giovedì 31 dicembre 2015

Non auguri destrutturalisti©





Data la totale inutilità di un tempo stabilito ad hoc da venditori di dei, almanacchi, filosofie spicce ed esoterismi zodiacali, non vedo l'utilità del termine auguri, dato che il primo gennaio, data puramente convenzionale, il sole sorgerà lo stesso, i raccomandati saranno sempre raccomandati, gli stronzi stronzi, i poveracci ancora più poveri, etc. Per cui i fanatici di fuochi, fuocherelli, e petardi per festeggiare qualcosa che non esiste se non nella nostra fantasia, possono sempre accenderli e usarli come supposta, magari così sarà un nuovo felice anno all'insegna della selezione naturale e ci saranno meno cretini in giro ad infestare il pianeta terra. Splendidi non auguri di un non nuovo anno ai so-tutto-io che pensano di saperne più di dio, ai figli di bip che pubblicano per intercessione della Vergine Maria che Vergine non è, ai raccomandati di partito a cui auguro parta più di un dito, agli imbecilli che fanno gli alternativi coi soldi di papà, non auguri al Papa perché possa continuare a coltivare la Santa Madre Chiesa cattolica pustolica romana pedo-mafia, non auguri ai politici corrotti, agli scrittori coi culi rotti che fanno gli editor per aver dato il deretano e scrivono poesie con i cd in mano della solita canzone e la tessera nell'ano, non auguri di cuore a chi odia perché spreca tempo e ore. Che lo spettacolo vi sia lieve e greve.
(Mary Blindflowers)

Ognuno di voi brinderà con uno spumante scadente a questo miracolo mancato, questo tripudio di vermi conquistatori che svellano e s' ammucchiano sotto un tripudio di merce avariata. E anche questo nuovo anno arriverà tra dita divelte e occhi fuori dalle orbite perché l'essere umano non è meno animale di una scimmia, casomai meno peloso e più idiota.
(Fabrizio Raccis)


Un anno se ne va, un anno arriverà... domani parlerai di oggi come dell'anno passato e ti accorgerai che nulla è cambiato, a parte un po' di mal di testa per quel bicchiere di troppo e la musica troppo alta... Oggi sei, domani sarai. Provaci almeno, e un poco sorriderai.
(Cosimo Dino-Guida)


E mentre gli altri si sparano addosso bombe per scherzo si confondono felici quelli delle bombe vere aspettando il momento giusto di confusione per far saltare in aria altri cretini come loro. Buon anno cretini d'ogni specie che la tristezza un giorno possa farvi tornare in se. Un augurio di cuore anche da parte di quegli animali che stanotte soffriranno nel vedervi felici. Un augurio di buon anno al vostro portafoglio che per una sera dimenticherà la miseria che vi aspetterà dopo una serata meccanica e ubriaca per niente. Auguri a quelli che scappano da una guerra ,morti di fame e di freddo e non sanno che farsene di un nuovo anno che tanto esaltate come il migliore. Auguri a quelli che vomiteranno l'addio di un nuovo anno nel cesso dell'anno nuovo. Auguri a quelli che inquinano la scrittura con le loro pretese pseudo-artistiche che tutti felici ti annunceranno, tuo malgrado, che il prossimo anno continueranno a produrre carta per niente. Auguri agli invidiosi nei confronti della ricca pochezza dei più miseri. Che il nuovo anno entri pure ... lo spettacolo accetta repliche stanche!
(Pablo Paolo Peretti)


Ricordo di baby futuristico: 4 5 anni circa un capodanno con i miei ancora giovani antenati (padre madre), una festa a un Festival dell'unità invernale al chiuso con un un grande giardino davanti! C'era la neve, tanta, un pupazzo gigante (a me sembrava, ero già più piccolo della media): Cielo grigio comunista anzi Nebbia assoluta. A mezzanotte tutti nel giardino... io con una sciarpa rossa blu bianca... I colori della Francia! Fuochi d'artificio a iosa. Alla fine dissi (memoria famigliare, ma ho un vago ricordo). È finita la guerra?
(Roby Guerra)


