giovedì 30 aprile 2015

Domande retoriche e credenti inconsapevoli©

Di Paolo Mazzocchini©



In una sequenza del film Palombella rossa di Nanni Moretti un fervido bigotto attaccabottoni prima chiede ansiosamente al protagonista se crede o no in Dio, e poi – sentendosi rispondere perentoriamente che no, assolutamente no – per niente scoraggiato dalla risposta lo incalza esclamando che proprio quel suo ateismo dichiarato è la prova più nobile della sua ricerca di Dio: «Anche tu – replica più o meno (cito a memoria) – sei dei nostri, sei uno dei nostri, anche se non lo sai ancora!»

Quando studiavo all’università sul famoso e benemerito testo di filosofia antica di Giovanni Reale rimanevo alla fine di ogni capitolo sconcertato da una sorta di coazione a ripetere: l’autore – cattolico e grande studioso di recente scomparso – dopo avermi deliziato con trattazioni di rara chiarezza su Aristotele, Platone, Epicuro ecc., non riusciva a esimersi dal sottolineare che ciascuno di questi grandi pensatori pagani aveva, sì, regalato all’umanità tesori di conoscenza, ma che gli mancava comunque qualcos(in)a, un quid, un ulteriore tratto di strada da percorrere per perfezionare il suo pensiero. E ogni volta finiva per dire che quei gradini mancanti sarebbero stati poi impeccabilmente saliti, fino al sommo della scala, solo dal cristianesimo.

In una sala d’attesa di un medico, due giorni fa, mi incuriosisce la copertina di una rivista di un noto e potentissimo movimento clericopapista dove campeggia un espressivo primo piano di un adolescente accompagnato dalla frase: e tu che cosa cerchi? Mi incuriosisce e m’insospettisce, perché intuisco che chi ha scritto quella domanda non è qualcuno che attende davvero una risposta, ma presume (e insinua) che chi legge, in realtà, non la possieda. E che perciò se l’aspetti bell’e pronta proprio da colui che gliel’ha posta: quello che tu cerchi, tu non lo sai, ma lo so/sappiamo bene io/noi. Leggici, aggregati, seguici sulla vera strada, nella giusta direzione, verso il traguardo della verità e della salvezza…. Sfoglio qualche pagina della rivista e, guarda caso, ci trovo un articolo sul recente e discusso film di Martone su Leopardi Il giovane favoloso: l’autore del pezzo – appoggiandosi ad un vecchio saggio leopardiano di un famoso prelato fondatore del suddetto movimento – critica Martone per non aver còlto nella figura di Leopardi una intima, profonda, nascosta domanda religiosa di assoluto. Così nascosta e profonda che io stesso (modesto ma appassionato leopardista) non mi ero mai accorto che ci fosse. Anzi credevo che già a 20 anni Giacomo, per quello che scrive nello Zibaldone e altrove, avesse definitivamente liquidato qualsiasi interesse per il cristianesimo e per le religioni rivelate. Certo, di domande irrisolte e fondamentali nella poesia di Leopardi ce ne sono e come. Ma il poeta se/ce le pone ben convinto (purtroppo) che non hanno una risposta; e che l’aspettativa di una risposta (consolante o salvifica) è solo una nostra pia e commovente illusione. Questo è il suo (e il nostro) dramma. Un dramma decisamente tragico, secondo me. Ma non secondo quell’articolista che evidentemente considera Leopardi (come Reale considerava i filosofi pagani) non un pensatore laico, negativo e antinomico, ma soltanto un cristiano inconsapevole e/o incompiuto. Magari perché non ha fatto in tempo a conoscere il movimento, né a leggere i saggi leopardiani del suo guru…


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lunedì 27 aprile 2015

'Volete davvero essere i figli scemi?"©


Di Vera Bonaccini©



Questo testo è per voi che scrivete e pubblicate a pagamento.

