domenica 28 giugno 2015

PERCHE’ NON SI TRATTA DI UNA “BUONA SCUOLA” (lettera aperta di G.Giuliodori al presidente del consiglio)

Di Paolo Mazzocchini, Giovanna Giuliodori©



Leggo e diffondo con piacere una lettera aperta sul Ddl scuola che Giovanna Giuliodori ha indirizzato giorni fa dalla sua pagina FB al presidente del consiglio. Superfluo aggiungere che condivido pienamente le critiche e le argomentazioni di questa lettera che riassume, a mio avviso, in modo molto equilibrato e nitido, tutti i maggiori motivi di malcontento degli insegnanti italiani verso il progetto della cosiddetta ‘Buona Scuola’:

Gentilissimo Presidente del Consiglio,

dal momento che Lei ha voluto rivolgersi personalmente a ciascuno di noi insegnanti per tentare di spiegare la necessità e la opportunità di quanto proposto nel Ddl sulla scuola, sento che è un mio dovere morale e civile risponderLe, anche se temo che la mia mail non La raggiungerà o comunque non sarà ascoltata. La mia sfiducia non è affatto infondata: nonostante le Sue iterate dichiarazioni di disponibilità al dialogo e al confronto, ha dequalificato la mobilitazione di migliaia di insegnanti come il frutto di una manipolazione ad opera dei sindacati. Delegittimare con una simile affermazione la capacità di critica e di analisi di migliaia di professionisti della cultura non mi sembra affatto la strada per aprire un dialogo, che presuppone rispetto e considerazione non dico per le ragioni altrui, ma almeno per l’interlocutore.

Sono un’insegnante di ruolo in un liceo, ho la Sua età e svolgo il mio lavoro con passione e competenza da ormai quindici anni, il che significa che ho maturato una conoscenza profonda e un’esperienza diretta del mondo della scuola, nella sua interezza. Pertanto sono convinta che il Ddl difeso da Lei e dal Governo da Lei presieduto non può migliorare in alcun modo la scuola, anzi può solo peggiorarla, per i motivi che Le illustro in breve (limitandomi, per altro, a quelli che ritengo gli aspetti più critici):

-non è previsto alcun investimento diretto e specifico sugli stipendi degli insegnanti, stipendi oggi vergognosamente bassi e tali da costituire essi stessi un messaggio a tutta la società che dice: “i docenti valgono niente”. Gli aumenti “per merito” saranno destinati solo ad un 10% dei docenti di un istituto (nella mia scuola circa 8 su 80!), una miseria se si guarda con obiettività a quanti sono gli insegnati meritevoli che, come Lei stesso ha affermato, mandano avanti la scuola ed educano generazioni di ragazzi. Prima occorre elevare il trattamento di tutta la classe docente, assolutamente inadeguato, poi si potrà discutere sul merito, ma non attraverso la discutibile prassi di mettere in competizione i docenti, quanto pensando a formare figure professionali intermedie tra docenti e dirigenti che coordinino i propri colleghi. I migliori modelli scolastici stranieri mostrano infatti che il miglioramento c’è non quando si mettono i docenti gli uni contro gli altri, in una sorta di guerra tra poveri, ma quando li si motiva e li si mette in condizione di collaborare efficacemente.

