martedì 31 marzo 2015

Le finte letture di Giuliano Ladolfi Editore

Di Mary Blindflowers




Il mondo editoriale italiano è popolato di personaggi che navigano in un mare di ambiguità. Tuttavia mai mi era capitato di imbattermi in un editore che finge di leggere le proposte editoriali, mandando in risposta un modello quasi prestampato di mail.
Un collaboratore del blog Destrutturalismo mi ha messo la pulce nell'orecchio. Un giorno mi manda una mail in cui mi dice che ha trovato alquanto strana la risposta di Giuliano Ladolfi editore, che se da una parte lo chiama poeta, dall'altra rifiuta il manoscritto, dicendo che è troppo legato ad una poetica novecentesca..., rimandando alla lettura dei suoi libri e in particolare de La poesia del Novecento, edita niente po' po' di meno che in cinque tomi...
Penso... C'è qualcosa che non va nella risposta... Troppo rapida. Gli editori non rispondono mai subito, è impossibile leggere in due giorni, dato che sono letteralmente coperti di manoscritti. Poi è strano che rimandi alla lettura di un suo testo.
Bene. Penso di mandare una raccolta allo stesso editore, sperando che non risponda quello che penso. E come previsto, accade una cosa strana. L'editore risponde anche a me dopo due soli giorni. Mai vista una casa editrice così tempestiva. Ma il bello è che la risposta è praticamente la stessa, soltanto in più aggiunge la pubblicità della sua rivista:

Gent. ma poetessa,

ho letto con grande interesse le sue composizioni, che rivelano un grande amore per poesia.
A mio parere, tuttavia, lo stile appare modellato su maniere novecentesche di stampo ermetico.
La rivista "Atelier", che dirigo, propone una concezione di poesia, in cui la parola "agganci" la realtà e si proponga come strumento di interpretazione del reale.
Per chiarire la nostra posizione, ho scritto il saggio "Per un nuovo Umanesimo letterario" (Interlinea) e "La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà in cinque tomi, edito dalla nostra casa editrice.

Grazie per essersi rivolta a noi e Buona Pasqua

Giuliano Ladolfi


A questo punto dico ad un altro collaboratore del blog: “Senti, ho come l'impressione che Ladolfi Editore mandi la stessa risposta prestampata a tutti, cambiando giusto il nome del destinatario e qualche parola nel testo, per adattarla meglio alla persona con cui ha a che fare.
Facciamo la prova del nove, mandagli anche tu un tuo lavoro e vediamo se ti risponde e in quanto tempo”.

Dopo due giorni Giuliano Ladolfi risponde, puntuale come un orologio:


Gent. mo poeta,


ho letto con interesse le sue composizioni, che ho trovato
profonde di significato.
Il suo amore per la poesia, tuttavia, è limitato dalla riproduzione
di uno stile "novecentesco" di stampo avanguardistico.
La rivista "Atelier", che dirigo, propone una concezione di poesia, in cui la parola "agganci" la realtà e si proponga come strumento di interpretazione del reale.
Mi permetto di consigliarle la lettura: "Per un nuovo Umanesimo letterario" (Interlinea) e "La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà in cinque tomi, edito dalla nostra casa editrice.


Grazie per essersi rivolto a noi e Buona Pasqua

Giuliano Ladolfi


In una manciata di giorni questo editore ha letto tre composizioni poetiche di tre autori diversi a cui ha dato la medesima risposta in tempi brevissimi, cambiando giusto qualche frase.
Come diceva Totò, “ho detto tutto”. Chi vuol intendere intenda...
Davvero strani personaggi si aggirano in Italia...






