sabato 28 febbraio 2015

Ex dolore©

Di Paolo Mazzocchini©





Ci si sveglia talvolta dal letargo di un

dolore come in gennaio filamenti

di alberi affiorano all’alba dal latte

della nebbia nottetempo escreto

dal seno della valle: nel letto

chiaro si incide il trapuntare

nero dei rami, come guizzi

di capillari iniettano appena

il teso pallore dei palmi


schiusi delle mani.



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venerdì 27 febbraio 2015

Il doppio©

Di Mary Blindflowers©



Il doppio mi segue

nel taglio di un umbratile

mattino

processando eventi.

nulle mani, cuore,

sole e zero ostacoli

a materia spesa,

il doppio è la luce

che fa scuro senza

alcuna presa

d'elettrico stupore

che seduce,

e non ho visto mai nessuno

che l'ombra non insegua,

senza tregua,

come animale vivo

che spira dolcemente

nello scuro

inghiottito da ogni luce.

La volpe sa giacere morta

sulla strada

prima che l'inverno

cada dal bicchiere.


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giovedì 26 febbraio 2015

Analfabeti di tutto il mondo uniamoci©

Di Sonia Argiolas©


Titolo: Contro l'Occidente. Analfabeti di tutto il mondo uniamoci
Autore: Alberto Abruzzese
Editore: Bevivino
Anno: 2010
Pagine: 253


Non avrei, forse, mai pensato di leggere questo libro. Forse.
Ma la vita ti porta delle cose e se le porta a te vuol dire che le devi far tue in qualche modo. Certo, del libro di Abruzzese non si può dire la tanto e usata - spesso abusata - frase “L’ho divorato”, visto che la sua scrittura, forse anche per il tema trattato, richiede un certo impegno e dosi massicce di concentrazione. A piccoli passi, a piccole dosi, lentamente e con i sensi vigili: così l’ho letto.

“Caro lettore, ti scrivo”. Così inizia questo complesso saggio. Ma perché scrive al lettore? Per interrompere quel patto, quella complicità che lega e ha da sempre legato - a mo’ di contratto sinallagmatico - un lettore all’autore. Per suscitare reazioni forti che nascano, se possibile, dalle viscere del cervello. Messaggi. Messaggi irrimediabilmente contro. Contro il libro. Contro gli scrittori, contro gli autori, gli intellettuali, le istituzioni, le politiche ed estetiche della scrittura, contro la lettura e i lettori. Non per ingannarvi, o miei cari lettori, non per farvi perdere minuti del vostro prezioso tempo, ma semplicemente per formularvi un invito. Un invito importante: l’invito ad ascoltarvi attentamente e arrivare a scoprirvi analfabeti e accettare, con serenità, il barbaro che c’è in voi. Date queste premesse, è quantomeno opportuna una solidarietà impossibile e perciò stessa pensabile - necessariamente pensabile - tra gli analfabeti. Unitevi e uniamoci. Perché il libro non è più un’arma o una difesa? Esso è morto perché mortale come un qualsiasi altro prodotto che ha esaurito il suo ciclo produttivo? Perché questo scontro? Perché ascoltare le ragioni del non-lettore? Siamo tutti moderni Prometeo? O Don Giovanni?... 


Analfabeti di tutto il mondo uniamoci è stato pubblicato per la prima volta nel 1996, due anni dopo l’ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi e preceduto da Elogio del tempo nuovo. Perché Berlusconi ha vinto, viene ripresentato, immutato nei contenuti, nell’anno 2010, con il titolo Contro l’Occidente. Alberto Abruzzese è uno studioso e un grande conoscitore dei processi sociali e comunicativi del nostro secolo, non poteva esimersi dallo studiare quei fenomeni che si sono sviluppati nel Belpaese che, a dire il vero, di bello ha ben poco. Avvento dei new media, epoca di grandi mutamenti e, in particolare, l’evoluzione - sin troppo rapida - dei linguaggi virtuali a cui è corrisposta la nascita di forme di de-civilizzazione e barbarie. Ricco di metafore e impensabili richiami mitologici e biblici, non didascalico e non scevro di una certa ironia né privo, a dire il vero, di passi un tantino ostici e di non immediata percezione, ci offre una spietata analisi del tragico che si insinua nel passaggio, spesso troppo rapido, da un sistema comunicativo ad un altro che trova voce in Christine de "Il fantasma dell’Opera", richiamato dallo stesso autore: “Trovandomi davanti allo specchio, d’un tratto non l’ho più visto… l’ho cercato dietro ma non c’era più lo specchio, né il camerino… Ebbi paura e gridai” . Buio. Disorientamento. Urlo di terrorizzata angoscia che rappresenta, pienamente, la perdita e l’incapacità di ritrovare luoghi e immagini di identificazione. E che la lentezza della lettura sia con voi, o lettori.

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Si devastano i Bernini©

Di Mary Blindflowers©




Pioggia fina

nel vaso strada

d'interezze sfatte,

nel contenitore ebbro

di espropriato sole spento,

ricordi che si accalcano

furiosi a scale

contro postmitici futuri

d'irrefrenabile candore.

Bella l'Italietta senza sale

dove

si devastano i Bernini

e l'Olanda giralana

minimizza gli asinini peti

dei suoi mulini a vento.

“Sento che qualcuno ha defecato

dentro la fontana!”.

“Sì, così pare,

sfasciare!

Punire!”.