-La modalità di assegnazione della sede ai docenti prevista dal Ddl comporterà sia enormi difficoltà di gestione sia altri non trascurabili rischi sotto il profilo delle garanzie di imparzialità e trasparenza delle procedure. La scuola italiana è pubblica, fino a prova contraria, per cui anche alla scuola devono essere garantite le identiche procedure di assunzione e mobilità previste per altri settori del pubblico impiego (è invece a rischio anche la mobilità di insegnanti che lavorano da anni nella scuola e che, stando al Ddl, si troverebbero senza più una sede di titolarità nel momento in cui, magari per esigenze di famiglia, dovessero chiedere un trasferimento, entrando così nella palude degli albi territoriali). Contaminare modalità proprie del settore privato con il settore pubblico non è solo sbagliato: è pericoloso. Un imprenditore può certo assumere il suo personale con criteri da lui autonomamente stabiliti, perché persegue i suoi interessi e lo fa a suo rischio, investendo cioè i suoi capitali. Un dirigente della pubblica amministrazione, invece, persegue interessi collettivi e non investe propri capitali: attribuire un potere di assunzione al dirigente scolastico significa dunque consentire al medesimo un arbitrio che non è bilanciato da nessun rischio personale e che pertanto apre un potenziale pericolo di clientelismi, favoritismi, nepotismi. Se gli insegnanti sono lavoratori dello Stato, devono avere gli stessi diritti di tutti gli altri lavoratori pubblici. Sono certa che a tal proposito fioccheranno contenziosi e ricorsi per le assegnazioni dei docenti alle scuole, perché il Ddl presenta evidenti elementi di incostituzionalità. Quando saranno emanate le sentenze, la “Buona scuola” mostrerà il suo vero volto: una riforma affrettata e raffazzonata, che ha inteso non promuovere e valorizzare gli insegnanti, bensì umiliarli.
-Le assunzioni non possono essere ridotte a merce di scambio per far accettare obtorto collo altri pezzi di riforma sbagliati e dannosi: le assunzioni sono laconditio sine qua non perché le scuole possano rispondere efficacemente alla domanda formativa del Paese, con organici adeguati e lavoro stabile. Inoltre la Sua affermazione secondo cui l’assunzione dei precari non può non accompagnarsi ad una riforma generale della scuola perché altrimenti si genererebbe nuovo precariato è forse un pretesto convincente per chi non appartiene al mondo della scuola, ma noi insegnanti, che sappiamo bene come stanno le cose e che abbiamo letto in questi mesi pareri di autorevoli esponenti non solo del mondo sindacale ma anche del mondo della cultura, siamo al corrente del fatto che una buona parte dei nuovi assunti sarà costituita da precari che insegnano materie di nicchia e che per questo non sono ancora passati di ruolo; di conseguenza occorreranno ancora supplenti di italiano, matematica, scienze ecc. e il precariato non sarà affatto eliminato. Mi offende la cattiva fede di chi tenta di imbonirci con queste giustificazioni pretestuose: non siamo sciocchi né ingenui e meritiamo rispetto.
-Didatticamente, la riforma proposta dal Governo che Lei presiede delinea un progetto di scuola fumoso e non orientato a risolvere le vere criticità che noi docenti riscontriamo ogni giorno nelle classi: i ragazzi non hanno bisogno di una moltiplicazione dei saperi ma di una loro integrazione, che può essere conseguita solo con un lavoro rigoroso e non frammentato da mille, differenti attività. È forse così che si colmano le carenze che riscontriamo nelle competenze di base? L’idea, poi, dell’alternanza scuola-lavoro, se ha valore e significato per i professionali e i tecnici (purché ben gestita e non sostitutiva dell’attività di classe), appare, nel numero di ore quantificato dal Ddl (200!), irragionevole per i licei: perché mai dei ragazzi, che entreranno nel mondo del lavoro dai 3 ai 6 anni dopo la conclusione degli studi liceali, dal momento che per oltre il 90% faranno l’università, dovrebbero dedicare un numero così cospicuo di ore ad un orientamento che potrebbe essere del tutto inutile per il loro futuro, considerata la rapidità con cui il mondo del lavoro evolve e si trasforma?

Mi riservo di esprimere il 31 maggio con il voto la risposta civile alla Sua azione di governo, coinvolgendo nella mia scelta quanti più amici e familiari mi sarà possibile convincere.
Invio questa lettera per conoscenza al Presidente della Repubblica, garante del rispetto della Costituzione Italiana.

In fede




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sabato 27 giugno 2015

Where do you come from?©

Di Mary Blindflowers©

Foto di M.B.



Quando l'informazione è un pretesto

per camminare a piedi nudi sulla luna,

quando sai bene dove devi andare

ma dici di non sapere la strada

e fai discorsi strani

prima che il sole cada

conficcato di traverso

nella terra amara

del silenzio introverso flesso.

Where do you come from?

Così potrò risponderti,

non sono affari tuoi.

Sono sempre stata socievole.


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L'Arialda (Libri censurati, Libri proibiti)©

Di Libri Libretti©



Tutto appare immobile, identico a ieri, solo le incombenze cambiano. Niente male, finalmente una mattinata con mio figlio, capita così raramente che si possa passare, almeno in questo periodo, del tempo insieme. Ricordo i bei tempi della lettura serale e di quella domenicale, lui nel lettone, “si buttava a pesciolone”, ed io intento nelle lettura di pagine su pagine. Appuntamento imperdibile sia per lui che per me; forse, se è diventato un importante lettore, si deve anche a questa bella esperienza fatta insieme da ragazzino. Il ricordo più bello? La lettura de “La fattoria degli animali” di G. Orwell, uno spettacolo nello spettacolo, conversazioni, disegni, domande, risposte, davvero bei ricordi. Adesso il ragazzo è cresciuto, legge da solo, e si confronta meno, ma ogni tanto, nel momento in cui sente forte il desiderio di una gita tra i libri, si ricorda del “vecchietto” e mi invita ad un tour esplorativo. Un’ occasione che non posso perdere a cui non posso rinunciare, il cosiddetto colpo gobbo, due piccioni con una fava, stare un po’ con lui e visitare qualche libreria. Bella mattinata e nemmeno infruttuosa, due piccoli libri degli anni ’50, uno su Marat e l’altro sul Che … abbiamo terminato con un pranzo assieme.