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lunedì 30 marzo 2015

Fara e il suo Cappello

 Di Sonia Argiolas


Un piccolo libro, una storia che straripa di fluidi dolci e amari, di vita. Leggendo la storia di Fara ho avuto la sensazione di sfogliare un album di fotografie. Foto un po' sbiadite, con i contorni rosi dal tempo, ma immortali come solo le fotografie sanno essere.
Anno 1903 Palermo, tutta occhi e salute, nasce Fara detta anche Faruzza. E’ fantasiosa, sognatrice e ama i cappelli, passione che si affina e cresce a dismisura complice (c'è sempre un complice) anche Carroll che con il suo cappellaio magico ha trasportato, soavemente, la piccola Fara in un magico regno del quale, devo dire, è degna cittadina onoraria.
Ma non ci troviamo di fronte ad una femminuccia vanesia che impiega il suo tempo in contorsionistiche pose davanti allo specchio. Il cappello, o meglio i cappelli, perdono tra le sue mani e nella sua chioma mai scomposta l'ordinario significato di accessori di moda. E no! Troppo facile. Il cappello non è un semplice oggetto, esso si eleva fino a divenire un segno distintivo della sua personalità . Esso diviene, quasi, il simbolo di quell'anima austera, nobile, discreta ed elegante che è Fara.
E con i suoi cappelli rigorosamente abbinati alle scarpe e ai guanti, con il suo portamento eretto vive esperienze, dolori, amori silenziosi. Ma vi è di più: riceve anche doni preziosi e li riceve dai santi in persona. Si! Proprio da loro che riuniti,nel tavolo ovale della Santa Chiesa, decidono di farle un arcano regalo. Hanno riservato a lei, per compensare la svista di Dio nel portarle via la madre, dei poteri strani che utilizzerà per aiutare gli altri. Senza alcun compenso, sia chiaro. Ecco che il reale e il magico si confondono , amalgamandosi pacificamente senza creare miscele entropiche.
Sullo sfondo si muovono quegli eventi che, poi, diverranno Storia. Quella storia che, come un torrente, trascina via tutto: colori, sogni, uomini, donne e bambini. Fara è un albero ben piantato su quell’aspro terreno e non sarà spazzata via, ma sopravviverà seppur con le lacrime in tasca. Lacrime sempre troppo asciutte le sue, quasi incapaci di bagnarle il volto e, anche quando appaiono sotto forma di liquido salino, si affaccia sempre quel lindo fazzoletto che, sollecitamente, ne elimina ogni traccia. Perché lei è cosi: soffre, ma sempre in dignitoso silenzio. Senza clamore. Con forza e classe.

E la guerra, mostro informe o pluriforme, semina vittime anche dopo che ne è stata decretata, nei documenti ufficiali, la fine. Anche dopo che sul podio insanguinato salgono i vincitori i quali, senza perder tempo, con precisione quasi geometrica, delineano i nuovi confini, spartiscono territori e creano nuove epoche, nuovi mondi, uomini nuovi. 
Il tutto senza nessuno sconto estivo o autunnale. Tutto a prezzo pieno. 
E lei,piccola donna in un Mondo Nuovo, continua a seguire un feretro, poi un altro e un altro ancora per accompagnare, forse in un mondo migliore, coloro che amava. Continuando così ad arricchire la sua collezione di perdite.
Con il suo stile lineare Maria Lidia ci mostra un album fatto di ricordi, di tanto amore, di persone che, presumo, hanno lasciato nella sua anima un profumo o, meglio, l’essenza di un profumo.




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martedì 24 marzo 2015

Polverizzazione molecolare (stralcio da Goodbye Mister Cavendish, l'uomo mai nato)©