Infatti lo hanno rilasciato

in tutta fretta

nell'epifanico prevedibile

stivale,

sempre eternamente

uguale.

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mercoledì 25 febbraio 2015

Conferenza stampa Museo D'Arte Mendrisio






Conferenza stampa Museo d’'arte Mendrisio: venerdì 20 marzo 2015, ore 11.00

Vernice Museo d’'arte Mendrisio: sabato 21 marzo 2015, ore 17.00

a cura di Simone Soldini

comitato scientifico Aurora Scotti, Chiara Gatti, Maurio Antonioli, Eva Civolani, Maurizio Binaghi e Simone Soldini (direttore Museo)

catalogo edito dal Museo d'’arte Mendrisio, circa 150 pagine di testi e apparati e riproduzione delle opere in mostra


Per ulteriori informazioni e immagini:
www.studioesseci.net

Comunicato stampa


Nell'’ambito del progetto
Anarchia Crocevia Ticino, legato all’iniziativa «Viavai. Contrabbando culturale Svizzera-Lombardia» promossa dalla Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia, il Dicastero Museo e Cultura di Mendrisio, presenta una grande mostra allestita contemporaneamente, fra Italia e Svizzera, al Museo d’arte Mendrisio e al Palazzo delle Paure di Lecco.

Il percorso espositivo si articola, prendendo avvio dal fitto intreccio di fatti e personaggi che diede vita nel Ticino di fine Ottocento e inizio Novecento a un importante capitolo della storia dell’anarchismo, in ben tredici sezioni: i simboli dell’anarchia, la Comune parigina, città e campagna, lavoro e miseria, la figura emblematica del vagabondo, sciopero rivolta e repressione, la lotta contro i poteri, satira e denuncia, il sogno di una nuova società, giusta e armoniosa.
La mostra si racchiude temporalmente tra gli ultimi trent’anni dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento, ovvero gli estremi cronologici della ricca vicenda ticinese: dal soggiorno di Bakunin a Locarno e Lugano (1872-76) all’insediamento della Comunità naturista del Monte Verità nei primi anni del secolo, non dimenticando la continua presenza nel Ticino di grandi personalità dell’Anarchia, come Elisée Reclus, Carlo Cafiero, Andrea Costa, Errico Malatesta, Pietro Gori, Luigi Fabbri, Eric Mühsam, Raphael Friedeberg, Max Nettlau...

Una serie di capolavori dell’arte, fra verismo e avanguardie storiche, accompagna lo spettatore attraverso i temi scelto. Un centinaio di opere - dipinti, sculture e grafiche - provenienti da istituti e collezionisti italiani svizzeri e francesi, tra cui spiccano il
Ritratto di Proudhon di Gustave Courbet del Musée d'’Orsay di Parigi, Le jardinier di Georges Seurat del Kunsthaus di Zurigo, la Louise Michel sur les barricades di Théophile Alexandre Steinlen del Musée du Petit Palais di Ginevra, i grandi studi per Il quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, L’oratore dello sciopero di Emilio Longoni,L'anarchiste di Félix Vallotton del Musée Cantonal des Beaux-Arts di Losanna, Per 80 centesimi! di Angelo Morbelli del Museo Borgogna di Vercelli,Le démolisseur di Paul Signac da collezione privata di Parigi, The Entry of Christ into Brussels on Mardi Gras in 1889 di James Ensor, La rivolta di Luigi Russolo del Gemeentemuseum dell'Aya, laVenduta di Angelo Morbelli della Galleria d'arte Moderna di Milano.

Le opere costituiscono lo sfondo ed evocano l’'intensa atmosfera di un periodo estremamente inquieto e conflittuale, testimoniando il profondo interesse da parte dell’artista per la cosiddetta – a quei tempi – “questione sociale”. Ne furono toccati tutti, in ogni parte del mondo: realisti e simbolisti, neoimpressionisti e divisionisti, medievalisti/neogotici e futuristi, e molti di loro si dichiaravano di fede anarchica.
La mostra è corredata da un ricchissimo materiale storico: lettere, documenti, libri, foto, filmati, vero e proprio alter ego della parte artistica; un taglio espositivo particolare suggerisce giochi di rimandi fra arte e storia, fra ricerca formale e impegno sociale.
All’affascinante capitolo della denuncia e della satira, attraverso una miriade di pubblicazioni, è interamente dedicata la mostra in programma al Palazzo delle Paure di Lecco. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in tutta Europa si conosce infatti una grandiosa fioritura di giornali e riviste, mezzi di diffusione per eccellenza delle idee anarchiche.
Il disegno di denuncia e di satira diviene così una formidabile arma di lotta nelle mani di grandi illustratori come Vallotton, Steinlen, Kupka,Grandjuan, Jossot, Scalarini, Galantara, de Camara, Masereel, Schrimpf, Man Ray, che pubblicano i loro disegni su testate divenute leggendarie:
Le Père Peinard, L'Assiette au beurre, La Feuille, La Sciarpa nera, L'’Asino, Mother Earth, Aktion, Die freie Strasse.
Un periodo turbolento, di grandi disparità e ingiustizie sociali, che sfocerà nella prima Guerra mondiale: giustizia, chiesa, esercito formano quella “triade del male” contro la quale si scaglia la satira sferzante di straordinari artisti
engagés.