Alla fine di tutto il primo giorno dell'anno rimane solo la nebbia che avvolge corpi e anime. I centri commerciali sono già pronti alla vendita degli articoli di carnevale scavalcando la befana, povera vecchia. Giovani e anziani attendono chiusi nelle case storditi e ansiosi il passaggio del nuovo anno; consapevoli che sarà inevitabilmente peggiore del precedente, osservano ipnotizzati i televisori.
(Andrea Dotti)


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lunedì 28 dicembre 2015

Agnello scottadito da (Polemicucina)©

Di Mario Lozzi©


Agnello scottadito



Ingredienti:


Un cosciotto o un quarto d’agnello


Sale


-pepe


-olio


Aceto (un goccio)


Un inserviente possibilmente un po’ tonto.

Fate un guazzetto con gli ingredienti sopra riportati. Bucate il cosciotto o il quarto qua e là con la punta d’un coltello e lasciatelo nel guazzetto per diverse ore.

Infilatelo nello spedo e, con un ramoscello di rosmarino intinto sempre nel guazzetto, incaricate l’inserviente di ungerlo spesso. In questo modo l’agnello perderà il suo sito di stalla e assumerà un gusto gradevole. 

Tuttavia il segreto più importante è dato dalla giusta cottura. Per ottenerla, l’inserviente che ungerà il cosciotto, dopo ogni unzione dovrà tastare col dito l’arrosto.

Quando si sentirà per tutta la cucina lo strillo del garzone col dito bruciacchiato, allora e solo allora sarà perfettamente composto l’agnello scottadito.
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2016 RIVOLTA PEOPLE WEB 3.0©

Di Roby Guerra©




Il 2015 si chiude con l'allarme europeo per possibili ennesimi attentati isislamici terroristici: che sia - utopisticamente l'ultimo allarme e si spera neutralizzato il rischio dall'Intelligence sana internazionale. In ogni caso, il 2015 se ne va esemplificando un punto di non ritorno da qualsiasi punto di vista per l'Occidente, l'Italia e la cosiddetta Civiltà. Nonostante il regime orwelliano transnazionale conclamato, la crisi economica ancora in fortissimo piano piano, la dittatura di Neuropa e delle Scimmie al Potere nei paesi europei ma anche in Usa, l'epidemia terroristica di chiara matrice isislamica con i paesi arabi sempre ambigui e incapaci di alleanze antiterroristiche attendibili (se non qualche fuoco d'artificio circoscritto), un segnala di speranza e rivolta per il 2016 ci viene, come poi sempre, dalla Internet Revolution. Sembra ai soliti commentatori dell'informazione pre Web, quasi solo un super video game, una specie di Star War meramente elettronica, ma la guerra cyber dichiarata dei più grandi hackers del mondo ovvero di Anonymous al terrorismo islamico, oscurando, sabotando, denunciando, centinaia di migliaia di siti on line propagandistici dell'Isis, è come una stella polare già 3.0: da estendere anche off line, verso tutti i collaborazionisti occidentali disseminati nella vita reale dell'economia, della politica, della cultura, dell'informazione, chi in buona fede, chi in malafede, chi per interessi vergognosi economici, chi per patologie ideologiche ben note residue, chi per paura (la dilagante Sindrome di Stoccolma). Il tempo della Pace ingenua e del dialogo ipocriti, dinamiche suicidali, è finito, al di là della stessa questione terroristica: il mai nato turbocapitalismo dal volto umano è in coma terminale, i popoli oppressi e torturati nell'anima -almeno in Occidente- sono i datori di lavoro unici di politici e tutte le diversamente razze dell'economia, dell'informazione, della cultura al Potere, inette, complici, della crisi epocale. In un'epoca, dove al contrario, la tecnoscienza, per chi è informato, offre come non mai le risorse tecnologiche, pragmatiche e umane, per fare la rivoluzione sul serio e elettronica (con una parola vintage ma ottimo link pop) nel nostro tempo. Il nuovo people web 3.0, on e off line altro non può fare che lezioni futuriste digitali non stop contro i vertici della politica, dell'economia, dell'informazione, della cultura, ad personam, tutti, ovunque, in Italia, in Germania, in Francia, in Spagna ecc, sanno i nomi. Tutte le scimmie al potere siano licenziate democraticamente con libere elezioni (e dove non le vogliono fare come in Italia, ci si mobiliti per questo obiettivo...) oppure futuristicamente con sane lezioni diversamente digitali! Altrimenti in Italia e non solo, il rischio di implosioni para guerra civile è plausibile: si ricordi quel che è successo all'improvviso nell'ex Jugoslavia... Si lavori tutti nel web e fuori dal web per una Rivolta 3.0. Come dissero Marinetti e Majkowskij, parafrasandoli "Molti schiaffi ... esige il progresso". E le attuali infami classi dirigenti al potere necrofile (politiche, economiche, culturali, mediatiche) meritano di essere terminate, resettate.... Contro la Morte, Per liberare la Politica, l'economia, la cultura, l'informazione, il Futuro e la Vita! 