Giovanni Testori, “L’Arialda”, Feltrinelli, Milano, 1960

Parlare di Giovanni Testori non mi è difficile anche perché fa parte del novero di quegli artisti che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Vi sono delle immagini che ci rimangono scolpite nel cuore, delle parole che riaffiorano naturalmente, dei ricordi che senza fatica emergono alla memoria., tutte sensazione che poi ricompongono la figura del personaggio, e che personaggio! Giovanni Testori scrittore, poeta, drammaturgo e anche pittore. Personalità poliedrica e inquieta, alla cui conoscenza anche i giovani dovrebbero essere guidati. Invece, nonostante esistano i mezzi per conoscerlo, spesso dimenticato. e poco letto. Geniale il Testori, sempre pronto a stupirci, ma è nel teatro che sembra trovare il luogo dove sfogare la sua urgenza espressiva come lui stesso afferma in una intervista: «Sempre, qualunque sia l’argomento trattato - saggio, romanzo o testo teatrale vero e proprio ̶ io sento che la parola che scrivo ha bisogno di essere detta, pronunciata. È come se, messa così, sul libro, non avesse ancora detto tutto quel che ha da dire. Solo il teatro la libera completamente (...) Dico solo che, per virtù o per difetto, le mie parole sono fatte così. E lo dimostra il fatto che le prime cose che ho scritto sono testi teatrali o saggi sulla pittura, non poesie e nemmeno romanzi». Anche nel periodo dei “Segreti di Milano”, il ciclo di racconti, romanzi e commedie d’ambiente lombardo nel quale compaiono i grandi personaggi popolari del Ponte della Ghisolfa, l’Arialda, la Maria Brasca, la Gilda del MacMahon, risulta difficile collocarlo in una letteratura del dopoguerra di matrice neorealistica; in quelle pagine egli racconta un universo disperato, umiliato, un’umanità che si confronta con il dolore e con la bestemmia, con la disperazione, scava nell’intimo dell’uomo, affonda le unghie, strappa brandelli, superando l’analisi politica e sociale. I suoi testi si nutrono di immagini forti, esasperate, di sangue, di sesso, di lacerazioni, di bestemmie, di invocazioni sacre. Vi sono dei temi ricorrenti, delle chiavi di lettura ossessive, che ritornano in tutte le sue pagine: il tema del corpo ̶ esplosione di energia o strumento di morte ̶ la potenza del male, il senso del peccato vissuto come colpa, l’isolamento di chi è disperato, un sesso lacerato tra purezza e perversione. Anche in vita ebbe molti detrattori, il suo modo di scrivere, dava fastidio, irritava, ribaltava la generalità delle cose, soffiava sotto la cenere, faceva uscire il torbido. Carlo Bo scrisse: «Testori è un isolato, nella vita per eccesso d’amore, in letteratura per eccesso di sangue». Parole ingenerose, scritte da un solone della letteratura, ma anche da un fervido cattolico benpensante che riteneva che fosse meglio tacere che sollevare polveroni. È il 1960, l’anno del grande scandalo, l’anno in cui verrà sequestrato il libro e impedito la messa in scena dell’opera, il tutto è ben documentato nel Fondo di Luchino Visconti dove sono conservati 9 copioni con correzioni di Testori e circa 40 fotografie . Se la Maria Brasca nasconde il proprio vero tema, lasciandolo tra le righe senza farlo salire in superficie del testo, con l’Arialda il cerchio si spezza, e il tema – a quel tempo tabù – dell’omosessualità viene alla luce. Per Milano non è sopportabile, si chiude. però come sempre succede in questi frangenti la censura non si manifesta come un fallimento. No, un trionfo, che Testori sembra aver cercato. Del resto, leggiamo i nomi della compagnia che la interpreta: Umberto Orsini, Lucilla Morlacchi e Valeria Moriconi. La regia è di Luchino Visconti e le musiche di scena sono di Nino Rota, il musicista di Fellini. Riletta quarant’anni dopo, l’Arialda appare importante anche sotto altri profili. Più che l’omosessualità, emerge in questo grande testo un sottofondo oscuro, barbarico, indifferente al boom economico che, pure, vi è ben presente.