Voi, che spendete 1200 euro o più per avere un volume col vostro nome in copertina che, nella maggior parte dei casi, non vedrà altra libreria se non quella nel salotto di vostra zia.
Voi che no, non avete speso niente, avete giusto acquistato qualche copia (!) e avete finito per trasferirvi a vivere nel salotto di vostra zia perché, in casa vostra, con tutti quegli scatoloni di libri, non ci si gira più.
Voi che ve ne state un pomeriggio a casa vostra, con molti euro in meno e parecchi scatoloni di libri identici in più; voi che, emozionati come non mai, raccogliete con mani tremanti una copia del vostro tanto anelato volume, la aprite e vi trovate di fronte a così tanti refusi da sentire in lontananza la buonanima della vostra maestra delle elementari rigirarsi gridando nella tomba.
Voi che scegliete di pubblicare a pagamento, illuminatemi!!! Perché?
Perché non credete in quello che fate?
Perché scegliete di pubblicare a pagamento invece di sottoporre i vostri testi alla valutazione di una casa editrice che non pagate e che quindi è in grado di dirvi davvero se sono validi o meno?
Perché, nel caso in cui una o più case editrici NO EAP abbiano deciso di non pubblicarvi, non continuate a spedire ad altre case editrici NO EAP invece di ricorrere al potere del vil denaro?
O anche: perché nel caso in cui una o più case editrici NO EAP abbiano deciso di non pubblicarvi, non vi prendete un momento per capire se il vostro manoscritto potrebbe essere migliorato in qualche modo al fine di risultare più convincente?
O pure: perché nel caso in cui più case editrici NO EAP abbiano deciso di non pubblicarvi, non vi autopubblicate, invece di pagare profumatamente qualcuno per farlo al posto vostro?
Si critica tanto l’editoria a pagamento ma siamo onesti, l’editoria a pagamento esiste perché esiste qualcuno che è disposto a pagare per essere pubblicato.
Ebbene, voi drogati di vanity press, sappiate che così facendo fate danno.
Fate danno a tutta l’editoria italiana perché saturate il mercato di libri che, onestamente, non avrebbero ragion d’essere.
Fate danno a chi cerca un editore serio con cui pubblicare perché, nel momento in cui questi si trova a inviare dei manoscritti, si trova anche a doversi districare tra schiere e schiere di case editrici a pagamento che voi, Signori, mantenete.
Fate danno a chi legge e si trova ad acquistare incautamente un libro brutto pubblicato a pagamento, ottenendo l’effetto di ridurre l’acquisto da parte dei lettori di libri scritti da esordienti e di spingere sempre più il lettore ad affidarsi nelle sue scelte quasi unicamente a grosse case editrici, onde evitare spiacevoli sorprese. Ovviamente, in questo caso, fate danno ai bravi autori esordienti e alle case editrici piccole e serie (che magari, in altri contesti, avrebbero potuto anche pubblicare voi).
Fate danno agli autori in generale che non vedono arrivare il loro libro in libreria perché i librai non riescono a stare dietro all’infinità di libri che escono ogni anno in Italia (parliamo di circa 70000 titoli) e, giustamente, come i lettori, si affidano a realtà sicure che già conoscono.
Ma soprattutto fate danno a voi stessi e ai vostri scritti.
Conosco alcuni autori, anche validi, che hanno scelto di pubblicare a pagamento; quando domando loro le motivazioni di tale scelta mi sento sempre rispondere cose del tipo: “Che ci vuoi fare, ormai TUTTI ti chiedono soldi per farti pubblicare.”, “Che ci vuoi fare, tanto SE NON CONOSCI QUALCUNO non ti pubblicano.” “Che ci vuoi fare, fanno pagare, è vero, ma sono UNA CASA EDITRICE SERIA.” “Che ci vuoi fare, DEVI ACQUISTARE UN TOT DI COPIE, ma poi come autore ti seguono, fanno promozione, ecc.”, “Che ci vuoi fare…”
Ecco, io fare, non è che ci voglio (o posso) fare poi molto; posso solo dirvi, per esperienza, che non è vero che tutti ti chiedono soldi per pubblicarti; che non è vero che se non conosci non pubblichi; posso solo dirvi che una casa editrice è seria quando non chiede un contributo economico ai suoi autori; che una casa editrice seria segue i suoi autori prima, durante e dopo la pubblicazione del libro anche se l’autore in questione non acquista nemmeno una copia del libro suddetto.
Posso dirvi anche che pubblicare a pagamento, per fretta, ingenuità o vanità che sia, equivale a parer mio, a svendere il proprio talento e, Signori, un consiglio: se siete i primi a non crederci, non potete lamentarvi poi se non ci credono gli altri.
Consiglio a tutti la lettura dell’intervista che Tullio Pironti (Tullio Pironti Editore) ha rilasciato a Stefano Piedimonte relativa alla sua scelta di diventare un editore a pagamento, pubblicata su L’Unità nel Luglio 2013
Alla domanda: «Va fiero di tutti i libri che pubblica? Le capita mai di mettere la sua firma di editore su testi di cui non è orgoglioso?» Pironti risponde: «Sì, mi capita. Quando succede, non li pubblicizzo. Cerco di farli passare inosservati, li considero dei figli scemi».
Volete davvero rischiare di essere i figli scemi?!