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domenica 27 dicembre 2015

Il regalo di Natale©


Andreas Finottis©


Amelio era nato poverissimo, per Natale non gli facevano regali, i suoi genitori gli dicevano che i regali glieli avrebbe fatti trovare la vita se si impegnava nello studio e nel lavoro, e in casa a ricordare che era il periodo natalizio c'era solo un alberino in plastica con qualche pallina sormontato da un puntale spuntato.
Passò il tempo, studiò con mille sacrifici, si trovò un lavoro da impiegato, il proprietario era severo, feroce nei modi, ma alla vigilia di Natale nonostante dicesse che la ditta era in difficoltà convocò tutti i dipendenti e regalò un meraviglioso pacco di Natale a ognuno.
Era un pacco grande, bellissimo, in carta lucida rossa con stelle gialle che brillavano, tenuto legato da un nastro giallo oro.
Amelio era senza fiato, gli batteva il cuore all'impazzata, era il primo regalo della sua vita, tremava dall'emozione mentre lo portava a casa, lo mise sul tavolo, i suoi genitori saltellavano e gridavano entusiasti come dei bambini nel vedere una meraviglia simile.
Si misero a cenare con il pacco in mezzo al tavolo, mangiavano entusiasti all'idea del regalo, poi aspettarono con ansia la mezzanotte per aprirlo.
Allo scoccare della mezzanotte Amelio si alzò e cominciò ad aprirlo con le mani tremanti mentre i genitori seduti guardavano e fiatavano emozionati emettendo vapore nell'aria fredda dell'appartamento, tolse il nastro, tolse la carta, trovò una scatola in cartone, la aprì e restò a bocca aperta senza dire una parola.
C'era il contenuto della sua scrivania con un biglietto: "Mi trasferisco all'estero dove lavorano di più e mi costano di meno, siete tutti licenziati, buone feste e andate in culo branco di pesi morti".
Scoppiarono tutti a piangere, lacrime di una vita di amarezze per raggiungere piccole sicurezze che crollavano.
Poi suo padre si alzò traballante dalla sedia e tra i pochi denti che aveva disse: " Però fino a mezzanotte abbiamo passato un bel momento, comunque Buon Natale!"
Amelio perse ogni controllo, sferrò un pugno in bocca a suo padre togliendoli un paio di denti, rovesciò il tavolo, prese una sedia e sfondò la finestra, sua madre si gettò addosso tentando di bloccarlo, la colpì con una gomitata al mento e saltò fuori dalla finestra.
Atterrò sull'albero di Natale in giardino dei vicini del piano terra sfasciandolo, si sollevò e corse via, nessuno lo vide più.
Dall'anno successivo in quella zona cominciarono a verificarsi spesso misteriose aggressioni a sprangate ai Babbi Natale.