Di Mary Blindflowers©

FOTO DI MARY BLINDFLOWERS

Mister Henry Cavendish è un uomo qualunque, di sana e robusta costituzione, statura notevole, ben proporzionato, due occhi così scuri da sembrare pezzi di carbone e le mani grandi, robuste. I capelli sono corti, di un curioso grigio metallico che cattura la luce. Può essere definito un bell’uomo, nonostante i suoi sessantacinque anni. Veste sempre elegante, ha un discreto conto in banca, una moglie e due figlie. È il titolare di una catena di agenzie di viaggi. Lavora molto, guadagna bene e ha una bella villa con piscina in uno dei quartieri più eleganti della città. Oggi però non è andato al lavoro. Non si è nemmeno vestito. Col peso del suo solo pigiama, è salito in soffitta. Seduto su un vecchio divano mezzo sfasciato, fissa il primo dei due cassetti di un antico comodino tarlato. Non c’è nessuno in casa. La moglie, Olga, è nella sua classe. Insegna matematica in una scuola pubblica. Le figlie sono grandi ormai, sposate, hanno la loro vita. Henry è stanco. La polvere della soffitta lo fa starnutire. Erano anni che non saliva lassù, anni in cui si è sforzato di dimenticare quel cassetto ed il suo contenuto. Si alza. Fa per aprirlo ma è chiuso. Bisogna trovare la chiave. Rovista dappertutto, lasciando le impronte dei suoi piedi nudi sul pavimento polveroso. C’è una confusione sigillata dal tempo, propria delle cose ammucchiate alla rinfusa, cose che poi riemergono dal buio dello spazio non quotidiano con tragica e tagliente evidenza. Mister Cavendish non ricorda proprio dove ha messo la chiave. Probabilmente l’ha buttata al fiume tanti anni fa, per dimenticare. L’oblio è la pillola triste che permette di affrontare il futuro. Una bambola con un occhio solo e il naso ammaccato sembra guardarlo stupefatta. In fondo, pensa l’uomo, non ha importanza se ha perso la chiave. Cerca una leva nella cassetta degli attrezzi e il gioco è fatto. Un raggio di luce e pulviscolo che entra da un'ampia finestra sul tetto, si posa nel ventre scuro del cassetto aperto. Henry ci affonda le mani. Afferra delle carte. Legge e rilegge meccanicamente quello che c’è scritto. Forse il mistero di quanto gli sta accadendo è racchiuso in quelle parole. Ma è tardi, deve vestirsi per andare dal dottore. La quinta visita in un mese. Si mette le carte in tasca ed esce nel freddo del mattino ventoso e grigio.
La sala d’attesa dello studio medico ha una tristezza affogata nel lusso del parquet seminuovo e in alcune stampe antiche alle pareti che fanno a botte con le sedie post-moderne e scomodissime di plastica bianca. La carta da parati è talmente rossa da far male agli occhi, damascata, abrasa in alcuni punti, bucata in altri. L’infermiera ha un viso teutonico, precocemente invecchiato, fitto di rughe che sembrano canali scavati in un pianeta di sabbia e cemento. Due occhi freddi dietro la montatura metallica degli occhiali provvisti di catenella. Ha le mani brutte, nodose, quasi maschili, con terribili ed inumane unghie a spatola. Le labbra sottili e impiastricciate di rossetto viola, si aprono leggermente nell’annuncio meccanico che ora tocca al signore con cognome Cavendish, indicandogli una porta. L’uomo si alza. In pochi istanti si ritrova seduto di fronte ad un estraneo in camice bianco. Lo stetoscopio dentro la sua tasca sembra un ragno agonizzante e contorto. I piccoli occhi spenti e distanti del professionista sono terre lontane perse in un oceano di metallica indifferenza. Il dottor Asch parla, mostrando i denti giallognoli e finti, porgendo la mano al paziente, con aria di importanza. Inforca un paio di occhiali firmati con le stanghette verde evidenziatore. Legge con attenzione il foglio che Henry gli porge. Gli esami sono perfetti. Parametri nella norma, elettroencefalogramma dal tracciato impeccabile, eccellente rapporto stimolo-risposta. Il medico si accarezza un baffo, perplesso. Guarda l’interlocutore, sospira, si gratta la testa, si preme le palpebre chiuse col pollice e sentenzia che il caso è difficile, se non addirittura misterioso, come la strana forma a stella dei globuli rossi del paziente. In tanti anni non gli è mai capitata una cosa del genere. Una malattia rara o sconosciuta, un fenomeno unico al mondo. No, no. Dopo aver riflettuto si è fatto l’idea che possa trattarsi di una questione nervosa. Eccolo là. Quando i medici non sanno cosa dire la buttano sullo psicosomatico, una comoda scappatoia dal mare di ignoranza in cui annaspano. Asch decisamente non sa nuotare, tanto che finisce con il consigliare la visita di uno specialista in psichiatria o in alternativa una bella vacanza ristoratrice.