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giovedì 25 giugno 2015

Vitaliano Brancati (Libri censurati, libri proibiti)

Di Libri Libretti©


Finalmente dopo tre giorni di pioggia un po’ di sereno. La casa del “grande vecchio” mi appare più bella e il tetto, con le tegole avviluppate da muschi e licheni di vario colore, sembra un’opera d’arte. Qualcosa di irripetibile dove lo sguardo si perde dal giallo limone al giallo ocra fino a toccare tutta la scala del marrone, qualche tocco di rosso e dei ciuffetti d’erba verde completano l’immagine sognante. Leggere e scrivere in queste condizioni è un vero privilegio, anche i libri ringraziano e si beano del paesaggio, applaudono quando un raggio di sole coglie in obliquo parte del tetto ed io concordo con il loro stato d’animo. Il quadretto si completa con l’imponente comignolo costruito a casetta, anch’esso attaccato dal muschio, che è abitato da una colonia di tortore, il piumaggio superiore rossastro con macchie nere, il petto vinaccia e il ventre roseo si mischia bene al resto. Il loro tubare è musica, la finestra rimane aperta ed io, insieme ai miei libri, ci godiamo questo momento di benessere.

Vitaliano Brancati, “Singolare avventura di viaggio”, Mondadori, Milano, 1934

La figura di Brancati si può considerare divisa in due, il Brancati fascista e quello antifascista. Personaggio ambiguo e controverso, è precoce il ragazzo e a soli 17 anni fonda una sua rivista “Ebe” che pubblicherà solo tre numeri. Si innamora si da subito del fascismo e della figura di Mussolini a cui dedica la sua seconda opera “Everest”. Pubblicato presso Studio Editoriale Moderno, nel 1931, la copertina in cartoncino leggero è reperibile in almeno due colorazioni sempre sfumate; il sottotitolo è “mito in un atto”. A pagina 81, con piccolo logo, compare l’indicazione che attribuisce i legni a Beppe Assenza; sono 84 pagine complessive. L’opera presenta una prefazione di Telesio Interlandi, il giornalista che legherà il suo nome a periodici esplicitamente razzisti, fu lui direttore di “Quadrivio” e de “La difesa della razza”. Si legge: “... Everest è il primo felice tentativo di rendere drammaticamente il senso eroico dell’azione mussoliniana … è un mito orgoglioso, che soltanto un giovane di questa nostra età satura di certezza poteva scrivere”. È poi lo stesso autore, con una nota posta in calce all’opera, a ribadire il valore della sua concezione del fascismo: «Il Fascismo è rappresentato, in Everest, nel suo imperativo categorico, in quello che non può non essere oggi come ieri, domani come oggi: un’accolta di uomini puri, vigorosi, dignitosi, intorno a uno che, nell’attirarli e sollevarli verso l’alto, mentre lascia libera la loro personalità, si serve di una misteriosa e invincibile forza che trascende lui e gli altri». Il pezzo teatrale era stato rappresentato, prima della stampa, dalla Compagnia del Teatro dei Giovani al Margherita di Roma il 5 Giugno 1930; e la compagnia diretta dal figlio di Pirandello, Stefano, con il cognome d’arte Landi. Il successo dell’opera apre al Brancati nuove porte e nuove collaborazioni; nel 1932 escono ben tre libri, due dei quali rivestono, per ragioni diverse, notevole importanza. Sia la rivista che il libretto sono rarissimi da trovare. Così Brancati potè collaborare ai più qualificati giornali e alle più prestigiose riviste: Tevere di Telesio Interlandi, Il popolo di Sicilia quotidiano catanese del PNF, Pegaso di Ojetti, mentre cresceva in lui l'ammirazione per Mussolini, direttamente chiamato in scena nel dramma Piave, 1932 ( ambientato nell'Italia della disfatta di Caporetto), e simbolicamente rappresentato nel primo romanzo brancatiano, “L'amico del Vincitore”, pubblicato nel 1932. Il giovane scrittore siciliano descrive l’udienza concessagli da Benito Mussolini (1883-1945): «Io sono nato in un’epoca d’asfissia. Ricordo che non c’era nulla da fare; che sedevo, bambino, in un mondo ove tutto pareva finito; e il dubbio di vivere era così grande da togliere anche il pensiero della morte. Egli, l’uomo che ho visto pochi minuti fa, apparve come un nuovo senso della vita». Dopo questo primo periodo ecco la conversione dello scrittore, gli scricchiolii e le incrinature delle certezze fasciste, che in vario modo affiorano in Singolare avventura di viaggio, prendono consistenza negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del romanzo, fino a tramutarsi in un atteggiamento di radicale disincanto nei confronti dell’ideologia fascista, del Duce e dei simboli più rappresentativi del regime. Il ripudio, che non è improvviso, matura, molto probabilmente sollecitato anche da vicende personali, allorché lo scrittore siciliano risiede a Roma. Sono gli anni in cui si è ormai stabilizzato il compromesso fra il fascismo e la «vecchia» Italia, quella borghese, clericale e mediocre, e in cui si è affievolita la spinta del fascismo «rivoluzionario». Ripensa a Pachino, suo paese natio e lo vede come arroccamento di idee, sentimenti e soprattutto amicizie vere. Nel 1934 era già antifascista. Con la pubblicazione di “Singolare avventura di viaggio” iniziano i problemi, il volume viene subito censurato per troppa manifesta oscenità e ritirato dalle librerie. Come cambiano le cose, quando incensi sei lodato, altrimenti stroncato ed osteggiato. . Nel saggio Istinto e intuizione, del 1946, egli ripensa in questi termini la sua professione di fede fascista: «Sui vent’anni, io ero fascista sino alla radice dei capelli. Non trovo alcuna attenuante per questo: mi attirava, del fascismo, quanto esso aveva di peggio, e non posso invocare per me le scuse a cui ha diritto un borghese conservatore soggiogato dalle parole Nazione, Stirpe, Ordine, Vita tranquilla, Famiglia, ecc.»