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domenica 26 aprile 2015

1730-2015©

Di Mary Blindflowers©


Nel 1730, Henry Fielding mette in scena il The Author's Farce, The Pleasure of the Town. Luckless è il personaggio principale, che si illude di poter vivere del suo lavoro di scrittore. Ma l'amico Witmore gli fa un discorsetto in cui cerca di convincerlo ad adattarsi ai tempi:

“Nell'era del sapere e della vera cortesia, in cui l'uomo potrebbe prosperare col suo valore, ci vorrebbe dell'incoraggiamento. Ma quando partiti politici e pregiudizi si antepongono a questi, il sapere è ordinato e l'arguzia non compresa; quando i teatri sono rappresentazioni di marionette, e i commedianti cantastorie, quando sono dei buffoni a governare la città, può un uomo pensare di trar profitto dalla propria arguzia? Se devi scrivere, scrivi stupidaggini... fa' della retorica e predica sciocchezze, e può darsi che tu sia incoraggiato a sufficienza. Sii scurrile, sii sfacciato...

E ancora nell'Atto II scena seconda Marplay Senior ha le idee molto chiare: “l'arte di scrivere è l'arte di derubare i vecchi drammi, cambiandone il titolo, I drammi nuovi cambiandone il nome dell'autore”.

Dal 1730-2015, non è cambiato molto, purtroppo.
Il teatro e non solo, in Italia è ambiente d'élite. Costi elevati per l'ingresso a spettacoli spesso e volentieri deludenti. Il regista stesso, piuttosto che affidarsi alla penna di uno scrittore, preferisce buttare giù rifacimenti di vecchi drammi e commedie, oppure di triti romanzi di cui tutti sanno già la trama, quando non sono gli stessi attori che scrivono il testo poi dattilografato in tristi libretti da distribuire agli spettatori. Di rado si assiste a commedie originali. Se un nuovo autore propone il proprio testo, gli addetti ai lavori, gli ridono in faccia, pensando: “ma che ingenuo che sei, lo sanno pure le pietre che noi i testi ce li scriviamo da soli. E tu chi saresti? Ti manda qualcuno? Sei amico di uno di noi? Non abbiamo tempo per te”.

Il mondo è soltanto un insieme di cerchi. Se non fai parte di un cerchio chiuso non sei nessuno e puoi anche gridare tra un cerchio e l'altro. Neppure il vento potrebbe mai ascoltare, se in quel momento non gira nella giusta direzione.

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Fantasmi a Cagliari©

Di Sonia Argiolas©


Molti dei ricordi della mia infanzia trascorsi in un piccolo paese della Barbagia di Seulo sono legati a storie nelle quali il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti era molto labile, facile da oltrepassare. Non era infatti cosa fuori dal comune, in quei vecchi racconti, che i morti, di tanto in tanto, varcassero l’oltretomba e andassero a cercare i loro cari per una visita-lampo, per semplicemente accomodarsi nella sedia della cucina a volte senza neanche proferire verbo o, anche, per annunciare qualche evento futuro. E io quelle anime non le ho mai immaginate come ectoplasmi, ma come esseri tangibili forse per la forza insita in quei racconti che conferiva loro una sorta di materialità quasi a voler rafforzare un fatto che doveva considerarsi vero. Col tempo son diventata scettica, tremendamente scettica ma pur sempre affascinata dalle storie di fantasmi almeno quelli letterari visto che, ormai nessuno mi racconta quelle belle storie provenienti da voci profonde. È naturale che un libro come “Fantasmi a Cagliari” abbia attratto la mia attenzione. In un solo titolo due cose che mi incantano: i fantasmi e Cagliari.



