecondare le inclinazioni di ognuno, lasciare libera scelta e libro giudizio. Ma questo non accade. Si preferisce educare, secondo le imposizioni del super-ego dominante in quel momento che, ovviamente cambia a seconda del Paese, dell'epoca e del tipo di governo.

I genitori poi sono i primi educatori. Che bella frase. Quante donne della mia generazione si sono sentite dire che il loro compito è quello di stare a casa, sposarsi, fare bambini ed essere “seria”, come se la serietà fosse condizionata da tutte queste attività, tanto gradite a Stato e Chiesa ufficiali. All'educazione cattolica convenzionale non potrebbe mai venire in mente che le donne sono prima di tutto persone e che potrebbero anche non sentire alcun desiderio di maternità o di passare la loro vita a lavare i piatti o convolare a nozze davanti ad un altare, imbambolate in un ridicolo abito bianco, retaggio di verginità ormai ipocrite, simbolo di un candore che spesso si traduceva soltanto in sottomissione ad una società maschilista e retrograda.

E quante volte sull'autobus delle nostre italiche e civili pubbliche metropoli, avete sentito dire, da trogloditi ben educati, assennati, religiosi baciapile che le donne oggi stanno alzando troppo la testa? Come se la postura adatta per loro fosse la contemplazione del pavimento a capo chino e occhi bassi. 

Le conseguenze dell'educazione sono simili ai tentativi di una persona troppa grassa di arginare la trippa con una pancera molto stretta. Ma il grasso inclinazione deborderà dai confini stabiliti, e così tutto ciò che l'educazione-pancera reprime o cerca di contenere, sfocerà da altre parti, strasbordando, con pericolose conseguenze sociali. L'educazione sessuofobica dei religiosi, casti e pii, li ha fatti diventare inquisitori e pedofili, perché l'istinto da qualche parte deve manifestarsi; l'educazione di Stato che nelle scuole omette informazioni in nome della buona creanza, ha fatto diventare tutti un poco ignoranti, perché l'unico modo per educare l'uomo è l'insegnamento della libertà, tanto cara a chi ancora, nonostante tutto, pensa. 
Tante cose che mi hanno insegnato a scuola erano sbagliate, l'ho capito pensando, un esercizio che lo Stato cerca, per motivi di indottrinamento di massa, di non sollecitare. 
Insegnami dunque, che a educarmi ci penso io.

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La distanza tra noi e le cose©



Ninnj Di Stefano Busà©

Foto di Mary Blindflowers©


Davvero è sempre quella la distanza dal cielo,
davvero inibisce lo sguardo oltre noi.
Batte sulle inferriate la vita,
non accetta il pronostico del dolore,
semplicemente si apre su di esso
come una melagrana sul ramo,
genuflette lumi sull'abetaia e intona
una musica alta di echi e di viole.

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Uno per danni. Tutti per uno (da Oltremeteore)©


Di Matteo Zara©

Foto di Mary Blindflowers©


Nulla più spiega il motivo che ci toglie il fiato.

Crisi,

tutto il resto ha poca importanza.

Quindi nasce pentimento.

Pioggia che non bagna.

Spalle pesanti trascinate oltre la guerra.

Solo un ricordo solo scavalcò

la nostalgia.

Elogio nella saggezza,

sguardi che teneri si trattenevano dal dir

che tutti l'amavano.

Non fu rinnegata mai la mesta parte

che perse vita tinta da specchi d'acqua

per lacrime traumatizzate.

Un ponte esagerato.

Eri un bel suono.


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Sognare, (da Pegaso)©

Di Mary Blindflowers©


Foto di Mary Blndflowers©




Sognare fino ad assordare

il vento fresco,

immaginare fino a stancare mani

legate a filamenti cielo

scappati da corde religione,

il tempo ha più colori contemporaneamente,

il libro del domani ha un' infrariga

che dice cose non visibili

al nudo occhio dell'ingenuo,

e la poesia è l'arte delle extra-zone

nel genio atemporale,

dove la cosa o la situazione

che si muove ha un che di grottesco

e di bizzarro.

I versi palpitano come minerali

vivi che si dimenano nel sale,

scettici come un ramarro

in formaldeide.