Orari ma-ve: 10.00 – 12.00 / 14.00 – 17.00
sa-do: 10.00 – 18.00
lunedì chiuso, tranne festivi

Entrata Fr 10.- ridotto Fr 8.-

Info
www.mendrisio.ch/museo
museo@mendrisio.ch


Ufficio Stampa Studio ESSECI
tel. +39 049.663.499
info@studioesseci.net
gestione2@studioesseci.net


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Certe città©



Di Paolo Aldrovandi


Risale dal fondo del tuo barile
la voglia di farcela ubriaca.
E lo sai che c’è ?
Spinge forte ed è sorda
lo fa più di tutto il resto
come l’osceno dei tuoi occhi
che è attimo perduto
che si presenta a chi è intorno
a questi anni sporcati dal fango
mettendo parole sulla tua faccia
e maleodoranti pacche sulle spalle.
Tutto finisce tutto ricomincia
con la pelle nuova conciata a modo
del tuo nemico costante
rimasto volutamente indietro
per spazzolarti le spalle
cortesemente bugiardo
e tu lo senti, lo vedi, lo tocchi
hai già digerito le sue menzogne
come film rivisti o vecchi lavori
perciò sbronzo o cosa
parti e pianta chiodi se serve
anche bucando le pareti del barile
che sai non si offenderà,
di buchi ne hai già visti tanti.






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martedì 24 febbraio 2015

Il gatto nero (Frammento da Ichnussa, il piede di Dio Yume Edizioni©)

Di Mary Blindflowers©



Al gatto la tradizione sarda attribuiva poteri magici. L’animale aveva una natura ambivalente, poteva rappresentare l’incarnazione vivente di un demone maligno oppure di una forza o entità benigna. Ancora oggi si pensa che maltrattare l’elegante felino porti male.

Al gatto, soprattutto se era nero, le credenze popolari dell’Isola attribuivano la capacità di proteggere la casa dagli spiriti maligni.
Mentre per i sardi il gatto nero portava fortuna, per i Siciliani era esattamente il contrario. In Sicilia si dice che non bisogna far entrare un gatto del colore della notte dentro casa perché getterebbe il malocchio sugli abitanti1.


In Sardegna c’erano anche certi curiosi riti collegati al gatto. Per esempio quando una ragazza si comportava in modo leggero contravvenendo alle regole morali non scritte della comunità, tre fratelli o parenti della giovane aspettavano la vigilia di Natale, a mezzanotte, e quando la gente del paese ascoltava la messa, catturavano tre gatti dai colori diversi, poi utilizzando una forbice mai usata prima, tagliavano tre ciuffetti di pelo dalla coda di ciascun animale, indi con uno spago, dopo aver rimesso in libertà le tre bestiole, si provvedeva a legare insieme i peli tagliati e si faceva ritorno a casa.

Il giorno successivo, si bruciavano i peli e la cenere ricavata veniva messa di nascosto nel piatto della ragazza che, in questo modo, sarebbe rinsavita ed avrebbe assunto per magia costumi più morigerati 2.

A Uri si diceva che se una donna allattava il suo piccolo e ospitava in casa una gatta che aveva avuto i gattini, gli avanzi del suo cibo dovevano essere buttati e mai dati in pasto alla gatta, altrimenti le sarebbe andato via il latte3.

Il gatto nero ha una valenza magica in tutte le culture.



Scrive Edgar Allan Poe, gigante della letteratura noir americana: “avevamo … un gatto. Quest’ultimo era un animale grande e molto bello, tutto nero ed intelligente al massimo grado. Parlando della sua intelligenza, mia moglie, non aliena da una certa superstizione, faceva frequenti allusioni all’antica credenza popolare che vedeva i gatti neri come delle streghe travestite”.
Il protagonista del labirintico ed ammaliante racconto di Poe, "Il gatto nero", in preda ai fumi dell’alcool, prima cava l’occhio poi uccide l’animale, atto sacrilego che trascinerà l’uomo in un baratro di sventura ed abiezione segnando la sua definitiva rovina4...




1 F. Méry, Il gatto, vita, storia, magia, traduzione di S. Crotto, Edizioni Ilte, Torino, 1968, p. 40. 


2 B. Mazzone, I sardi, un popolo leggendario, cit., p. 159-161. 


3 Vedi Viaggio nel tempo a cura di Giovanni M. Cappai, cit., p. 128. 


4 E. A. Poe, Il gatto nero, in Tutti i racconti, Luigi Reverdito Editore, Varese, 1995. 


5 F. Méry, Il gatto, vita, storia, magia, cit., p. 32.

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lunedì 23 febbraio 2015

Perché salvare il liceo classico©

Di Paolo Mazzocchini©



È il mio mestiere parlare di lingue morte, civiltà antiche, personaggi remoti nel tempo. Proprio per questo la fauna residua dei prof di latino e greco è guardata sempre più con un mix di fastidio, di sospetto e di malevola curiosità sia dalla politica sia dall’opinione pubblica, e da molte parti si auspica continuamente – in modi più e meno scoperti – la morte per soppressione o per asfissia del liceo classico. Io non faccio, beninteso, il difensore d’ufficio di questo tipo di scuola. Non dico che vi si insegnano cose più importanti e formative che altrove. So bene che in molti altri paesi moderni il latino, il greco, la storia antica ecc. sono discipline facoltative nella scuola superiore, scelte da pochissimi che poi faranno studi umanistici all’università. So bene che rendere opzionali queste materie favorirebbe non poco la qualità didattica e la gratificazione di noi docenti così come degli alunni che scegliessero di studiarle. So bene che molti che si iscrivono oggi al liceo classico perché attratti – magari – dalla sua ancora nobile etichetta o – peggio – dall’illusione che vi si studino in maniera più blanda e leggera le matematiche e la fisica, si trovano poi spaesati e arrancano di fronte alle difficoltà della grammatica delle lingue antiche. Eppure chiudere il liceo classico – anziché magari riformarlo e aggiornarlo intelligentemente, senza snaturarlo – sarebbe comunque un delitto.