A detta di molti non sarebbe raro incontrare per le vie di Castello un corpo senza testa che alteramente passeggia trascinando in mano la propria testa. Così come può accadere che una vecchia edizione de L’uomo che ride di Hugo spostato dalla proprietaria ritorni, nel corso della notte, nella libreria dalla quale era stato rimosso. O, ancora, può succedere che in una casa situata in Piazza Martiri ripetutamente compariano a turbare la vita di due donne  is duennas, apparizioni notturne…



  Io non credo ai fantasmi e i fantasmi non esistono: era questo il pensiero che dominava la mia mente mentre mi accingevo a leggere questo bel libro. A fine lettura, invece quel pensiero si è come sbiadito perché soppiantato da un altro: il valore delle storie, il valore del passato, del ricordo, la necessità – spesso trascurata – di non far cadere nell’oblio voci lontane nel tempo. Già perché Pierluigi Serra in questa opera ha, con piglio quasi scientifico, svolto un’opera di conservazione di storie dal sapore antico delle quali è necessario conservare il profumo. Non si parla di fantasmi tout court si parla di una città al limite del magico, esoterica,  ed è di palmare evidenza come tutta l’opera sia stata il frutto di lunga e paziente ricerca e di una grande capacità di ascolto. Se a ciò si aggiunge l’abilità dello scrittore, e del giornalista quale egli è, nel mettere insieme quelle tante voci e mescolare, con maestria, eventi storici realmente accaduti con un mondo surreale ne vien fuori una lettura interessante nella quale la curiosità del lettore è tenuta sempre desta. E’ un libro scorrevole e ben curato e leggerlo è come fare una lunga passeggiata nel tempo e nello spazio, una meravigliosa passeggiata in una Cagliari misteriosa e fortemente intrisa di fascino caratterizzata da mille sfaccettature e da ombre che si intersecano, si sovrappongono, si confondono armoniosamente. Non è un caso che a fine lettura venga il desiderio di armarsi di un buon paio di scarpe sportive e fare una lunga camminata nei luoghi, nelle strade e nelle case richiamate nel libro per trovare, forse, qualcuna di quelle ombre nel cocente sole cittadino.





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sabato 25 aprile 2015

La decomposizione del mattino©

Di Mary Blindflowers

Foto di M.B.

Il rumore ai lati del corpo
avvinto in lacci d'altri mondi
scrittura come in trans d'ipnosi
non riconoscibile nella post-lettura
neuronale dei perché,
mai chiedersi, mai dubbi e domandare,
e
mai corrodere legni di certezze gnosi
miste a fango dottrinale.
Brutto eterno vizio
quello di chi trova il mare
dentro un cassetto infero
catapultato nell'altrove.
Eppure cerco solo il quando e il dove
si possa dubitare ancora.
Il corvo aspetta
la sola
decomposizione del mattino.




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venerdì 24 aprile 2015

Loop o non loop? Little town blues

Di Mary Blindflowers©






Vera Bonaccini in Little town blues, offre lo spettacolo di una poesia non convenzionale, dai ritmi più o meno incalzanti, belle immagini pervase di talvolta caustiche pennellate. Una poesia lontana dal patetico, da certo sentimentalismo filo-ottocentesco caro ai seguaci della rima banale di stampo pseudo-romantico. Così “il suono di una mano quando applaude ricorda quello di un uccello gambizzato”, nel tentativo di “esaurimento di un luogo cerebrale” mentre l'amianto soffoca montagne”, “la domenica è una pozza soffocante di Moleskine depresse, senza voce” e “il deserto si staglia lento sui ragni neri vomitati dalla gola”. Tutto sembra filare liscio, la musicalità è buona, la profondità non manca, un lettore non potrebbe non essere contento di aver acquistato il libro. C'è un però. Come dire il neo sul viso eburneo, il pelo nell'uovo sodo che si sta per mangiare, l'increspatura sulla tela perfetta: la punteggiatura. Ci sono dei refusi? Dopo aver letto la prima poesia si può pensare che forse al correttore di bozze sia sfuggito qualcosa. La lettura continua. No, il correttore di bozze non c'entra. Non è nemmeno colpevole di quel "pret-a-porter" completamente privo di accento circonflesso e grave... L'abolizione di alcune maiuscole dopo il punto e l'uso di intere frasi tutte attaccate sono volute dall'autrice. Mi interrogo sul senso di quest'operazione, inutilmente. La minuscola dopo il punto appare come posa pseudo-innovativa che non mi piace molto perché l'innovazione nasce dalle idee, non dall'abolizione della convenzione, nel tentativo di sostituirla con qualcos'altro che potrebbe, un giorno, a sua volta diventare convenzione. Loop masochistico e improduttivo a livello creativo.