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martedì 23 giugno 2015

Fanny Hill, Memorie di una donna di piacere (I libri proibiti)

Di Libri Libretti©




Già da tre giorni non vado a letto prima delle 5,30, solitamente alle 4,30 è l’ora in cui mi alzo, credo di aver variato qualche meccanismo, non riconosco più i tempi e nemmeno i luoghi. Com’è silenzioso lo studio dopo mezzanotte, un silenzio spettrale, con lievi rumori dati dallo sfregamento di alcune pagine, dallo spostarsi di alcuni libri e dal miagolio del gatto. A pensarci bene il gatto la notte dorme fuori, che cosa sarà stato mai? Con l’atteggiamento degno di un bravo detective mi aggiro per la stanza con un pila accesa, il flusso della luce illumina inesorabilmente ogni anfratto anche il più nascosto, ma che vedo Paul giace con Gina, Franco con Adele, Alberto con Marta, non sono miagolii ma mugolii di piacere. Mi sembra indelicato stare ad osservare, chiudo la porta e me vado in camera a leggere. Divertitevi pure, mi raccomando solo di una cosa, aprite un po’ le finestre … Un grido, un urlo lancinante, non ci fate caso è sempre quell’insolente del Marchese!

Cleland John, “Fanny Hill – Memorie di una donna di piacere”, Marsilio, Milano, 2001

Non vorrei sembrare ripetitivo nel presentare libri che vertono sullo stesso argomento, ma la censura si è proprio accanita con questi libri e perciò mi sento in dovere di parlarne. Cleland scrisse il romanzo quando era in carcere per un debito non pagato fu stampato in due parti, la prima nel novembre 1748 e la seconda nel febbraio 1749. Scarcerato nella prima parte del 1749 fu rimesso in carcere insieme agli editori e lo stampatore nel novembre 1749, tutti ritrattano e si dissociano dal romanzo. Sì, proprio in quel periodo inizia l’odissea interminabile del libro, censurato, ritirato dal mercato se ne proibisce la diffusione. Come sempre iniziarono a circolare copie non autorizzate, stampate alla macchia e con revisioni del tutto arbitrarie. Quando inizia a circolare una versione con una scena di un rapporto omosessuale, non inserita nella versione originale, Cleland si decide a riscrivere il libro depurandolo di molti passaggi ritenuti scabrosi, anche questa copia non soddisfa la censura e viene ritirata dal mercato. Il libro si può considerare il primo vero e proprio libro, scritto in lingua inglese, pornografico/erotico della storia. Nell’Ottocento, alcune copie del libro furono vendute nei mercati illegali e non prima del 1963, col crollo del tribunale inglese delle oscenità che nel 1960 aveva favorito l’uscita di “L’amante di Lady Chatterley”, fu pubblicata una versione cartacea integrale di “Fanny Hill”. Nemmeno questa volta era arrivato il momento tanto atteso, fu indetto un processo che ebbe luogo nel febbraio 1964. La difesa sostenne che “Fanny Hill” fosse una fonte storica e una festante celebrazione del canonico sesso non depravato - piccante anziché pornografica. L’accusa citò un’inconsueta scena di flagellazione, fatto sta che fino al 1973 non riuscì ad avere una giusta collocazione negli scaffali delle librerie. Duecento anni di tribolazioni sono eccessive anche per un testo che aveva fotografato un mondo esistente e lo trasponeva su carta con estrema realtà. Sì, diverse descrizioni di sesso anche esplicito, ma niente perversione, non esisteva del torbido, semmai una sessualità, vissuta dalla protagonista, non come mercificazione del proprio corpo, ma ricerca del proprio piacere sessuale, un piacere ricercato anche attraverso l’amore saffico. La trama si svolge a Londra ed è raccontata dalla protagonista attraverso una serie di lettere inviate ad una ignota signora. Il romanzo è un susseguirsi di incontri con personaggi più disparati che Fanny conosce attraverso le sue frequentazioni nei vari bordelli, nonostante la sua vita sia movimentata e piena di incontri particolari riesce anche ad innamorarsi del giovane Charles. Vanno a vivere insieme e solo dopo la scomparsa del giovanotto Fanny ritorna a frequentare i bordelli. Ancora molti incontri e molte situazioni intriganti, ad un certo punto sceglie di sedurre Will, il servo diciannovenne dell’uomo che in quel periodo la stava mantenendo. Ed ecco la meraviglia e il piacere, Will raggiunge un’erezione estremamente notevole: “... non il giocattolo di un ragazzo, non l’arma di un uomo, ma un albero di maggio, di uno standard talmente gigantesco che, analizzate bene le proporzioni, doveva appartenere a un giovane gigante... Insomma, s’innalzava oggetto di terrore e delizia”.