Significherebbe infatti, in primo luogo, in una nazione come la nostra (carica più delle altre di un retaggio greco-romano tanto ricco ed evidente da offrire possibilità enormi di sviluppo e di investimento nel settore del turismo dei beni culturali) calpestare ottusamente un passato su cui potremmo costruire – anche economicamente – il nostro futuro. Ma fin qui adduco forse un argomento scontato e inutile, perché da sempre ignorato dalla politica.

Ma la chiusura del liceo classico comporterebbe un secondo e ancora più nefasto effetto: farebbe totalmente sparire – nella istruzione dei giovani – autori e testi antichi senza i quali io non riesco neppure a concepire una piena e completa educazione moderna: come si fa in effetti a capire bene, non dico la letteratura, ma la realtà e la cultura che ci circonda oggi senza conoscere minimamente (mi limito ad una selezione di nomi irrinunciabili oltre Omero e la grande filosofia greca) alcuni grandi di ieri? Esiodo – intendo -, i lirici greci, la tragedia greca, Aristofane, Tucidide, l’anonimo del Sublime, Luciano e (fra i latini) almeno Sallustio, Lucrezio, Catullo, Virgilio, Orazio, Seneca, Tacito. Alcuni di questi autori sono insostituibili fondamenti della formazione sentimentale, etica ed estetica di una persona; altri, se proposti nel modo giusto, diventano – udite, udite! – le basi della sua educazione civica e politica. A mio avviso, infatti, studiando a fondo Esiodo, Tucidide, Sallustio e Tacito si possono capire valori, dinamiche e meccanismi della società e del potere attuali meglio, molto meglio che non disperdendosi nella lettura dei giornali italiani imbrattati dalle chiacchiere pretenziose e tendenziose di molti, troppi pennivendoli nostrani.

La rubrica attualità dell’antico che curo nel mio blog Zibaldone, credo sia sufficiente a dimostrarlo con diversi esempi concreti.

Personalmente osservo con penoso sconforto – in tanti nostri intellettuali veri e presunti che si esibiscono nei media – l’assenza clamorosa di un retroterra di studi classici. Storici che fanno risalire la Realpolitik a Machiavelli ignorando completamente Tucidide; critici del neoliberismo che ignorano l’Esiodo de Le opere e i giorni; pensatori sedicenti laici che non hanno letto una riga del De rerum natura

D’altro canto abbiamo politici ‘nuovisti’ e ‘giovanilisti’ che non sanno utilizzare altro che slogan pubblicitari, metafore calcistiche e un po’ di mal masticato e risibile inglesorum.

E sono proprio gli stessi che lavorano, più e meno apertamente, all’abolizione del liceo classico.

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domenica 22 febbraio 2015

Raincats©



Di Mary Blindflowers©



Quando sarò morto

scriverò belle poesie

che qualche piccolo borghese,

leggerà,

sperando che gli allunghi

i numeri del lotto

mentre dorme in piedi,

al terzo piano di un pubblico

salotto,

dicendo: “però scriveva,

anche se in vita

le sue poesie

nessuno le voleva”,


e con le sue guance tese

di profumo un po' francese

strombazzerà

di surrealtà perdute,

mentre dall'oltretomba

aspetterò

che qualche savio

gli lanci un gattobomba

con le fanere in vista.


Canta la mia ombra invano

sull'orlo di due stelle decadute.

Raincats.


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venerdì 20 febbraio 2015

Calipso©




Di Paolo Mazzocchini©




Una volta c’innamorammo e poi


restammo sempre e solo innamorati


del primo amoreggiare. Ci ostinammo


a equivocare il colpo d’ala per la distesa


del volo, il fiore per il frutto, mentre


l’acqua degli anni ha sciolto nella sua


flemma uguale i grani candidi di sale


di quei giorni, macerato i bordi vivi


del quaderno sigillato dei ricordi,


sfibrata l’accensione dei nervi, la tempra


dei colori dissipata in acquerelli di nature


morte. Non per niente, per catturarne


il destino fuggitivo nel suo eterno eppure


difettivo presente, Calipso aprì a Ulisse


il tumulo sempreverde, la cripta


inferna del suo sesso divino.

Inutilmente.


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Occhio all'agente©

Di Mary Blindflowers



In Italia ci sono pochissimi lettori, molti pseudoscrittori ed altrettanti agenti letterari.

Un autore alle prime armi che fa una rapida ricerca su Internet dovrebbe sentirsi abbastanza confuso notando la miriade di agenzie che dichiarano di fornire servizi di valutazione di opere letterarie e di lettura delle stesse, nonché editing e sistemazione del testo, a pagamento. Tutto questo senza garanzia alcuna di pubblicazione. Nessun agente letterario infatti, per quanto ben inserito nel settore, sarà mai in grado di garantirvi alcunché.