L'autrice dice che abolirebbe le maiuscole però le usa in alcune poesie e nel titolo stesso, contraddicendosi. La grammatica diventa così in questo libro un gioco che varia a seconda dell'umore di chi scrive e dell'umidità dell'aria. Stesso discorso per le parole tutte attaccate che, secondo l'autrice, danno un “senso di urgenza”. Secondo me comunicano invece un senso di negligenza e di disordine, come oggetti affastellati alla rinfusa, che hanno anche il difetto di rallentare il ritmo. E proprio sul ritmo alcune annotazioni le farei. “Spleen”, per esempio, scorre come acqua di fiume, gradevole all'orecchio, fino a che l'autrice non ha la brillante idea di incepparsi nel verso di “smartphoto-smartphone di noi”, che come effetto collaterale lega pesantemente la lingua. Idem per quel verso “senso di sesso” che fa crollare il ritmo, depresso anche dall'uso di alcune parolacce nel testo, “parole come tutte le altre”, a detta dell'autrice. Il loro uso dovrebbe essere rafforzativo. Si ottiene invece l'effetto contrario perché danno l'impressione di una forzatura, come un "ce le metto perché io le uso e in qualche modo voglio farle entrare nel discorso". In “To Scratch”, la musicalità è buona poi arrivano “quei carri allegorici di “sto cazzo” con quel “di” che rallenta penosamente lo scorrere. Il termine scurrile appare gratuito perché direttamente mutuato dall'espressione quotidiana. Sarebbe stato meglio dire “del cazzo”, per la scorrevolezza del verso, senza ricalcare il di e lo “sto”, come aborto del dimostrativo, utilizzato probabilmente dall'autrice nella vita di tutti i giorni. Ed ecco come una doccia fredda il “tuttoquelchenonvorrai” di “Oroscopo”, rigorosamente attaccato, che ti fa esclamare: “mah”. Lo “sciroppodenso” invece mi piace. Garbata l'unione di aggettivo e nome, perché scioglie ritmicamente il testo verso uno scorrere, un andare... Invece attaccare cinque parole è operazione che fa sorridere, perché non da niente al testo, se non la posa di chi vuol definirsi sperimentale muovendo la posizione delle lettere, senza rendersi conto che la sperimentalità è sempre e soltanto nelle idee, che pur ci sono, vive e profonde.


Ho chiesto all'autrice il perchè di queste scelte. Vi posto qui di seguito il dialogo sulla chat di fb che ne è venuto fuori.


“Che scopo ha iniziare le poesie con la minuscola che usi anche dopo il punto? Il senso delle parole attaccate?”.


“Io abolirei le maiuscole fosse per me, credo nel minuscolo, diciamo e questo spiega il minuscolo a inizio frase/poesia. le parole composite le uso spesso per legare un certo tipo di immagine o discorso”.


“Anche io uso parole composte da un aggettivo e un nome, per esempio, o due aggettivi ma non una frase intera, è una mortificazione della grammatica. Secondo me in questo il libro un poco si perde... Poi una poesia tipo “Tra titolo e tritolo” che parte al top, bel ritmo, si perde con quel “il senso del sesso” che fa incespicare la lingua... Noto ogni tanto una frenata nei tuoi testi che aliena un poco il ritmo, lo frena”.


“Tra titolo e tritolo” è una poesia particolare (infatti ero in dubbio se pubblicarla o meno poi si è deciso di sì), il sesso sublimato è ovviamente riferito a un fatto reale quindi ha senso come discorso ma poco come poesia, lo riconosco...


“Diciamo che tutto il libro così com'è, inizio poesia e frase minuscola, parole tutte attaccate, parolacce incastonate male, sembra più una posa che un vero tentativo di innovazione”.


“L'ho sempre usato molto il collegamento tra parole (fino all'unica frase tutta attaccata), rimembranze beat più che altro... Le parolacce le uso in poesia come nella vita reale”.


“L'inserimento delle parolacce appare un po' forzato, un po' come volerle infilare per forza nel testo. Appaiono artificiose”.


“Per chiunque mi conosca dal vivo sembrano normalissime, te l'assicuro, però capisco il tuo discorso”.


“Dal vivo è un'altra cosa, ma qui sembrano usate con lo scopo di rafforzare il discorso, forzando un po' il testo”.



“Può darsi. Uso le parolacce perché per me sono parole come tutte le altre”.


“Parolefantasma tutto attaccato invece mi piace e poi in “Multidimensionalità” usi il maiuscolo”.


“Sì lì sì”.



“Se poniamo "l'abolizione della maiuscola" come regola, nulla vieta di usare la maiuscola comunque; le regole esistono proprio per essere aggirate, no?”.