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lunedì 22 giugno 2015

Incroci di rosari 108, Eretica Edizioni©


Mary Blindflowers© 


Oil on canvas M.B.


N'oubliez pas de moi

Cullate o venti

questo mio moto interno

ed ansito perpetuo,

correte a consolare

i meandri vuoti e scuri

del mio intestino senza cranio

e vita da vicende alterne

di stipsi e poesia.

Venti,

camminate sul mio cuore

d'uranio che avvelena

chi lo tocca,

e preditemi senza neppure bocca

un futuro già stato

scritto sulla punta austera

delle mie lunghe dita rosa

da sirena.

Mais je vous en prie,

n'oubliez pas de moi
.


Dalla prefazione:

Nell'irreligiosa capacità riflessiva e dubitativa dell'essere, ecco sorgere Incroci di rosari 108, titolo simbolico per l'introduzione ad una poesia non edulcorante che preferisce il fulmicotone alla quiete dei grani che accompagnano la croce, all'ombra della quale si consumano misfatti tutti umani, che poco hanno a che vedere con la presunta e mai accertata divinità del figlio fatto uomo...
Nella tradizione Yoga si dice che se il saggio è così quieto da ottenere soltanto 108 respiri in un giorno, raggiungerà l'illuminazione. Nell'Islam 108 è il numero usato per riferirsi a Dio. Nella religione Jaina 108 è la somma delle cinque categorie delle virtù. I mala o rosari hanno in genere un numero di grani sempre multiplo di 9 e derivato dal 108, sacro per antonomasia. Il rosario buddista originario è costituito da 108 frammenti di distintivi teschi umani. I nadi, o punti energetici sono 108. Per I buddisti ci sono 108 peccati e altrettanti deliri della mente. Nello gnosticismo l'individuo ha 108 vite per eliminare i suoi ego. E le Upanishad sono 108 e anche le divinità indù hanno 108 nomi. I pretendenti di Penelope sono 108. La distanza tra la Terra e il Sole è 108 volte il diametro del sole... La lista potrebbe continuare.
Ma i rosari si incrociano nascondendo la certezza con la fantasia di Dio propria alle varie religioni che sconvolgono l'assetto del reale attraverso i pannicelli caldi del divino da servire alla tavola dell'immortalità. Eppure tutto muore, tutto se ne va... 



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domenica 21 giugno 2015

Bank underground, da Pegaso©


Di Mary Blindflowers©
Foto di M.B.


Avvenimento importante,

tipo festival-bidet letterario

in cui tutti bravi

dentro vasi linfatici di

clac prepagate

al ristoratore loquace.

Si incoraggia

il movimento generale dell'oca

che danza nel circolo

dei robotpoeti.

I migliori declamano improbabili

enfatici versi in maschera

da alternativi ex hippies

coi pantaloni stracciati

presi nel negozio più caro del centro.

E tutti dicono che la poesia

nasce da dentro.

Bank underground.



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sabato 20 giugno 2015

Olio in tavola da Tungsteno©

Di Fremmy©


Foto M.B.

Vivido sentimentalmente erto,

galleggiavo in tepore uzbeco

su tele assonnate e fantasmi a pois.