Non per voler fare l'avvocato del diavolo, ma di solito editing, correzione delle bozze e impaginazione dovrebbero essere fatti dall'editore e completamente gratis. Se un editore propone un contratto, e pubblica seriamente, provvederà lui a sistemare il testo prima della sua commercializzazione.

Ci sono agenzie in Italia che soltanto per “leggere” e dare suggerimenti su un manoscritto chiedono soldi anticipatamente. 

Eccone una per esempio:


“Una valutazione di un inedito da parte di Sul Romanzo Agenzia Letteraria, grazie a suggerimenti precisi e severi, permetterà di dotarsi delle migliori consapevolezze per colpire l’attenzione di chi leggerà il testo, valorizzando le virtù ed eliminando quanto più possibile i difetti. In particolare, il Giudizio e le Conclusioni aiuteranno lo scrittore a individuare le case editrici più idonee verso le quali inviare l’opera e a comprendere la spendibilità sul mercato.

Il servizio è a pagamento – varia a seconda della lunghezza dell’opera – e si riceverà la valutazione dell’inedito entro 60 giorni.

Nel caso in cui Sul Romanzo Agenzia Letteraria ritenesse un testo originale e con buone potenzialità editoriali, si metterà, dopo l’approvazione dell’autore, in contatto con alcune case editrici affinché l’inedito possa essere letto con attenzione dagli editor e in tempi brevi.

Prezzi: 


Fino a 250 cartelle € 190,00 IVA inclusa. 


Oltre le 250 cartelle € 70,00 IVA inclusa per ogni 100 cartelle. 

Per *cartella* si intende editoriale di 1800 battute (spazi inclusi)".


Dopo aver visionato i costi, passiamo ora alle competenze. Vi siete mai chiesti chi sono questi agenti che promettono contatti con gli editor? Come nascono queste agenzie?

Sul Romanzo è nato come blog letterario, grazie a volenterosi collaboratori che scrivevano puntualmente e soprattutto gratuitamente i loro articoli da postare. Neppure quando il blog è diventato agenzia letteraria a pagamento, i vecchi collaboratori sono stati pagati.

Chi gestisce l'agenzia Sul Romanzo? E soprattutto quali sono le sue competenze per chiedere 190 euro iva inclusa fino a 250 cartelle? Quanti libri ha pubblicato? E cosa soprattutto ha pubblicato?

Risposta: L'agenzia è gestita da Morgan Palmas che ha pubblicato un libro, per l'esattezza un manuale. Il testo suggerisce come scrivere un romanzo in 100 giorni. Peccato però che Palmas di romanzi non ne abbia mai scritto nemmeno mezzo in vita sua e che, a parte il manualetto che farebbe sorridere qualunque creativo che si rispetti, non possa vantare particolari titoli. 

A questo punto mi domando. Che differenza c'è tra un editore a pagamento e agenzie come “Sul Romanzo?”, che si vanta oltretutto di aborrire gli EAP? Dove sta il bianco e dove il nero? Cos'è morale e cosa non lo è?

Sembra tutto molto confuso.

In U.K. se un agente decide di occuparsi di un manoscritto, non chiede soldi anticipatamente, pretende la percentuale solo in caso riesca a farlo pubblicare. Niente anticipi. In Italia invece siamo originali. Abbiamo le tasse di lettura e di valutazione... Soldi in bocca subito, caldi e fruscianti... Se poi non pubblichi, pazienza, ci hai provato...

Ritenta, sarai più fortunato...





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giovedì 19 febbraio 2015

Roma ferita e colpita al cuore, la calata dei barbari©



Di Mary Blindflowers©



Roma millenaria, unica e bellissima, ha cambiato volto. Colpita al cuore, oltraggiata, imbrattata, danneggiata da un manipolo di imbecilli olandesi, tifosi del Feyenoord. Scontri al Pincio, a Campo de' Fiori, a Piazza di Spagna. Disordini a Villa Borghese e Via delle Milizie.

E alcuni pezzi della Barcaccia, dopo un restauro costato 200 mila euro, eccoli per terra, nell'acqua della fontana, tra cocci di bottiglie, buste, avanzi di fumogeni e palloncini. Tutto questo da la triste misura del grado di sicurezza che regna nelle città italiane, e nella fattispecie a Roma capitale la cui amministrazione dovrebbe dare l'esempio al resto dello stivale.

Il governo olandese minimizza. Il portavoce dell'ambasciata Olandese Aart Heering si permette pure di commentare quanto accaduto alla Barcaccia, prezioso capolavoro di Bernini: “qualche bottiglia è arrivata sul margine, si è staccata solo qualche scheggia”. Ci sarebbe da aggiungere ironicamente, come commento: “cosa volete che sia?”, se la situazione non fosse già di per sé tragica.

Com'è possibile che nella capitale questi vandali abbiano avuto tutto il tempo di organizzarsi, girare indisturbati nei vari quartieri del centro, ubriachi, armati di bottiglie e chissà cos'altro? Che i commercianti a causa loro siano stati costretti a chiudere?
Com'è possibile che l'Italia sia sempre eternamente impreparata quando si tratta di gestire situazioni di emergenza?
La partita non era forse un evento programmato?
Non si sapeva forse che i tifosi non sono esattamente gentili dame da compagnia? Oppure gli addetti alla sicurezza pensavano di prendere con loro té e pasticcini?

Le forse dell'ordine non avrebbero dovuto permettere neppure di imbrattare oscenamente la città, figuriamoci di danneggiarla. 