Pesco la chiave nella giacca.

Esco.


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sabato 25 luglio 2015

Nei labirinti©




Di Gabriel Lure©
Foto di Mary Blindflowers




Nei labirinti della metempsicosi
oltre le derive dell'anima
che sono un surrogato
di plastica
bruciamo fotogrammi
che non sanno
di ricordi in quella
cenere convessa
che mutua i giorni
sì come fan
l'ombre che per
toglierci il fiato
c'abbracciano
soltanto
quando dormiamo


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giovedì 23 luglio 2015

Troppi italiani a Londra?©

Di Mary Blindflowers©

Foto di Mary Blindflowers©




La lezione inizia alle 9,30.



Passa circa un'ora circa prima che tutti gli alunni del corso Esol Entry 2, si siano sistemati nei banchi, ognuno in un posto scelto casualmente per quella giornata. Appello, fatto con molta lentezza, comunicazione del programma giornaliero dalla teacher, chiacchiere tra le due insegnanti sull'umidità dell'aria e finalmente si inizia. La teacher improvvisa una lezione sulla grammatica inglese. Si devono sottolineare tutti gli aggettivi di un testo. Perfetto. Sottolineo my in my book. Dice di no, che non è un aggettivo, ma un pronome. Secondo la sua illuminata saggezza gli aggettivi descrivono soltanto, quindi beautiful, nice, good, sarebbero aggettivi, mentre my sarebbe un pronome. Insisto, dico che no, che il pro-nome sostituisce il nome, in qualsiasi lingua,  che la particella pro viene dal latino e significa al posto di, e il latino non si discute. Dice di non saperne niente, sa solo che my non è un aggettivo ma un pronome. Gli dico che mine è un pronome, perché si usa senza il nome, this is mine, per esempio. Dice di no, che la teacher è lei e saprà bene quel che afferma. Le rispondo che non sa un fico secco e in cuor mio vorrei dirle che forse per lei anche andare a zappare sarebbe un lavoro qualificato. Si vede messa in discussione, a sessant'anni suonati, pesta i piedi come una ragazzina, rossa come un peperone, si siede e dice, va bene, allora tu sei teacher, io non insegno più! Attimi di silenzio in cui forse si aspettava di essere pregata per continuare ad insegnare boiate. Si riprende dopo qualche minuto, da sola, e continua la lezione come se niente fosse, leggendo prima le risposte in fondo al libro, e sperando che non ci siano altri imprevisti da tilt.



Il giorno dopo arriva un altro insegnante. Scrive per sbaglio con il pennarello sulla tela della lavagna da proiezione, rovinandola. Il pennarello è infatti indelebile e tutti i suoi penosi tentativi di levare la macchia, si rivelano inutili. Arriva alla grammatica e casca anche lui sul my table, confondendo my con un pronome. Non sa poi che would è un condizionale, e il significato del termine ausiliare gli sfugge...

Porto il gatto dal veterinario. E' il turno di una signorina con cane, unghie finte, solito cellulare in mano che, a quanto pare l'inglese medio, si porta pure al bagno, perché la parola d'ordine è chattare ovunque, a tutte le ore, senza avere neppure il coraggio di guardare chi ti sta realmente davanti. La segretaria chiede alla tipa col cane di mettere una firma completa, non soltanto le iniziali.

Risponde guardandosi le unghie che non la sa fare.

«Come sarebbe? Non sa scrivere il suo nome?».

«Esatto, di solito firmo puntato, per esteso non lo so scrivere il mio nome».

«Scusi, ma lo sa come si chiama».

«Certo»

«E allora lo scriva».

«No, non lo so proprio fare, non conosco le lettere, non le so scrivere, io».