“Ecco l'hai detto, “l'abolizione della maiuscola può diventare regola” a sua volta suscettibile di essere aggirata. E l'innovazione dov'è? In questo continuo aggiramento? Sa un po' di loop questo aggirare una regola per crearne un'altra... L'aggiramento stesso diventa regola che poi occorre aggirare, all'infinito. Non lo trovi triste? Voglio dire non sarebbe meglio lasciar perdere le convenzioni e concentrarsi sulle idee? E quel povero prêt-à-porter senza ombra di accenti è voluto?”.


“Sì, perché non mettendo gli accenti volevo proprio esaltare il fatto del "prêt à porter" come esempio del "lo usano tutti ma nessuno sa che vuol dire", nel senso di un qualcosa di largo consumo”.


“Forse bisognava dirlo nella prefazione invece di lasciare il lettore a risolvere enigmi”.


“Ma no, perché?! è divertente risolvere enigmi. poi, onestamente, non credo sia sempre necessario spiegare tutto. credo nell'autodeterminazione delle menti”.


“Fino ad un certo punto, le scelte radicali devi spiegarle se no è inutile farle”.


“No, non sono d'accordo. le scelte (radicali o meno che siano) si fanno; nel momento in cui le si spiega già perdono di significato. è la "situazione" che conta, non la spiegazione della stessa”.


“Se tu fai una scelta radicale di non mettere il punto devi spiegare la tua scelta altrimenti perde di senso perché la spiegazione non è scontata e se non spieghi scrivi solo per te e allora non pubblicare perché pubblicare è comunicare e per comunicare devi spiegare e servire dubbi. Ci sono scelte che non si spiegano perché sono ovvie. L'uso non corretto della punteggiatura spiegalo, poi dopo che me lo hai spiegato ti dico sì, concordo, no, non mi piace. Io opto per la seconda opinione, dato che non ne vedo l'utilità”.


“Son opinioni. francamente, se volevo spiegare, mi dedicavo alla saggistica invece di scrivere poesie”.


“Opinioni. La saggistica non sempre spiega, anzi, ha lo scopo di suscitare altri dubbi spiegando”.


“Il "corretto" e il "non corretto" sono convenzioni; chi l'ha detto che non terminare una poesia con il punto non è corretto?! Sicuramente suscita altri dubbi ma spiega, sennò non può suscitare niente, no?”.


“Tutto è convenzione, anche quella di usare la minuscola ad inizio poesia lo è, diciamo che la scelta radicale se è approvata, diventa a sua volta convenzione... Non mi suscita niente la sostituzione della convenzione con qualcosa che potrebbe a sua volta diventare convenzione. Non è innovazione, è un'operazione inutile al livello di sperimentalità. L'esperimento è l'idea”.


“Può essere”.


“Instilliamo questo dubbio nel lettore”.



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mercoledì 22 aprile 2015

Cristiano Vaccaro è o non è editor per la Nogu Edizioni?

Di Mary Blindflowers




Avendo desiderio di pubblicare alcuni miei testi teatrali, in data 18/04/2015 scrivo alla pagina fb NOPS Festival che di teatro si occupa. Chiedo semplicemente se siano anche editori.

Il giorno dopo mi arriva una mail:

Gentile Antonietta, puoi inviare il testo a questa mail. Nogu Teatro è l'associazione che gestisce la rivista e le pubblicazioni. In attesa dell'invio, un cordiale saluto, Cristiano Vaccaro.

Nogu Teatro

Rispondo allegando due lavori con relativa scheda:

Gentile Cristiano,

grazie per la rapida risposta.
Le mando in allegato scheda e testo di due miei lavori teatrali, I gelsi neri e La stanza della carne fredda, sperando in un suo positivo riscontro. Nelle schede è indicata sinossi e libri finora editi.

Cordialmente

Maria Antonietta Pinna

Dopo poco tempo, sempre lo stesso giorno mi arriva una risposta nebulosa del Vaccaro in cui dichiara di aver letto circa 300 pagine in poche ore e di non poter “accettare” “per il momento” i testi, nonostante l'efficacia dei dialoghi, per via di un cespuglio che nella commedia I gelsi neri andrebbe solo immaginato, e per via dello svolgersi delle azioni, a suo dire, un po' troppo “meccaniche”. Alla fine della sua valutazione però aggiunge stranamente: ma se produrrai ancora qualcosa mi farebbe piacere dargli un'occhiata. A presto e buon lavoro, Cristiano.