E finiamola col mito esterofilo del nord civile, preciso e pulito. I popoli del nord sono semplicemente più controllati, tenuti a freno da governi che funzionano e in cui la polizia non da prove di abilità soltanto nel picchiare gli studenti, com'è accaduto in Italia al Diaz. I poliziotti nel nord Europa sono organizzati e anche addestrati allo scontro perchè non vengono assunti per raccomandazione o perchè hanno qualche parente carabiniere. Gli olandesi vanno a fare scempi in Italia, perché vanno a sfogare ciò che non potrebbero neppure immaginare nel loro civile Paese dove le loro energie ferine e vandale implodono aspettando di esplodere poi più a Sud, “dove tutto è permesso”.

Sono colpevoli, ma è altrettanto colpevole il governo italiano che glielo permette, un governo debole, ridicolo, che non garantisce sicurezza alcuna, che costringe i passanti terrorizzati, a fuggire di fronte a facinorosi che andavano tenuti a freno fin dal primo momento. 

L'Italia è un Paese strano, si censura nella carta stampata, perché certe cose non si possono dire, specie se toccano interessi di chi sta in alto, però si permette a duemila o giù di lì idioti di distruggere Roma, una delle città più belle del mondo, con capolavori d'arte di inestimabile valore.



La Uefa aprirà un'inchiesta, il sindaco attacca questura e prefettura, il sindacato di polizia dice che le partite in questi casi, si devono interrompere... Tutto un chiacchiericcio postumo poco consolante, ora che il danno è fatto...

A tutti quelli che amano Roma, me compresa, non rimane che la visione di una città devastata, vittima del pressapocchismo, e di una politica che pensa solo e unicamente a rimpinguarsi le tasche e a riempirsi la bocca di belle promesse. E mentre il potere, come al solito, farà il gioco dello scaricabarile, i cittadini si chiedono: “perchè?” Risposta non c'è. Come diceva Bob Dylan: “la risposta, amico mio, sono parole al vento...”.





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Intervista (senza censure) ©




Di solito evitiamo di postare interviste ai nostri libri, per evitare un'inutile autoreferenzialità. In questo caso facciamo uno strappo alla regola, perché l'intervista che mi è stata fatta da Roby Guerra, è stata postata in altri spazi con delle censure. Pertanto, siccome sono contraria ad ogni forma di imbavagliamento, la riporto integrale.


D-Mary, sempre prolifica, due nuovi lavori, complementari, tra le tue cifre, una letteraria, l'altra storico-folklorica... un approfondimento?


Ichnussa è nato qualche anno fa, per caso. Il professor Vincenzo Maria Mastronardi, criminologo, all'epoca del Master in criminologia, commissionò a me e ad altri studenti, l'esecuzione di un lavoro a più voci riguardante le Regioni italiane, per un progetto che, a suo dire, sarebbe stato poi pubblicato con la Laterza. Io dovevo fare la parte riguardante la Sardegna. Così iniziai ad informarmi e scrissi un centinaio di pagine su folklore e criminalità in Sardegna. Le mandai al professore, il quale, mi rispose che avrebbe provveduto a metterci il suo nome sopra per poi citarmi come collaboratrice. Io andai da un avvocato, gli feci scrivere una lettera in cui lo diffidavo dal dare alle stampe il mio elaborato. La sua dignità accademica si senti offesa. Rispose piuttosto rudemente, sempre tramite avvocato, dicendo che, il mio lavoro non gli interessava affatto, che non gli era mai interessato. Ovviamente questo soltanto dopo che l'avevo diffidato. Prima invece gli interessava...

Mi sembrava un peccato, dopo tutto il lavoro fatto, abbandonare l'elaborato, e così decisi di continuare a scrivere un vero e proprio saggio sull'argomento. In questo modo è nato il saggio Ichnussa. Ho mandato il lavoro a diversi editori, tra cui anche la Società Editrice Dante Alighieri di Roma, in valutazione. Poco tempo dopo, ho visto l'e-book di Ichnussa in vendita in vari siti on line, senza autorizzazione, senza contratto e senza che ne sapessi niente. Altra denuncia per violazione del Copyright. La vendita è stata bloccata, infatti se cercate su web la pubblicità dell'e-book c'è, ma non si può comprare. 

Quest'anno sono riuscita a pubblicare Ichnussa su cartaceo con Yume edizioni, con regolare contratto.

Si tratta di un saggio di folklore in cui ho cercato di inserire notazioni curiose e vicende poco conosciute. La prefazione è di Gianluca Toro.

Il filo conduttore, antiromanzo, è il mio primo e-book. Non amo molto il digitale, preferisco di gran lunga il cartaceo, infatti finora ho sempre pubblicato su carta, però in questo caso ho voluto fare uno strappo alla regola, dopo aver letto alcuni lavori pubblicati dalla Matisklo edizioni, in sintonia con il mio modo di percepire la sperimentalità letteraria. E in fondo, il filo conduttore è un semplice esperimento, che ho fatto tempo fa, a metà strada tra surrealismo, ironiche definizioni e metateatro, un giallo non giallo, un romanzo che sfugge alle regole convenzionali della letteratura. L'idea mi è venuta dopo una conversazione con un vecchio trombone di scrittore sardo affermato, che pubblica con una grossa casa editrice romanzi più o meno tutti uguali, il quale mi disse che, siccome non rispetto le fondamentali regole della letteratura italiana, tipo metafore, lirismo, figure retoriche e compagnia bella, non sarei mai riuscita a pubblicare niente, perché nessun editore italiano avrebbe mai investito per dare alle stampe testi che sfuggono ai canoni. Poi continuò dicendo che mi avrebbe insegnato lui a scrivere per poter pubblicare, che mi avrebbe detto come fare, etc, etc. 