I conservatori dicono che in U.K. ci sono inglesi disoccupati a causa del grande afflusso di stranieri dall'eurozona. Però quegli stessi conservatori si dimenticano di dire che il livello di istruzione del sottoproletariato inglese è pessimo. Si tratta di gente senza nessuna qualifica, che non conosce nemmeno bene la sua stessa lingua, né parlata né tantomeno scritta e spesso abusa d'alcool e sostanze stupefacenti. Forse sarà per questo che molti inglesi non “trovano” lavoro nella patria del lavoro e preferiscono farsi mantenere dal governo inglese che, ricordiamocelo, è ricco, a causa dell'intenso sfruttamento coloniale di altri popoli. Se gente che non sa nemmeno la grammatica insegna nei corsi pubblici, per non trovare lavoro in U.K., essendo di nazionalità inglese, significa che si è ad un livello decisamente molto basso e il colpevole è il governo, che privilegia la standardizzazione del lavoro a detrimento della cultura e dell'elevazione individuale. Infatti in una società alienata come quella inglese e americana, non è importante la formazione culturale, ma soltanto la capacità di trovare lavoro nel più breve tempo possibile, facendo corsi spesso approssimativi che consentono di eseguire un solo compito per volta, senza capacità di analisi critica e pensiero logico. Gli insegnanti seguono il copione, oggi lezione su questo, bene, ho già le risposte tutto perfetto, stipendio in tasca. Se qualcuno fa una domanda non prevista dal libro, il sistema va in tilt... E' la triste società ipotizzata da Marx, un mondo alienante di lavoratori alienati che eseguono un solo compito come macchine perfette e robot di nuova generazione. L'imprevisto non è previsto, la creatività nemmeno, la cultura riservata soltanto alle sfere universitarie perché tutto ciò che conta veramente è soltanto fare business. Infatti l'inglese medio parla più che altro di soldi. Prima di dire che all'estero tutto è perfetto, pensate a come stanno realmente le cose... Un consiglio a chi vuole venire a Londra, imparate bene l'inglese prima in Italia e poi venite qui, perché i corsi governativi di lingua inglese per stranieri non sono buoni qui in U.K., in quanto il governo ha tutto l'interesse a non insegnarvi un buon inglese, a non insegnarvi la grammatica, in modo che, da stranieri, possiate trovare soltanto lavori di scarso peso, non qualificati, che non richiedono grande preparazione e possiate così essere inquadrati nel sistema orwelliano triturante della società perfetta, a sfruttamento globale. Questi sono gli effetti collaterali di una civiltà sintetica globalizzante e globalizzata con a capo un manipolo di conservatori che pensano anche di essere intelligenti, spingendo gli inglesi verso la xenofobia e dimenticando che gli stranieri lavorano e pagano le tasse da cui provengono quegli ammortizzatori sociali di cui usufruiscono soprattutto gli inglesi. I rapporti della Commissione Europea in Gran Bretagna infatti confermano che gli immigrati europei pagano in tasse molto più di quanto ricevono in sussidi. 
E adesso ai PIGS here (che starebbe per Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, acronimo usato dal Sun, che letteralmente tradotto significa maiali qui, il che la dice lunga sul grado di accoglienza dei fascisti inglesi,) si aggiungerebbe la preoccupazione per l'invasione italiana, che secondo alcuni tabloid di stampa fascista, dovrebbe essere più preoccupante di quella bulgara e rumena. 

Come mai si preoccupano tanto degli italiani?

Forse perché il livello culturale dell'italiano non è proprio basso. Gli italiani non sarebbero soltanto manovalanza da inquadrare perfettamente nel sistema schiavistico delle multinazionali, tanto caro a Cameron, ma potrebbero occupare, laurea e qualifiche in mano, posti più importanti, che probabilmente gli inglesi conservatori, mediamente infelici, tristi e perfettamente robotizzati, obesi e nutriti di chimica da fast food americano, non sono disposti a cedere. Eppure quegli stessi inglesi che non coniugano i verbi, non sanno mangiare, non si sanno nemmeno vestire, sono mediamente obesi, malati di consumismo, amerebbero gli italiani, in teoria. Gli inglesi che fino a poco tempo fa avevano la moquette anche nel bagno, ammirano la cucina italiana tanto da pagare la mortadella di Bologna 40 pounds al chilo, adorano lo stile italiano, la moda e le bellezza italiana e usano il latino per i termini medici,  però preferirebbero che ce ne stiamo a casa nostra perché il lupo ti alliscia il pelo quando vuole l'anima, ma l'anima non deve pensare perché chi pensa è sempre un poco potenzialmente pericoloso.