FOTO DI MARY BLINDFLOWERS

Così Mister Cavendish pensa meno al lavoro e comincia a meditare in lunghe sedute psicanalitiche sul significato della vita e della morte, senza capirci un granché, a dire il vero. Intanto il suo corpo si consuma, assottigliandosi ogni giorno di più. Non si tratta di una semplice perdita di peso ma di un fenomeno di polverizzazione. Ogni mattina le sue cellule si ammucchiano sulle lenzuola sotto forma di polvere. Tutti i santi giorni Cavendish perde materia corporale. Pulisce il letto, butta la polvere di se stesso e si guarda nello specchio. La sua figura sempre più sottile lo preoccupa. Finirà con lo sparire del tutto. Vuole fermare il processo. Ma nessuno sa cosa abbia, né riesce a capire cosa materialmente si possa fare. Il primo caso al mondo di polverizzazione molecolare, mai registrato da nessun trattato di medicina ufficiale, bell’affare davvero. Lo hanno tastato, auscultato, esaminato dentro e fuori, gli hanno cavato il sangue, prelevato il midollo, e via ecografie, prelievi istologici, visite e contro-visite, niente! Sano. La perizia psichiatrica dimostra senza ombra di dubbio che ha un’intelligenza superiore alla media, con capacità di immediata risposta agli stimoli, fantasia, creatività e nello stesso tempo un spiccato senso pratico. Marito e padre affettuoso, nessuna tendenza autolesionista, costante equilibrio, autocontrollo, ottima cultura e sensibilità verso le arti figurative e non. In poche parole Henry Cavendish è un essere equilibrato e colto che conduce una vita normale e senza scosse. Ha soltanto un piccolo segreto che per anni ha conservato nel fondo dimenticato di un cassetto perso in un mobile della soffitta. Il segreto gli brucia nella tasca e nella coscienza adesso. Non sa che fare. Svelarlo significherebbe ammettere di essere un malato di mente, un visionario. No, no, non può parlare. Del resto che dire? Non sa neppure niente di preciso. Estrae i documenti dalla tasca e li guarda, passaporto e carta di identità di venti anni prima, autentici, senza dubbio, almeno stando alle autorità. Henry sente un brivido pensando a quella lunga notte passata in caserma. Vagabondaggio… Il peso dei ricordi appesantisce le palpebre. Chiude gli occhi...
FOTO DI MARY BLINDFLOWERS




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sabato 21 marzo 2015

Comunque vada, io scrivo©

Di Libri Libretti


Viviamo tempi duri, difficili, tempi in cui l’intelligenza deve farsi strada, tempi in cui la capacità di comprensione delle cose sembra sparita, peggio ancora, annullata.
Ci sono molti modi per mettere a tacere l’intelligenza. Uno è quello di censurare.
Censura, una sorta di valutazione, di stima, oppure nell’accezione che usiamo di più, una vigilanza sui costumi morali. Qualcuno preposto a ciò, cancella, edulcora, decide per noi.
Si impone una dittatura sulla nostra coscienza.
Chi può porre veti sulla coscienza se non chi ne possiede una…ed esercita capacità di critica?
Accade che qualcuno si arroghi il diritto di censurare gli altri, di censurare le coscienze degli altri, di censurare l’arte e la letteratura, di censurare le parole.
La parola censura si censura.
Le parole nascono, crescono, la nostra lingua evolve in libertà. Eppure il significato di censura acquista un senso scuro , buio, riporta indietro nel tempo.
Imprigionati da tempi vigliacchi, da mani vigliacche, qualcuno sparisce dentro un tempo che non ha stabilito, che gli è stato imposto.
L’offesa più grave è non disporre del proprio tempo, delle proprie parole, per costruire commenti, per formare “teste”.
La scrittura è colpa e peccato, è ciò che se appresa e meditata, crea il timore reverenziale.
Scrittura temuta da chi non esercita il pensiero, da chi non si fa domande.
Si teme lo scrittore perché spinge a leggere, ad aprire gli occhi, perché dà senso alla consapevolezza ogni qualvolta si imparano termini nuovi, parole in più.
Io posseggo l’Universo quando apro un vocabolario, quando leggo. Con le parole costruisco il significante e lo riempio del significato.
Io so che il mio profilo FB è la storia di un tempo importante, un tempo che non sarà messo a tacere.
Fb può censurare , può stabilire i tempi, ma l’ingranaggio in cui stritola gli altri, finirà per stritolarlo.
Chi scrive può scrivere in ogni luogo, chi mette la propria faccia e la propria cultura a disposizione degli altri, ha già compiuto il miracolo della trasmissione della conoscenza.