La sicumera del personaggio mi ha ispirato un dialogo surreale tra Tidelfo, scrittore fallito, il protagonista del filo conduttore, e la sua stessa storia. Così è nato l'antiromanzo, in cui preciso fin dalle prime battute che le regole sono nate per non essere rispettate. Questo significa essere creativi. Se tutti avessero sempre seguito le regole, avremmo produzioni piatte ed identiche.

Se l'esperimento sia riuscito o no lo lascerei giudicare ai lettori. Io però ci ho provato e in barba ai vecchi tromboni, sono anche riuscito a pubblicarlo.


D- Mary, l'antiromanzo...nessuna involuzione, ci pare, fin dal titolo, la parola sperimentale non stop e un titolo già programmatico anche s-convenzionale: altrove elogio perenne all'era senza fili, tu rilanci un filo logico del senso?


Come anticipato nella risposta precedente, l'antiromanzo è un semplice esperimento nato per reazione. Naturalmente l'esperimento, la cui causa apparente è la reazione di fronte alle sentenze definitive di chi pensa di sapere tutto, in realtà ha radici lontane nell'idea che la letteratura italiana, al di là degli pseudo romanticismi oggi assai in voga, possa ancora osare, andare al di là della parola scritta, utilizzando quest'ultima soltanto per dare un senso più alto e una polisemanticità simbolica che oggi viene poco utilizzata, perché il mercato richiede la banalizzazione dei significati. Il lettore quando legge un vocabolo che incarna un simbolo, pensa immediatamente, per naturale associazione di idee, a qualcos'altro. La banalizzazione della scrittura, invece, presuppone, attraverso eccessivi lirismi e concessioni ad un finto prolisso romanticismo, che il lettore legga esattamente quello che c'è scritto, senza ulteriore riflessione. Cerco sempre di evitare questo quando scrivo. I dialoghi devono trasportare, in un gioco di continui rimandi, e se il personaggio dice: “sto andando a casa”, questa sua azione, nel contesto della conversazione, può significare molte cose, e non semplicemente l'azione di andare a casa.


D- Mary, il canto a Ichnussa, tuo DNA originario, ancora un semi-mistero l'isola nella sua memetica?

Ichnussa prende l'avvio proprio dalla leggenda sulla nascita dell'Isola, fino ad inquadrare aspetti peculiari: nascita, fidanzamento, matrimonio, morte, riti magici, tradizioni culinarie, abbigliamento, per poi fare un breve escursus nell'ambito della criminalità, con riferimento alla mentalità immobilista dei piccoli centri in uno dei quali ho vissuto per tanto tempo. C'è anche un accenno in prefazione ad un progetto di biblioteca multimediale che, a suo tempo, avevo elaborato, poi naufragato a causa del campanilismo del sindaco dell'epoca, Raffaele Mannoni.

D- Da Roma a Londra, un'italiana in Britannia, pure la tua parola da sempre molto Britsh Literary, secondo noi echi del famoso vorticismo, magari al femminile, esatto?

Non so se la mia scrittura abbia un poco di energia magnetica da vorticismo, che dire..., lo spero, ma di certo non spetta a me dirlo. La scrittura non è soltanto un modo di esprimersi, è anche trasmissione energetica attraverso nuove evoluzioni, è simbolo, ricerca continua mai appagata che deve essere presente sia in chi legge sia in chi scrive. Per questo quando qualcuno mi parla di regole, sorrido. Chi segue pedissequamente le regole, raramente si sforza di cercare nuove connessioni, dato che ritiene tutto già scritto, già pronto. Ma è difficile in Italia spezzare la crosta di perbenismo borghese che confonde certo superficiale pattume pseudoromantico campeggiante nelle vetrine delle librerie, con il tentativo di dare profondità alla scrittura.

Spero sempre che i miei lettori non mi leggano passivamente ma pensino mentre lo fanno e anche dopo che hanno chiuso il libro. Questo è lo scopo.




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I libretti di Mal'Aria di Arrigo Bugiani©

 



Di libri Libretti©



Del mio incontro con Arrigo Bugiani ho già scritto in altre occasioni. Adesso mi piacerebbe parlare della sua avventura “editoriale” e soprattutto della “più esile (ma sostanziosa) biblioteca del mondo”, come la definì, quasi all’inizio, Marino Parenti. Bugiani iniziò a collaborare a “Il Frontespizio” per poi intraprendere un esperimento tutto suo, la stampa della Rivista Maremmana «Mal’Aria» ed infine l’invenzione dei Libretti di Mal’Aria. Oltre che lavorare all’Ilva ha passato la sua vita tra le carte e proprio immerso tra le carte di ogni tipo ha trascorso la sua esistenza. La sua vita scorre su un binario ideale che collega Follonica con Grosseto e Genova per poi tornare indietro e fermarsi a Pisa dove sarà splendido regista di tutti gli incontri letterari che saranno utili per alimentare le sue minuscole “farfalle” cartacee. Bugiani era un uomo determinato, tosto si direbbe in maremma, ma la sua persona sprigionava un senso di mitezza, moderazione, discrezione, dolcezza, riusciva in poche parole a metterti a proprio agio, abile tessitore di rapporti umani e letterari, riusciva a raccordare una famiglia di amici in modo tale che tutti potessero fornire il 
loro apporto. 