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mercoledì 22 luglio 2015

La laureata©

Di
Cosimo Dino-Guida©



Il giudice stava nel suo ufficio, al primo piano del piccolo tribunale, a ridosso della finestra a fissare le gocce pesanti e spesse che le nubi nere vomitavano. Gli atti del processo stavano a poltrire sulla scrivania. La sentenza era già scritta.

Mancava ancora un’ora. Aveva tempo per aggiustare la sentenza. Ripensava allo svolgimento del processo e alla strana atmosfera che si era respirata in aula per tutta la durata. Non era abituato a tanto clamore, a giornalisti e televisioni, il clamore suscitato dai tanti nomi illustri coinvolti. Ripensava alla protervia della Pubblica Accusa e all’imputata rea confessa. I fatti erano lampanti, una prostituta che uccide il suo sfruttatore con tre colpi di pistola. Lei, incensurata, cittadina straniera con regolare permesso di soggiorno, ha ucciso con fredda premeditazione. Una sentenza scritta prima ancora di cominciare il dibattimento. Pena massima, attenuanti generiche, nessun altro sconto previsto dalle leggi, nessun rito abbreviato. 

Staccò gli occhi dai vetri e tornò alla sua poltrona di similpelle, tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi, come se volesse far sparire tutto e riaprirli su uno scenario diverso. Le carte processuali erano ancora lì. Prese il voluminoso fascicolo e cominciò a sfogliarlo. Cercava il verbale della testimonianza resa dall'accusata in udienza. 


Vuole un interprete, signorina? Lo dico per lei, così capisce meglio cosa le chiedo. 


No, capisco bene italiano, sto qui da cinque anni. 

Il giudice leggeva e riviveva tutta la scena. La ragazza gli era sembrata minuscola, così smagrita, vestita male, chiusa nelle spalle, a capo chino e con una voce sottile e flebile.

Leggeva. 


Lei è cittadina Croata, giusto? 


Sì. 


Lei ha dichiarato di lavorare come cameriera in un ristorante per avere il permesso di soggiorno? 


Sì. 


Invece fa la prostituta, giusto? 


Sì. 


Vuole chiarirci le circostanze? 


Mio padre e mia madre erano serbi. Io sono nata in Croazia. Quando è cominciata la guerra, la polizia convocò mio padre e gli disse che non poteva rimanere, che doveva tornare in Serbia, lui e mia madre, che in Croazia non volevano gente che poteva essere coinvolta nella guerra. Mio padre e mia madre sono stati uccisi in Serbia. Io sono riuscita a scappare e sono venuta in Italia. Al confine non volevano farmi passare. La notte ero ancora ferma al confine. Venne un poliziotto, mi portò in una stanza calda, fuori faceva freddo, mi diede un caffè, mi fece portare una zuppa calda, mi fece capire che potevo pagare anche senza soldi. Feci sesso con lui, e lui mi lasciò in quella stanza al caldo. Due ore dopo tornò, era quasi l’alba, mi disse che mi faceva passare, mi accompagnava lui a Trieste, mi fece salire sulla sua macchina. Prima di lasciarmi alla stazione volle ancora un po’ di me… disse che la mia bocca gli piaceva troppo. Poi mi diede l’indirizzo di uno che lui conosceva che mi avrebbe aiutata. Andai da quell’uomo. Lui mi mandò al ristorante e mi fecero le carte per il permesso. Pagai con la mia bocca e col mio corpo… tutto il mio corpo. Mi trovarono una casa dove vivere sul lago di Garda. Mi dissero che lì c’era molta gente, turisti, gente ricca, e avrei potuto guadagnare bene. Quell’uomo e il proprietario del ristorante mi fecero conoscere tanta gente ricca. Li mandavano a casa mia, passavano da me una, due ore, qualche volta la notte. Mi pagavano e con quei soldi pagavo l’affitto della casa. In Croazia, studiavo all’università, volevo fare il medico. Sono venuta in Italia e mi hanno fatto laureare in pratica sessuale. La guerra è finita. Non avevo nulla, meno di quando sono scappata. Non avevo neanche più la mia dignità. Volevo tornare a casa, provare a ricominciare. Lo dissi a quell’uomo, più di una volta, e lui mi picchiava. Ho venduto ancora il mio corpo in cambio di una pistola, e quando, ancora una volta, lui voleva picchiarmi, gli ho sparato. Non so usare bene la pistola. Ho sparato da lontano, ma l’ho solo ferito. Sono andata più vicino, ho sparato ancora e ancora l’ho solamente ferito. Mi sono avvicinata ancora. Gli ho poggiato la pistola sulla fronte e l’ho ucciso. 