Facebook o non Facebook, io scrivo.

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martedì 17 marzo 2015

L'autore si compri un certo numero di copie: Puntoacapo.

di Mary Blindflowers




28 Febbraio 2015 19:46

Spett.le Casa Editrice,

vi mando in allegato la scheda di un mio lavoro di poesia, sperando di suscitare il vostro interesse. Nella scheda sono indicati anche i libri pubblicati.

Cordialmente

Maria Antonietta Pinna


12 Marzo 2015 14:58

Gentile Autrice, può mandare una proposta completa e definitiva come file di word direttamente a questo indirizzo. Sarà letta con attenzione e valutata in tempi ragionevoli.

La segreteria


12 Marzo 2015 16:50

Spett.le editore,

sottopongo alla sua cortese attenzione la mia raccolta "Ultrafanica" che troverà in allegato.

Cordialmente

Maria Antonietta Pinna


13 Marzo 2015 14:55

Gentile Autore,

poniamo il suo lavoro in lettura presso lo staff redazionale. La ringraziamo per l'invio, e le raccomandiamo di visitare il nostro sito www.puntoacapo-editrice.com dove troverà tutte le informazioni sulla politica editoriale e l’attività. Puntoacapo è un autorevole punto di riferimento, con una enorme mole di materiali di qualità da visionare e selezionare. Normalmente il nostro progetto editoriale si sviluppa su invito diretto agli autori, ma lasciamo una quota alle migliori proposte giunte in Redazione, che sono vagliate con la massima attenzione e indirizzate alla Collana o al nostro marchio che meglio corrisponda alla sua tipologia. Premettiamo per correttezza che la Redazione può approvare delle proposte nonostante la difficoltà nel rientro economico: in questo caso, il contratto editoriale potrà contenere la richiesta di prenotazione di un certo numero di copie.

Crediamo che il modo migliore di conoscere e apprezzare l’Editore a cui si invia in visione il proprio lavoro sia la conoscenza diretta dei suoi libri. Per ordinare scrivere a: acquisti@puntoacapo-editrice.com o compilare il modulo sulla pagina apposita dei nostri siti.

In attesa di un cortese riscontro,
cordialmente,

La segreteria di Redazione


13 marzo 2015 15:10

Gentile editore,

spero che il mio eventuale contratto non contenga clausole che mi obbligano a comprare un certo numero di copie perché io pubblico sempre free.


Stimata Autrice,

in genere la nostra programmazione procede per invito, ma lasciamo un certo spazio (non oltre il 30%) alle migliori proposte che vengono attentamente vagliato dal nostro Comitato scientifico. Va da sé che alcune di queste provengano (e ne siamo orgogliosi) da autori non ancora affermati, giovani anche se di rado esordienti (che non vanno mai comunque sulle Collane di puntoacapo, solo su quelle di Collezione Letteraria). In qualche caso siamo costretti per motivi evidenti a chiedere un onesto impegno ad acquistare un numero di copie che secondo noi sono comunque indispensabili per vari fini. Il metodo funziona tanto bene che siamo probabilmente l'unico editore di punta che da vari anni sta espandendo gli spazi per la poesia, mentre tantissimi o li riducono o li chiudono, dal momento che nessun titolo vende tanto da poter ripagare i costi (il punto di pareggio per un editore medio è oltre le 250 copie vendute).
È comprensibile però che per vari motivi alcuni autori preferiscano andare comunque alla ricerca di quegli editori che praticano poliche diverse.