Lui il direttore d’orchestra, gli altri non dei semplici comprimari, ma musicisti d’eccellenza. Solo un fuggevole sguardo e ti accorgevi che era pervaso da una semplicità persuasa, occhi vispi e magnetici, voce che faceva da collante, ti muovevi appena ed eri già preda insaporita nella sua rete. Insaporito non perché cotto e mangiato, ma per il semplice motivo che da quell’incontro ti alzavi arricchito, più colto, sapido e sapiente. Risulta estremamente difficile parlare dei suoi Libretti, ovvero si può parlare del contenuto ma non dell’involucro, il libretto non è riproducibile oppure se lo è non rende minimamente la sensazione che si prova al tatto. Finita l’esperienza della rivista, oggi ricercatissima, Bugiani non seppe resistere alla tentazione di continuare la sua impresa di editore e di tipografo, impossibile per lui dimenticare l’odore dell’inchiostro e lo spessore della carta. Ecco affiorare l’idea geniale, stampare in modo saltuario dei foglietti. Il progetto iniziò nel 1960 e si concluse nel 1994 alla morte dell’editore. 

Si tratta di 569 fogli di formato A4 stampati su carta di risulta o di scarto tipografico ripiegati in quattro in modo da formare otto paginette, ognuna delle quali contiene un testo o un disegno. Alla collana dettero il loro apporto numerosi artisti come Manzù, Sassu, Guttuso, Boccioni, Parigi, Rosai, Modigliani, Morandi, Purificato, Conti, Mafai con poeti e prosatori come Ceronetti, Marin, Giotti, Ramous, Caproni, Sbarbaro, Barile, Longanesi, Ungaretti, Montale, Bartolini e tanti altri. Tutta l’attuazione del disegno editoriale fu portato avanti completamente a proprie spese, essendo lui unico e solo responsabile, era insieme direttore ed operaio, lui progettava, componeva i piombi a mano e spediva il foglietti ultimati. A pensarla oggi questa iniziativa si potrebbe essere tacciati di pazzia o quanto meno di una stravaganza dissennata, ma in quel periodo e con quel regista tutto filò liscio ed oggi si può godere dei Libretti sia dal lato della composizione grafica, dall’uso delle carte e dei contenuti. 

Il primo libretto è impresso su una carta millerighe di color paglierino, presenta L’inno eucaristico di Domenico Giuliotti, e in prima pagina accompagna il frontespizio una xilografia di Pietro Parigi, in quarta pagina è presente il facsimile dell’autografo musicale di Domenico Bartalucci, in sesta il testo completo dell’Inno, e in ottava l’indicazione della stamperia, del tipo di carta usata e del numero delle copie: il tutto in formato 10x14,5. Più povero di un volantino, un foglietto volante, ma nello stesso tempo qualcosa di concluso, finito, perfetto nella sua essenzialità. 

Quanto alle carte un campionario delle più varie, cercate pazientemente da Bugiani in officine, cartiere, pizzicherie, cinema, negozi d’ogni genere; spesso adattate con il tema e il tono del Libretto, e sempre dichiarate nel colophon dell’ultima pagina: carta satinata, carta larice, carta superaffisso, carta mezzofino, carta pelle aglio, spuntatura da giornale, velina da rifascio, da pacchi della Italsider, da manifesti murali, da volantini, da tovagliato lino, floreale, da drogheria, da inserti notarili, carta di scarto, gelatinosa, pergamena da pescheria, bambagina, povera, di seta papale, di quaderno a numeri, di mercanzia reale, pannosa azzurrina … 

Facile intuirne la difficoltà di riproduzione. In tempi di vacche grasse, come avrebbe detto il poeta Valerio Volpini, Bugiani stampava mille copie, ma solitamente la tiratura era di cinquecento. Non seguiva una numerazione precisa, il progressivo dei numeri era a suo libero arbitrio con conseguente disperazione di chi riceveva i libretti e notava i numeri sparpagliati. Il numero 83° del primo centinaio è uscito molto in ritardo. La spiegazione, per uno come me che ha visto i libretti in costruzione, è semplice: Bugiani seguiva un suo disegno e dava precedenza a tutti quei libretti che si sviluppavano per caso oppure da nuovi incontri. La sua libreria era ricolma di scatole da scarpe, in cui erano allineati i progetti in attesa di stampa, alcuni avevano apposto il disegno e mancavano di testo altri avevano il testo ed attendevano l’illustrazione, ogni ritaglio era buono per un futuro gioiello, la carta era setacciata come la farina al vaglio, tutto poteva tornare utile. 

Trovarsi i Libretti di fronte non è facile sceglierne uno, tutti mostrano una peculiarità, il numero 36°, per esempio, riporta addirittura una lettera sconosciuta di Alessandro Manzoni., il 79° è tutto disegni e note musicali … A voi queste poche righe per instillare il germe del desiderio e fornirvi il via per ricercare almeno uno di questi libretti ed assaporarne dal vero il profumo, lo spessore, il tipo di carta, la grana del’inchiostro, e il contenuto. Per concludere un tripudio di complimenti ad Arrigo Bugiani, autore nel 1936 per le edizioni Vallecchi della “Festa dell’òmo inutile”, lui che tanto inutile non era!








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