Lenzuola macchiate di carta e rancore

cerchiavano le mie braccia, attonite

nel vizio del concreto isolarmi al bianco.

Gergo di vezzeggiativi inanimati e sparo,

pennelli di tungsteno e svengo sul cotone,

la tua sagoma di regio ardore imbalsamato

desta un mio rigolo di essenza desueta

nel frammento in cui il tempo si specchia.

Ti ho attraversato, alberi e rami ho indossato,

il tumulto del tuo animo è fatto d'olio,

in tavola ho raggirato un velo e ho spento

il finto occhio di sapone e miele del vento,

mi hai rapito, una vertigine di mare hai colmato.






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venerdì 19 giugno 2015

Pierfranco Bruni, Poesia e Informatica!©



Recensione di Roby Guerra©


Forse il sottotitolo/recensione per la Pietra d'Oriente (Pellegrini editore) nello specifico suona letteralmente dissonante: amplifichiamo la poetica specifica come Parola aperta, password criptata per disvelare il linguaggio forse segreto del Poeta nella sua globalità più diversamente avveniristica.
Forse certa peculiarità, originalità di Pierfranco Bruni, candidato Premio Nobel 2015 per la Letteratura, fluttua, come una New Wave non ancora captata da Google Map, per la sua cifra naturale/artificiosa semi-quantica: il grande Server tutt'oggi riduzionista, è dribblato dall'elettronica mediterranea doc del Poeta diversamente Saggista e dal saggista diversamente Poeta e dall'Informatico immaginale... diversamente neopitagorico...
Ben oltre i numeri primi o decimali l'opera aperta di Pierfranco Bruni, in/da La Pietra d'Oriente recente alle numerose raccolte letterarie, oltre gli archetipi stessi junghiani Occidente Oriente, Nord Sud; al di là/qua della stessa mistica decade la parola di Bruni nei suo vettori spiccatamente esplorativi.... 
E' sempre una cibernetica incantata, pura stella polare la bandiera tra dimensione prosatrice e poetante di 
riflessi creAttivi interconnessi come specchi-neuroni.... 
Quel che spicca, nel caos poco apocalittico, quindi nel nulla pulsionale di certa contemporaneità liquida e in liquifazione, al contrario in Bruni è Parola nuovamente Piena, aperta ma canto dell'Abbondanza, del fiore perenne in boccio, della farfalla crisalide e nuovamente farfalla (il bozzolo superfluo!), del Sole in continua esplosione nucleare, da cui, contro logica e intuizione banalmente umana, la nostra stessa vita passeggiata trasvolata terrestre. 
Non a caso, il Mediterraneo di Bruni attraversa eccome il futurismo, non a caso per Necessità + Libertà, riassumendo, il prototelematico Pitagora, come una Schiuma di Stella Marina, via archetipale nova time machine, disvela oggi la Scienza e la Matematica essenza (fisica) secondo la stessa Von Franz del cosiddetto Spirito.
Distruzione oggi simulata il numero Futurista, ricombinazione della Bellezza, prima e dopo la Tradizione... del Futuro anteriore... Ecco Pierfranco Bruni, poeta informatico! Fare Spirito 2.0, fare Anima nella nuova Era Eva...


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giovedì 18 giugno 2015

Il moto anarchico del gatto (da Pegaso)©

Di Mary Blindflowers©


Foto di M.B.


Il moto anarchico del gatto

su fili espansi d'estatico tempo out,

la creazione fantasmatica del giorno

sfilato, come gomitolo di lana usato,

inane e formicolante pandemonio

di bipede follia,

e il demonio sul tetto

che osserva la gente passare,

sotto il naso congelato di dio

e del borghese perfettamente inquadrato.

Sistema!

Società perfetta,

in cui ognuno fa la fila

al distributore automatico di noia.

La teacher balla a comando

quando il sistema dice

vai con la gioia!

Piroetta piroettando!

Salta in fretta, saltando!

Ballando, balla!

Un, due, tre, movimento!

Party! Ora d'aria.

Momento!

Poi si ferma

quando il sistema dice stop!

Riprende la maschera abituale

e consuma il rituale della vita

che non ti guarda mai negli occhi.

Il gatto aspetta il tempo che non c'è

ridendo dei cubi monoblocchi.





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martedì 16 giugno 2015

Spruzzi di dolore e d'anarchia©

Di Gabriel Lure©

Foto di M.B.