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Icaro Grunge©



Fabrizio Raccis©



Carlo aveva un fastidioso prurito sotto la pelle, stava provando a dormire, era la millesima volta che si strofinava la carne con quelle unghie sudice che quasi se la tirava via a brandelli. Aveva ancora addosso quella maglia nera dei Guns n' Roses da chissà quante settimane, un cimelio per lui, era il ricordo più felice che il padre gli aveva lasciato quando era poco più che un bambino. La portava come una seconda pelle anche se spesso odorava di tabacco e sudore.
La madre, un'alcolizzata cronica, non s'accorgeva mai di nulla, passava intere giornate a guardare la televisione sulla sua poltrona beige, aveva lasciato l’impronta del suo culo come un calco storico, una sagoma perfetta dove riponeva le sue membra come dentro una sacca di contenimento. Non si era accorta minimamente che Carlo aveva abbandonato la scuola da diversi mesi, aveva lasciato anche la sua squallida vita sociale da adolescente precoce. Nei suoi giorni più neri anche lui di nascosto da quella carcassa della madre aveva cominciato a bere e a darsi ad ogni genere d'eccesso bruciando ogni tappa, ogni virtù, ogni passione di ragazzo comune.
Quella povera donna era così ubriaca a volte che non poteva distinguere la notte dal giorno. Lui continuava a portarle il whisky e le arachidi come una dose frequente per una tossica logorata. La guardava con un misto di compassione e disprezzo, ma in fondo al cuore sapeva di volerle un bene immenso, era il sangue del suo sangue, la donna che lo aveva sviscerato dopo 9 mesi di sofferenza. Non era stata una gravidanza tanto semplice dal principio.
Quella testa matta del padre l’aveva ridotta così, fuggendo come un cane randagio con la coda tra le gambe, lasciando a lei il compito arduo di svezzare cinque figli e procurare loro il mantenimento senza l’aiuto di nessuno. Aveva lavorato sodo per lungo tempo, poi si era ammalata, precipitando nel vortice amaro della depressione. Si diede all'alcol per affogare tutte le sue preoccupazioni in quell'aroma intenso che le bruciava la gola come un combustibile. Alcuni dei suoi figli si sistemarono, due partirono all’estero e lei rimase sola in casa con Carlo, il più piccolo. Ora continuavano a campare grazie ad un sussidio per famiglie disagiate in una lurida catapecchia di 40 mq.
Erano passate da poco le tre di notte. Carlo si alzò dal letto, non riusciva a chiudere occhio, s'infilò gli scarponi, aveva ancora i jeans, fece un cenno al poster di Kurt Cobain dove sotto, con un evidenziatore rosso aveva inciso la frase “il re del grunge”. Era uno dei suoi idoli, l'aveva appeso sopra la sua testa affianco a quello di Jimi Hendrix.
Uscì dalla sua camera con una sigaretta tra le labbra, attraversò il lungo corridoio al buio, poi si accorse del volume alto della tv, si affacciò nel salone e vide che la madre stava ancora davanti alla televisione rinsecchita sulla poltrona.
Si avvicinò verso di lei e per un attimo la fissò attentamente, era buio non riusciva ad intravedere bene il volto, avvicinò la sua faccia quasi a sfiorarla, voleva capire bene se stesse dormendo. Poi pensò: «Cristo santo questa non respira! Non sarà mica morta?». Proprio quando l’idea trapassò la sua mente, all’improvviso, un grottesco sospiro misto ad un raglio animale gli scoppiò in faccia come un rutto pazzesco, se la fece quasi sotto dallo spavento. La madre aveva uno strano modo di andare in apnea durante il sonno, e tutto quell’alcol che si tracannava a fiumi di certo non poteva che peggiorare le sue condizioni. Carlo spense la tv, poggiò le sue strette labbra sulla guancia rugosa della madre e uscì di casa, si accese la sigaretta lasciando dietro di sé una scia di fumo grigiastro.
Fuori si accorse dell’aria gelida, la strada era ancora umida. L’odore dell’asfalto bagnato era per lui qualcosa di unico, come l’odore del sangue o del liquido amniotico che entrava dalle narici fin su per le radici del cervello.
Decise di scendere verso il bastione, il sole stava per sorgere. Voleva osservare l’alba per gustarsi quel crepuscolo così vivo e fottutamente inarrestabile. Invidiava il suo fragore, quella luce folgorante che infiammava i tetti delle case come brace ardente in quell'inferno rosso mattone.
Discese lentamente quelle lunghe gradinate che aveva preso a pallonate miriadi di volte da bambino, in principio erano le gradinate dei Punk, poi dei Frikkettoni e ancora dei metallari, ora erano le gradinate degli Emo. «Dio santo che mondo», pensava.
Arrivato nel piazzale fece qualche passo verso quel panorama stupendo, poggiò i palmi sulla superficie fredda del parapetto principale, saranno stati un centinaio di metri dalla strada. Il sole saliva rapido, i suoi raggi facevano pizzicare gli occhi.
Cominciò ad osservare il via vai caotico di tutte quelle anime in schiavitù piene di ansia e frenesia moderna. Poi guardò il cielo e la vide, era appesa in alto come un impiccato. Allungò il collo in avanti e spalancò gli occhi un paio di volte per rendere più nitida quella visione iperbolica, scosse la testa e infine sorrise. Decise che non si sarebbe fatto sfuggire anche quell'occasione, si alzò in piedi sul parapetto e si levò la maglietta. A vederlo quel corpo gracile e malaticcio con il sole addosso non pareva più il suo. Era bianco come il marmo, scolpito all'eccesso come un Dio dell’Olimpo.
Tirò un respiro profondo come in procinto di un grande tuffo. Fu allora che lo vidi dal basso della muraglia.
Allargò le braccia lentamente, tirò indietro le spalle, le fece roteare adagio e si lanciò nel vuoto. Precipitò sopra quel flusso di fetida umanità che cominciava la giornata come una delle solite schifose e monotone mattinate. L’urlo straziante di una donna che stava dal lato opposto della strada bucò il cielo.
Fu un attimo, un riflesso incondizionato, ed in quella frazione di secondi vidi qualcosa di dannatamente straordinario. Due protuberanze si dischiusero dalle sue scapole, delle possenti ali dorate s'aprirono dietro di lui, due grosse ali di cera come quelle che si era attaccato al corpo il celebre Icaro per sfuggire dal labirinto!
Lo scrutai a bocca aperta verso l’orizzonte fiero e imponente, un guizzo da vero idolo che fuggiva ad un dedalo bastardo.
Fu allora che sentii una specie di boato, come se qualcuno avesse gettato una grossa busta d’acqua dall’alto.
Lo vidi per terra, era proprio davanti a me, eppure avrei giurato sui miei figli di averlo visto librarsi in aria e beffarci tutti.
Gran parte della sua testa si era frantumata sul muro del bastione, il suo cervello era sparso da per tutto, la sua schiena nuda spoglia di tutto quello che avevo immaginato pochi istanti prima, era riversa sul marciapiede in una pozza di sangue, senza più vita.
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sabato 26 dicembre 2015