La segreteria


Da notare che non usano più le formule di saluto, tipo cordialità o cordiali saluti.

13 marzo 2015 17:28

Gentile editore,

spero di non rientrare nei casi in cui chiedete un contributo. Penso che se un editore ritiene il testo valido possa anche investire sullo stesso. Trovo assurdo che un autore sia costretto a comprare il suo stesso libro...


13 Marzo 2015 17:33

Comprendiamo benissimo, ma il punto chiave sono le vendite: noi siamo fra i pochi che con i nomi più noti possono affrontare il rischio, ma non è facile.

LM

Conclusione:

Puntoecapo Editrice è un Eap, Editore a Pagamento.

17 Marzo, a conferma:


In linea generale, quando un titolo passa l'ultima fase di selezione (che taglia fuori ben oltre il 90% delle proposte) formuliamo una proposta che lascia una scelta: o avere un controvalore pieno - per gli autori che comunque sceglieranno di partecipare a concorsi, che venderanno copie direttamente, ecc.) - che si aggira sulle 120 copie, o limitare l'impegno: in questo caso si può arrivare anche a 50 copie, scendendo però in maniera non proporzionale: in altre parole, non ci sarà controvalore ma valuteremo la cifra minima che ci permette un lavoro secondo i nostri standard.
E' comunque sempre possibile prenotare in qualunque momento più copie: ci sono autori che ne chiedono immediatamete 300-400, altri che riordinano dopo. Il costo praticato è quello di pura tipografia.


La segreteria

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lunedì 16 marzo 2015

Amantii (III)©

Di Paolo Mazzocchini©


Si sono consumati così, toccandosi 
strofinando la ceramica preziosa 
della pelle, screpolata la fresca foglia
 delle labbra al vento di discorsi vani
 a consolare, l’elettricità delle mani esausta
 in fatiche d’affetto pallide di voglia: ex 
amore, nembo affranto in un vapore
 lasco che non stringe più in lampi
 né più mai grandina violento
 sui tetti, disbrogliata ormai
 la tormenta nella trama lassa
 e spanta che somiglia
 al sereno.
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venerdì 13 marzo 2015

La cantina©

Di Mary Blindflowers©




Tellurico mostro

di magia esiziale

nella cantina abbandonata

al ritmo arcaico della lampadina

appesa al filo di nuove sole

oscurità tra le fauci d'ogni sopito

moto e occhi sirene

cigolanti motivetti al sole

del mattino buio.

L'underground non si descrive

se non nella linea sottile

tra il riverbero tondo

e l'ombra di se stessi

in riflessione posturale

tra pianeti e stelle estinte

catturate dalla sera.

E la cantina è calda di buone nuove,

come ventre fatato di falena

e si muove, come wooden puppet

dentro la balena.

Siamo solo ali spezzate

da feroci crune

attraverso cui è impossibile

passare.

Oggi il giorno è chiaro

di uno scuro incerto

ruminato da due stelle

piccole che brillano

leziose nel fondo

del mio vater.



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domenica 8 marzo 2015

Solstizio (da Note annegate)©

Di Fremmy©


Un moto alterno e indifferente
solco di reali congetture ideologiche,
disegnavo, nel contempo, un tratto a mano,
poi decisi di procedere al buio singhiozzando
mentre il cielo mi disse di bruciare il sole.
Un letto sommerso prese il largo,
soffocate invece erano le mie braccia
affannate nel seviziare discorsi utili.
Un gatto aspettò qualche roditore in viaggio,
la fuga invece dovette ingannare un solstizio malinconico,
sensi e abbracci rubati si scossero tra gli alberi
come mele falciate dal temporale,
e la primavera interrogò.