Il giudice richiuse il fascicolo, si alzò, se lo mise sottobraccio, e andò in aula a leggere la sentenza.

L’aula era piena. Le telecamere accese.

Il giudice osservò uno ad uno i presenti, mentre teneva tra le mani il foglio con la sentenza, si schiarì la voce e cominciò la lettura. 


In nome del Popolo Italiano, visti gli atti processuali, sentite le deposizioni dei testimoni, e visti gli articoli del Codice Penale descritti in atti, concesse le attenuanti generiche, dovrei condannarla a trentasei anni di reclusione. - Fece una lunga pausa, tolse gli occhiali e smise di leggere. – In nome della Giustizia, io la assolvo da tutti i reati ascritti, dispongo che lo Stato la risarcisca per le pene che gli italiani le hanno causato, dispongo che sia subito liberata e scortata al confine. Vada lontano da qui. In nome del Popolo Italiano le chiedo perdono… se vorrà. 





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lunedì 20 luglio 2015

Pegaso è un gatto-cavallo©


Di Mary Blindflowers©
Pegaso e il cigno, olio su tela, Mary Bindflowers©



Pegaso è un gatto-cavallo

che trema nell'oscurità

perché vede fantasmi,

e scalpita cogli zoccoli infissi

nell'occhio lucido di abissi

furiosi.

Pegaso è un mostro-animale

che sa indagare oltre la luce

nella parte più scura del buio,

dove si muovono cose

rabbiose d'inconscio,

di pene, di sale mai dissipato,

di grano mai seminato,

di polveri che hanno accecato

la mia pupilla ribelle al tempo

e allo spazio transeunte.

E io

sono un disco volante,

un cielo di stelle,

un istante recuperato alla morte,

e ho la carne che trema

nel sole e nel vento,

come uno scoglio disfatto,

come un gelato squagliato

in un angolo della coscienza

specchiata di me.

E non c'è scienza

che mi possa dare

il segreto di Dorian,

non c'è sogno

che mi possa salvare

dal disfacimento totale.

Pegaso solo, io sento,

nel silenzio rumore globale,

nel libero vuoto infrastrutturale,

ecco,

ascolta,

nitrisce tra gli spazi

vuoti delle mie ossa,

e ricorda che

il tempo mi vuole trovare,

ma io scrivo e mi rido di lui,

che continui pure a cercare.

Ipnosi intrasensoriale.