UMBERTO NOTARI (1878 - 1950)©


Di Libri Libretti©



«Ah! sì. Oggi io sono una donna, la donna vera, come mi vogliono tutti coloro che mi attorniano, come la società con il suo nuovo pudore esige che la donna sia; sono la donna che non ha più dolore, che non ha più angoscia, che non ha più pietà e non ha più commozione, sono la donna senza amore, senza illusioni, senza famiglia, senza entusiasmi; sono la donna che non ha più altro che nervi di acciaio e un cervello accanitamente teso alla rapina.


Immaginate voi la femmina che vende, che negozia e che traffica la sua intelligenza, la sua eleganza, il suo spirito e il suo fascino a prezzi favolosi, che manda una giarrettiera in cambio di una collana di diamanti, che offre per un yacht, una scarpina di seta e che in una cassaforte, dopo averla esaurita, lascia un semplice biglietto di visita? Tale io sono.
E quando mi abbandono nuda a chi ha potuto sostenere l’urto frenetico della mia rapacità, allora mi copro il viso con una piccola maschera di velluto nero perché di me non resti ai miei folli conquistatori che un corpo anonimo, spento e quasi decapitato!»



"Femmina" è il seguito del romanzo "Quelle Signore", che suscitò scalpore e scandalo in quanto trattava apertamente dello scabroso argomento della prostituzione. Per questo Notari venne accusato di “offesa al pudore” e processato (in primo grado a Parma e in appello a Milano). I processi terminarono entrambi con sentenza assolutoria per l’autore. L’eco di questa vicenda giudiziaria si rivelò un potente veicolo pubblicitario per il romanzo, le cui edizioni successive al 1906 riportavano in appendice i verbali di entrambi i processi con le arringhe degli avvocati e i dispositivi delle sentenze, e anche per il suo seguito Femmina, pubblicato nel 1906 e ristampato nel 1920 con il nuovo titolo "Treno di lusso".