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sabato 7 marzo 2015

Il mercante di luce

Di Paolo Mazzocchini



Ci sono libri che non sono quello che vogliono sembrare. Un libro di narrativa – ad esempio – quando non riesce a riassorbire e rifondere nella verosimile concretezza dei caratteri e delle vicende il bagaglio di idee, anche stimolanti e originali, che trasmette (penso e.g. a Bouvard e Pecuchet di Flaubert), non è, a mio avviso, un libro artisticamente riuscito. Rischia di rimanere un ibrido irrisolto. Un saggio camuffato. È questo il caso de Il mercante di luce dello scrittore – cantautore – professore Roberto Vecchioni. Un'operetta che vorrebbe proporsi come un racconto lungo incentrato sulla storia patetica di un ragazzo (Marco) gravemente malato di una rara patologia e destinato a morte prematura, e di un padre (il professor Quondam) che si dedica totalmente a consegnargli nel più breve tempo possibile – quel poco che resta al figlio – il tesoro della sua eredità spirituale. Terza figura – più defilata – quella della madre di Marco (Miranda) e moglie separata del protagonista, ancora legata a lui da un rapporto di odio-amore per averla prima sedotta con la sua cultura e il suo talento intellettuale e poi schiacciata e soffocata, sotto il peso stesso di quel fascino, in un ruolo subordinato, non mai autonomo né paritario. Sullo sfondo, il mondo accademico con i suoi giochi di potere, i suoi walzer di cattedre più e meno squallidi, da cui Quondam rimane regolarmente escluso. I temi e i personaggi di questa vicenda ambientata nell’attualità si delineano tuttavia a strappi, sgranandosi in episodi intermittenti di una cornice narrativa che incorpora il nocciolo ispiratore del racconto: la preziosa eredità che il prof. Quondam (evidente alter ego dell’autore) cerca di trasmettere al figlio, vale a dire i tesori letterari della cultura classica che egli ha amato e coltivato da sempre. Così le pagine anche quantitativamente più corpose e coinvolgenti del libro sono proprio quelle nelle quali il professore declina nel ruolo di padre amoroso la sua educazione di antichista – che per lui coincide, interamente, con il senso stesso della sua vita.

In queste pagine sentiamo il protagonista parlare con ispirata passione della tragedia classica e dei lirici greci, di Sofocle e di Saffo, di Fedra e di Medea: ma quello che filtra nei discorsi di Quondam- Vecchioni non è (per fortuna) l’imprinting scolastico o cattedratico di quella formazione, bensì soltanto la sua residua quintessenza intellettuale ed esistenziale. Come dire: quello che della disciplina sopravvive in un insegnante quando egli ha ormai smesso di insegnarla.

Il meglio. Il distillato. Il sapere fatto ormai carne e sangue di colui che lo ha assorbito.

Quello che dovrebbe rimanere della scuola in chi vi lavora (oltre che in chi la frequenta).

È innegabile che queste pagine sui grandi della letteratura classica risultino, proprio per l’autenticità e il pathos con cui essi sono ri-vissuti, emotivamente coinvolgenti e originali, specie per quei lettori che abbiano (come chi scrive) condiviso con l’autore la stessa esperienza culturale e professionale.

Ma ci si chiede – a lettura conclusa – quale reale relazione esse abbiano con la cornice narrativa, non proprio originale nella trama e ostentatamente modernizzante nel linguaggio. Perché in ultima analisi quella cornice appare – rispetto al quadro – piuttosto eterogenea, inessenziale, persino pretestuosa.

Quasi sia stata inventata soprattutto per non lasciarlo senza.


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giovedì 5 marzo 2015

Guado©

Di Fremmy©





Il molo, vestendomi, ho colorato di grigiori,

fremente, gettavo la mia arpa assonnata

alla corrente desiderosa di anime cadenti,

un gioco è balzato alla mia vista, il ronzio di vene

tremanti e unte al corallo sbiadito sui rami, ascoltavo.

Il rosso era stato soltanto una fuga,

distrazione olfattiva tendente all'invisibile tepore.

La cima del legno ho annodato alla mia noia,

ho spento limbi solitari nel guado di un'abitudine,

immolate le mie frenesie, solleticavo un cigno nero.

Periferie dei miei umori, lamenti di paranoiche attitudini,

sentieri fragili e sconnessi, ho incontrato il mio verso opposto,

mi sono lasciato accompagnare dove il giorno non albeggiava.





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