La risposta mi rende perplessa. Ci sono alcune cose che non quadrano. Primo, l'interlocutore mi da subito del tu, senza avermi mai vista e conosciuta, secondo nessun editor può risponderti così rapidamente, non si possono leggere 300 pagine attentamente in così poco tempo, terzo non usa il termine “pubblicare”, ma “accettare” e sottolinea “per il momento”. Cosa significa quest'espressione temporale? Poi perché se non li può accettare vorrebbe dare un'occhiata ad altri lavori?
Mi viene un atroce dubbio. E se non fosse un editor? Allora scrivo un post su fb per chiarire il dubbio. Scrivo pubblicamente:

Cristiano Vaccaro si fa mandare due testi in visione per eventuale pubblicazione, spacciandosi per selezionatore e editor della Nogu edizioni, rispondendo con il tu senza neppure conoscerti e dichiarando di aver letto i miei testi lo stesso giorno in cui gli sono stati inviati, dicendo di non poterli accettare per via di un cespuglio che forse andrebbe solo immaginato, e comunque invogliandomi a mandargliene altri... Tutto molto strano... Spero che la Nogu edizioni mi faccia capire chi è costui e perché abbia un atteggiamento così poco professionale e se sia veramente un selezionatore di testi oppure solo uno che si fa inviare testi chissà perché...

Il diretto interessato risponde usando questa volta il lei:

Le chiedo scusa se in qualche modo ho potuto offenderla. Non era mia intenzione. Putroppo distanza e velocitá possono causare fraintendimenti.

In poche parole non risponde... Di cosa si scusa? Non si capisce bene. Il fraintendimento quale sarebbe?
E io incalzo...

Sì, ma lei è o non è editor di Nogu Edizioni? Lei veramente, come dice, è incaricato di selezionare i testi da pubblicare?

Non ha più risposto.

Perché non risponde? Perché?

E perché la Nogu tace? 

Silenzio...

Il mistero si infittisce...

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domenica 19 aprile 2015

Good a lot©

Di Mary Blindflowers©

Foto di M.B.

Corrono le bugie

su lunghe gambe di legno smargiasso eroso,

poroso di politiche corrotte

nella democrazia delle mignotte

e dei banchieri in cui tutto

è uguale a ieri.

Pinocchio Italia sarà

un bambino vero impermeabile,

con la via al centro

o a uno dei due lati della testa

intercambiabile,

le tasche piene,

cravatta e giacca blu

simili a quelle di Barbablù,

sarà un parlamentare in festa

con la quinta elementare,

farà parte di una loggia

per contare,

bacerà le pile al Papa,

accenderà i ceri della mafia

e del compasso,

e prenderà spasso sullo Yacht.

Tv Italia, solo musica nostrana.

Good a lot.



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giovedì 16 aprile 2015

Home robot (2)©

Di Roby Guerra©

Foto di M.B.


Evidentemente esiste un nesso non banale ma fondamentale..

Secondo Voi se una scimmia pilota manualmente un'astronave che succede?

Bisogna ritornare semplicemente a Darwin: il mondo creato dalla scienza e dalla tecnologia, piaccia o meno equivale alla Terra che ha incontrato il Pesce quando –per qualsivoglia motivazione casuale o se si è credenti – disegno divino – uscì dall’acqua, appunto sulla terraferma: e per sopravvivere fu costretto o desiderò (se siete poeti o mistici) trasformarsi in Anfibio. Altrimenti si sarebbe estinto o semplicemente Depresso per tutto il suo ciclo biologico…

Appunto: sia a livello soggettivo che collettivo, oggi nasciamo in un mondo informatico creato dalla scienza e siamo invece educati a viverlo ancora come se fossimo scimmie, semplicemente uomini del passato prescientifico: dinamica storica che vediamo e che deve essere vista in senso sistemico (con noioso linguaggio tecnico) o meglio globale: mentre invece da un pezzo al massimo anche pur riconoscendo il nuovo binario e il nuovo treno necessario ci si limita a cambiare qualche vagone o la locomotiva o anche il binario, ma non l’intera ferrovia necessaria, binario e treno incluso. 