Primo assaggio di un lungo studio sulla prostituzione. Da tempo mi interesso di questo mondo spesso demonizzato, offeso e messo alla porta come spazzatura, un mondo difficile da interpretare, da analizzare su più livelli. L'unico soggetto da demonizzare è chi sfrutta, chi costringe con la forza a prostituirsi, insomma il magnaccia violento, il pappone prepotente, il mantenuto. Tutto il resto è lecito, discutibile o no; un uomo che considera una puttana una donna rispettabile e non un "buco" di scarto è un uomo con le palle, il contrario del duro machista, un uomo con cui potrei confrontarmi e discutere serenamente. Il resto nei prossimi post con materiale raro ed interessante.




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venerdì 25 dicembre 2015

I polpetti di Natale©

Di Mary Blindflowers©





Mia zia era brava a cucinare, un vero asso ai fornelli. L'unica cosa che non sapeva fare erano i polpetti affogati. Siccome per risparmiare li comprava in salamoia e surgelati, le venivano ultra mega salati. Ovviamente nessuno aveva il coraggio di dirle in faccia che i suoi polpetti facevano veramente schifo allo schifo, così la zia ogni anno a Natale faceva lo stesso errore, convinta di far bene: cucinava i polpetti affogati che puntualmente finivano nel secchio della mondezza.
Non era proprio un fulmine di guerra, mia zia, altrimenti avrebbe capito al volo, senza che nessuno fosse costretto a farglielo notare, che i suoi polpetti erano obbrobriosi.
Nel Natale del 1989, quando ero ancora bambina, la zietta mi domandò durante il pranzo di Natale come mai non volessi mangiare i suoi polpetti affogati, che aveva fatto con tanto impegno, dato che tutti i suoi fratelli, mio padre compreso, facevano finta di gradire i polpetti. Dopo averne addentato un minuscolo pezzo e abbozzato una specie di sorriso che pareva una smorfia, sputavano nel fazzoletto il pezzo di polpetto senza farsi accorgere. Perfino il marito della zia, mio zio, faceva lo stesso. E lei ingenua come una zucchina, ci cascava sempre.
Io quel Natale mi trovai ad un bivio quando la zia mi chiese dei polpetti. Mia madre mi faceva cenno di mangiare, o almeno far finta, i miei cugini ridevano sotto i baffi che ancora non avevano, essendo tutti piccoli e un poco stronzi. La zia mi aveva preso di mira, incalzava: «Non ti piacciono i polpetti? A casa non lo mangi il pesce?». La guardai, tutti mi guardavano. La zia troneggiava dall'alto, lei in piedi con il mestolo pieno di polpetti a mezz'aria e io seduta al posto di tortura festiva che mi avevano assegnato. Avevo l'impressione che i polpetti con il loro sugo si muovessero e mi sussurrassero: «Bimba bella, digli che siamo morti per niente!». Ma gli occhi di mia madre dicevano: «E fai finta di mangiare quei cazzo di polpetti, che non muori, così la fai contenta». Convinta che se avessi parlato poi le avrei pure buscate, dissi: «Sì, lo mangio il pesce, buoni», e addentai un tentacolo. La zia si entusiasmò oltre misura, dato che c'era una quantità mostruosa di polpetti che nessuno voleva mangiare: «Brava, piccolina, l'ho sempre detto che sei una bambina intelligente, che già legge, capisce tutto, ecco qua, guarda cosa ti da la zia. Sei contenta?» e mi scodellò sul piatto l'intero mestolo pieno di polpetti sussurranti. Quelli appena nel piatto si agitarono e mi chiamarono vigliacca, traditrice, figlia del consumismo e della menzogna. E poi la zia continuava a darmi la tortura: «Allora adesso te li mangi tutti, così cresci forte e sana. Voglio vedere il piatto tutto pulito». Era troppo per me. Preferivo buscarle piuttosto che mangiare quella schifezza. Allora io, che avevo solo sei anni e non capivo ancora com'è fatto il mondo, parlai. Per la prima volta mentre parlavo nessuno fiatava. «Li mangerei volentieri se soltanto non fossero così salati. Ho letto nell'antologia che troppo sale alza la pressione e può venirti un ictus o un infarto. Poi lo dicono tutti che i tuoi polpetti fanno schifo, anche la mamma e lo zio».
Non so perché dopo litigarono pesantemente, lo zia con lo zio, lo zio con mia madre, l'altro zio con l'altra mia zia e via dicendo. Tirarono in ballo questioni di cento anni prima e vecchie ruggini che non c'entravano niente ma proprio niente con quello che avevo detto io, povera innocente.
I polpetti andarono a finire dappertutto tranne che dentro i piatti dei miei parenti e mentre i grandi che un attimo prima si erano baciati facendosi gli auguri e lasciando vistose impronte di rossetto sulle guance, litigavano e quasi se le davano di santa ragione, tra bestemmie, parolacce e urla, noi più piccoli ci tiravamo i polpetti in testa. Mio cugino usò anche la fionda per tirarne uno che finì sulla permanente e le meches della zia. Non so perché accadde tutto questo. Ero troppo piccola all'epoca per capire certe dinamiche. I grandi mi sembrarono strani. So solo che da quel giorno tutti mi guardano storto e dopo che mia zia è morta di infarto, quando mi vedono cambiano strada.