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domenica 19 luglio 2015

Henry Barbusse, il fuoco (i libri proibiti)©

Di Libri Libretti©



Buongiorno purtroppo mi addormento sempre più tardi, questa cura di cortisone mi sta massacrando, ma come sempre cerco il lato positivo e sono soddisfatto di avere a disposizione molte ore che sfrutto per leggere, studiare e scrivere. Certamente non sono ore speciali, mi sento leggermente rincoglionito, ma anche questo ho pensato che sia più uno status quo e quindi vado avanti per la mia strada. La scatola dei ritagli, appunti, sfiziosità si sta piano piano riducendo e questo la dice lunga sul tempo che sto dedicando a queste attività. Da una parte è bellissimo avere tutto catalogato, e dall’altro mi piange il cuore perché si riducono le possibilità di trovare quelle leccornie che mi riempiono la giornata di gioia: biglietti di vecchia, data, talloncini con appuntato qualcosa, segnalibri ed anche, proprio ieri sera, tra le pagine di un opuscolo, un bellissimo “libretto di Malaria”. Non ho potuto tornare con la mente indietro nel tempo e ricordarmi il mio incontro con Arrigo Bugiani. Sono passati trent’anni ma il ricordo è ancora vivo, tutto come fosse successo ieri. Nel 1985, in piena “infiammazione bartoliniana”, stavo raccogliendo materiale a destra e sinistra e, in modo del tutto fortuito, mi imbattei in una rivista edita a Follonica dal titolo “Malaria, rivista maremmana” con un intervento di Luigi Bartolini. Il direttore era un certo Arrigo Bugiani (1897 – 1994), la rivista era chiusa da tempo e vista la bassa tiratura, introvabile. Quel numero interamente dedicato a Bartolini dovevo trovarlo in tutti i modi, era troppo importante per la mia ricerca. Dopo vari tentativi scoprii che il direttore era ancora vivo ed abitava a Pisa, cercai il numero e lo chiamai a telefono, dall’altro capo del filo una voce stanca, pacata mi rispose che se fossi andato a trovarlo mi avrebbe regalato una copia. Non me lo feci ripetere due volte, l’appuntamento fu alla stamperia di Colombo Cursi a Pisa. Arrivai in anticipo sull’orario stabilito, trovai Bugiani intento ad armeggiare con carta, forbici e colla, piegato su un bancone della tipografia, quell’uomo così, vecchio, minuto che si arrotolava sul banco mi fece tenerezza e mi meravigliai come nessuno si fosse preso la briga di aiutarlo, dopo capii che il “nonno” amava organizzare le composizioni da solo senza interferenza esterna. Qualche battuta iniziale e subito l’accompagnai a casa. Entrare nel suo appartamento fu una sensazione bellissima, ogni spazio bianco della parete era coperto da stampe, quadri, acquerelli e disegni, ma il bello doveva ancora venire. Lo studio di Bugiani mi metteva agitazione, la mia testa non riusciva a stare ferma e gli occhi giravano per la stanza come impazziti. Ci sedemmo come professore e allievo lui di là dalla scrivania con alle spalle la libreria io al di qua ad ascoltare i suoi racconti, gli aneddoti. La prima volta, mai era successo prima di allora, Bartolini passò in secondo piano e ascoltai avidamente quello che mi diceva, come era finita la rivista, dopo solo nove numeri aveva chiuso i battenti e come erano nati i Libretti di Mal’Aria. I libretti, un progetto editoriale a dir poco straordinario, che attraversò parte del novecento italiano come una meteora composta da piccoli fogli colorati e dalle fatture cartacee più strane avvalendosi della collaborazione di numerosi artisti di fama nazionale ed internazionale. La scrivania, come la libreria, era colma di scatole da scarpe ed in ogni scatola, in verticale, i vari libretti già stampati, in due scatole quelli pensati ma non ancora realizzati. La bellezza era impressionante e la qualità della carta impareggiabile, ad certo punto notai una ventina di buste con l’indirizzo già scritto ma ancora aperte: queste, mi disse Arrigo prima che pronunciassi qualsiasi domanda sono pronte per essere spedite, attendo di avere almeno una decina di libretti prima di inviarli agli amici. Non mi potetti trattenere e domandai a Bugiani come potesse sostenere la stampa a proprie spese e pure il costo della spedizione senza riprendere una lira. Con quella calma serafica mi rispose: “Vedi Mugnaini, io non fumo, non bevo e non gioco ai cavalli. Pertanto, qualche volta, me lo posso permettere”. Dopo un thè lasciai Bugiani ad orchestrare la nascita di nuovi libretti per alimentare “la più esile, fragile, leggera, ma sostanziosa biblioteca del mondo”. In macchina, durante il viaggio di ritorno, pensai più volte alle parole di Arrigo, mi sono sicuramente tornate utili, nel 1991, quando decisi di far nascere le plaquettes, libretti 16,5x16,5 con tre poesie inedite e una incisione originale, anch’io non fumavo, non bevevo e non giocavo ai cavalli … Da quel giorno entrai a far parte degli amici che ricevevano i libretti ed adesso li conservo come l’orafo conserva i diamanti.