L’effetto radicale e totale non parziale di secoli di rivoluzione scientifica, industriale, elettronica hanno trasformato la mente umana: il mondo esterno sociale è una macchina funzionante in base a regole, leggi, valori piu o meno taciti scientifici. Ma le nostre menti? Pur già programmate per forza di cose e di interfaccia fin dalla nascita con l’ambiente esterno siffatto, fin dai vagiti sono come inquinate da valori preesistenti scientifici, dai valori religiosi o filosofici o politici o economici su cui ancora la maggioranza delle persone costruiscono il proprio Io o Sé.

Si pretende di vivere nuotando sulla Terraferma!

In principio invece i valori scientifici che esistono eccome: alcuni nel Novecento hanno captato eccome la trasformazione della mente umana: citiamo soltanto alcuni sociologi e scienziati anche outsiders rispetto alla comunità sociologica e scientifica convenzionale stesse, pur, sia ben chiaro, nientaffatto dei Guru o degli Incompresi, anzi soprattutto alla luce dei tempi recenti, parecchio accreditati. Ovvero Marshall McLuhan, Alvin Toffler e lo stesso almeno parzialmente (un poco troppo positivista ancora) Jacques Monod. Ma già prima di loro, proprio in ambito psicologico sebbene fortemente intriso in questi casi di letteratura, proprio Freud e anche Jung (quest’ultimo in dinamiche ancora più complesse e ancora parzialmente criptiche)

McLuhan, persino è stato forse il primo in assoluto ad analizzare la storia della mente umana nelle sue trasformazioni per effetto della tecnologia, dalla pietra levigata al computer! Toffler in un paio di famosi bestsellers, Lo shock del futuro e La Terza Ondata ha praticamente diagnosticato la tecno- depressione contemporanea ante litteram, al suo stato nascente, prevedendone anche certi sviluppi se la società non si fosse adattata alla nuova era nascente informatizzata. Mondo nel Il Caso e la Necessità, almeno potenzialmente ha spiegato già quasi il salto nel vuoto della specie umana nel suo tentativo puramente intuitivo, non guidato dalla conoscenza scientifica, di adattarsi al nuovo ambiente tecno scientifico. Molti anni prima, Freud aveva ben identificato la sanità mentale con lo spirito scientifico… e Jung a modo suo aveva ben dimostrato il ruolo attivo del Passato (che chiamava sistemicamente Archetipo, ovvero tutte le Credenze pre-scientifiche ) a livello psicosociale nel Presente, ruolo da decifrare per adattarsi alla modernità.

Sia ben chiaro, siccome l’espressione adattamento è mediaticamente compromessa (nel Novecento e non solo s’intendeva e si intende ancora… adattarsi al mondo dominante economico per il migliore successo economico…) la si intenda d’ora in avanti in senso appunto conoscitivo scientifico, creativo e libero!

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Della notte il nero©

Di Mary Blindflowers©
Foto di M.B.



La notte sola

si carica di sogni,

abortiti dalla prosaicità

dei bisogni del mattino,

per venir restituiti

come naufraghi

alla riva della sera,

a metà strada tra inferno

e limbo.

La primavera ha uno sguardo

di feroce fiera

trascina nembi e sole

chissà dove

per poter dire era.

Preferisco della luna

il nero e per lo più

l'altrove.
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Caramelle©

Di Alessandra Piccoli©

Foto di M.B.


L'odio è rumore
che imponi alla carta
quando scarti
il crac dei pensieri
destinati al cestino
quello sotto, nascosto
il posto è sbagliato
come me che sto infilata
tra la fine del giorno
e l'inizio di un'epoca
attendo la svolta
chissà se domani lo dirò
che hai cambiato gusto
e che la menta toglie il fiato
coprendo tutto ciò che dormiva
come fosse anestesia.


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mercoledì 15 aprile 2015

Parte seconda©

Di Paolo Aldrovandi©


Foto di M.B.


Il tempo di fumare l’ultima e vado,
mi metto dove posso vedere
se la tua verità coincide con me
e se tutto quel sapere fatto di vita,
prende per il culo l’intuito che esce.

Magari il rifiuto fosse una parte dell’anima,
una di quelle che salta fuori
come un esplosione di colori,
sì, come quella dei cartoons che conosci bene
dove una nuvola nera ti sporca solamente
senza ammazzarti per davvero
che così, ti puoi rimettere in gioco.

Ma questo morde in diverso modo,
già sento la finzione sparire dal video,
che il mio film pare preludio di un poi
e chiude ogni porta gettandone la chiave,
fermando i mostri del risentimento in prima fila,

presenze eterne di guardiani inutili.


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