Ho legato 
lame di bugie
su tutto il
corpo, questo
sangue allegro
prenderà il 
tuo posto, mentre
a te mi nego, in
specchi che
annegano la mia 
ipocrisia, ridi e 
ti penso andar 
via, son felice, in
questi spruzzi di
dolore ed anarchia,
mi sembra d’esser
vetro e tu m’infrangi,
con tutto questo 
veleno che non sa 
saziarmi


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lunedì 15 giugno 2015

Ultimo giorno di scuola©

Di Paolo Mazzocchini©

Foto di M.B.


In questa stiva ombrosa, allagata

di sola luce artificiale il comandante

raccatta le sparse esche di una esoterica

mensa, carezza con prudenza la barra

del timone della nave che attracca piano

al molo del tempo usato. In quello lento

e astratto della navigazione si è faticato

intanto a trattenere il fiato, ad osservare terre

dal largo, noi stessi da lontano, a dirimere

il monte dal piano, dal cielo il mare, le luci

delle case dagli occhi delle stelle. Poco e

non poco. Adesso però un selvatico tramestio

di piedi, oltre gli oblò, precipita esultando

per la magica scaletta sul pontile. La scuola

è finita. Sull’arenile spensierato evade

finalmente la vita, il presente, l’ubriaca

giovinezza dell’estate.




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sabato 13 giugno 2015

Emografie di un amore©

di Gabriel Lure

Foto di M.B.


Emografie
di un amore
saturo
si fanno
sera e laudano
ferite di
versi incrostati
labili elementi
mai enunciati
teoremi di
mari inversi
e cieli
cadenti i
girni son
trentadue
denti
ingialliti dalle
preghiere
ampolle di
urina sterile
che verso
nella vasca
per ripulire
il corpo
da ogni piaga
forse affondare
nel tempo è
lo spazio di
una distanza
la relatività
decadente
tra spirito
e sostanza
tra saliva e
sputo non
importa ingoio
un pugno
crudo forse
non ha veramente
senso niente
ma per il
momento amo
te con tutto
me stesso
ed il resto mi
sembra evanescente
quando non
sei con la
vera parte
di me

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Le corna©

Di Mary Blindflowers©




“Che scandalo!

Di niente si cura”.


“Sì, un vero e proprio vandalo,

senza misura”.


“Non sarebbe permesso”.


“Si vede che adesso

si può”.


“Secondo me no,

è irregolare,

non è normale

mica.

Baldanzone,

mi dica”.



“Sì?”.


“È o non è un mascalzone?

Venga qui”.



“Che vuol sapere

Colombina?”.


“Il suo parere,

è giusto secondo lei

quello che combina?”.


“Ha levato fili sei,

mia divina”.



“Tutti!”.



“Distrutti”.



“Dice che non ne ha,

ora che Arlecchino è sciolto,

ha riflettuto molto,

non ritornerà”.



“Oh, lo convinca lei”.



“Sì, ha distrutto fili seiii!”.



“E vorrà farlo anche coi miei!”.



“No”.


“Che infame!”.


“Non torna,

ma ci son io”.


“Arlecchino mio,

non posso mettergli le corna”.


“Cedi alla mia offerta,

di star con me concerta”.


“No, non se ne parla,

deve amarla”.


“Cosa?

Mia rosa?”.


“La libertà”.


“Dice che senza i suoi fili,

sente il peso

di tutti i suoi chili,

ora che è uno sciolto cane

si deve procurare il pane”.


“Ah, apoteosi d’ogni felicità,

allora torna”.


“Giura

di no, colomba,

ma io niente ho detto,

sono una tomba!”.


“Ah, ah, aspetto,

son sicura.

Arlecchino

mi verrà di nuovo vicino”.


“Con rispetto,

allora non ho speranze,

mi allontano

dalle tue stanze”.


“Piano,

quanta fretta,

aspetta”.


“Son tre anni

che mi dai la morte,

che ti faccio la corte”.


“Non azzecchi il tempo

e il luogo,

e poi c’è modo e modo

e un preciso momento.

Non è mica giusto,

quando lui è assente,

sembrerebbe un tradimento,

eh,

ci sarebbe meno gusto

di niente!

Adesso mi siedo,

poi quando torna,

gli facciamo le corna,

mi spiego?”.



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giovedì 11 giugno 2015

Ai poeti dimenticati©



Di Mary Blindflowers©


Ai poeti dimenticati

con Selene di traverso,

a quelli mai pubblicati

oppure editi ignorati,

ai loro libri negletti

dentro idee fritte

nello scaffale

di polverose librerie

perse in squallide periferie

del metamondo,

a quelli a cui hanno detto

mai sarai tondo,

lascia stare il verso.

Il talento è solo

una parola sparsa al vento

delle possibili fortune incidentali.

E pubblicano storie di lucchetti,

amori, lune sempre dritte 

e piccoli morbidi orinali...



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