Henri Barbusse, “Il Fuoco”, Sonzogno, Milano, 1916

Henri Barbusse fu uno scrittore e giornalista francese nonché un attivista politico comunista. Pubblicò per la prima volta a trentacinque anni, nel 1908, il suo primo romanzo, “L’Enfer (L’Inferno)”, ma diventò famoso con la novella/romanzo “Le Feu (Il fuoco)” scritta nel 1916 che narra le sue esperienze durante la Prima Guerra Mondiale. È evidente l’avversione dell’autore verso qualsiasi forma di militarismo, per questo si attirò subito pesanti critiche fino a sfociare ad una censura nel confronti del volume dovuta anche per il forte realismo riscontrato durante la lettura di tutte le pagine del libro. “Il Fuoco” è considerato uno dei più grandi romanzi sulla grande guerra, l’opera che ha ispirato il “Viaggio al termine della notte” di Céline e “La Grande Guerra” di Monicelli. Barbusse, nonostante i suoi 41 anni, partecipò ai combattimenti in prima linea per ben 17 mesi, quando venne congedato per gravi problemi polmonari. Durante la convalescenza inizio a scrivere il romanzo che riuscì a pubblicare nel 1916, è una storia di soldati raccontata in presa diretta, una storia di fango, neve, freddo, sangue, gelo e naturalmente fuoco, che documenta con una crudità impressionante i disagi vissuti da un drappello di fanti francesi costretti a combattere una guerra in cui non credono, una sorta di discesa all’inferno dove ogni giorno si avverte l’assurdità di questo insensato gioco al massacro. Naturalmente queste idee, così intensamente espresse, sono l’aspetto più scandaloso del romanzo, raccontate in periodo in cui si credeva alla “bella morte”, alla necessità della guerra ed invece scritta da un reale partecipante che descrive questo gioco al massacro estraneo alla retorica dell’eroismo e della bella morte, uomini che non sono anonima carne da macello, che hanno un viso, un nome, un passato e spesso nessun futuro davanti a loro. «Un soldato – o anche molti soldati – è un niente, meno che niente nella moltitudine. E quando ci si pensa ci sentiamo completamente persi, sommersi, da quelle poche gocce di sangue che siamo, in questo diluvio di uomini e di cose». Ben scritto ed interessante il linguaggio colloquiale dei personaggi, alcuni termini tecnici poco comprensibili. Crudo il linguaggio delle descrizione degli assalti: «I caporali e i sergenti, un po’ febbrili, vanno in qua e in là, scompigliano la fretta muta in cui gli uomini si curvano: - Andiamo, spicciatevi! Andiamo, andiamo, cos’è che fate? Volete spicciarvi, si o no? Un distaccamento di soldati che hanno per insegna delle scuri incrociate sulla manica: si aprono il passo e rapidamente scavano dei buchi nella parete della trincea. Li guardiamo di traverso finendo di equipaggiarci.
- Cosa fanno, quelli lì?
- È per salire.
Siamo pronti. Gli uomini si allineano, sempre in silenzio, la coperta ad armacollo, il sottogola dell’elmetto abbassato, appoggiati ai fucili. Guardo i volti contratti, impalliditi, profondi. Non sono dei soldati, sono degli uomini. Non sono degli avventurieri, dei guerrieri, fatti per il macello umano – macellai o bestiame. Sono contadini e operai riconoscibili nelle loro uniformi. Sono dei borghesi sradicati. Sono pronti. Aspettano il segnale della morte e dell’omicidio; ma si vede, contemplandone i volti fra i raggi verticali delle baionette, che sono semplicemente degli uomini. Ognuno sa che sta per portare la propria testa, il proprio petto, il proprio ventre, il proprio corpo tutt’intero, tutto nudo, ai fucili già puntati, agli obici, alle granate accumulate e pronte, e sopratutto alla metodica e quasi infallibile mitragliatrice – a tutto quello che aspetta e tace spaventosamente laggiù – prima di trovare gli altri soldati che bisognerà uccidere. Non sono incuranti della loro vita come banditi, né ciechi di collera come selvaggi. Malgrado la propaganda con cui li lavorano, non sono eccitati. …». Il 31 maggio 1930 fu stampata una circolare del capo della polizia con l'ordine di divieto di “introduzione et circolazione regno” per tutte le opere dell'autore francese stampate fino ad allora (“Il fuoco”; “Chi siamo”; “Chiarezza”; “Inferno”); di conseguenza, esse furono anche sottratte alla consultazione nelle biblioteche. Delle 4 opere furono sequestrate e mandate al macero quasi 6000 copie.







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