(Da "La cosa", inedito©)



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Rapa Natale©

Di Mary Blindflowers©




A Natale e fine d'anno

siamo tutti più buoni,

mangiamo come maiali

corposi panettoni,

carne, frutta, capitoni,

regaliamo tricicli, libri, stivali,

diario dei puffi,

spumante e gioielli all'amante,

baciamo sui denti incapsulati

iene parenti che non vediamo da anni,

e balliamo per mostrar la coscetta

ancora vispetta

sotto omologati sorrisi al polietilene.

Meglio una rapa che tuffi nell'acqua,

col sale, però.



(Da Gli Imitatori di Farfalle©)

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Le favole di Natale©

Di Andreas Finottis©


La favola di Natale (racconto breve)



C'era una volta una famiglia che festeggiava il Santo Natale seguendo la tradizione.
Il padre di famiglia la notte di Natale dopo il cenone andò alla Messa di mezzanotte, in cui affascinato ritrovava sempre la suggestiva atmosfera natalizia che lo riempiva spiritualmente.
Al ritorno si vestì da Babbo Natale e portò i regali ai suoi figli.
Poi uscì di casa, salì in macchina, andò sulla tangenziale e chinato sul guard rail gelato si fece inculare da un trans, per rilassarsi un po'.
A sua moglie non pesava questa sua assenza, perché nel frattempo era in camera da letto al telefono con l'amante e con un pezzo di torrone si stimolava delicatamente sia il clitoride che l'ano, alternativamente, sentendo un piacere intenso che la faceva fremere tutta.
Il marito rientrò, si diedero il bacio della buona notte e si addormentarono.
Il mattino di Natale il marito si svegliò col culo ancora dolorante e aveva appetito, vide il pezzo di torrone sul comodino e se lo mangiò.
L'anno seguente il Santo Natale continuarono a festeggiarlo sempre allo stesso modo, seguendo la tradizione, ma il marito non comprò più quella marca di torrone.



Una bella storia di Natale©


Ci sono tante storie di persone che in occasione del Santo Natale si fanno scoppiare il fegato mangiando finché vomitano sul tavolo o si cagano addosso nei pantaloni nuovi, oppure altri che tornando a casa gonfi di cibo e alcol finiscono in un fosso con la macchina, spaccandosi la testa contro il parabrezza.

Invece una bella storia di Natale è quella di una ragazza sola e triste, che per Natale presa dalla disperazione ha provato a infilarsi il puntale in vetro dell'albero natalizio nella vagina, però si è rotto dentro e ha dovuto ricoverarsi all'ospedale, l'hanno dovuta operare per asportare tutti i pezzi di vetro, ma nella convalescenza ospedaliera ha conosciuto un operatore sanitario, che mentre la puliva la guardava con occhi dolci e le sussurrava tanti "Ti amo".
Quando è stata dimessa hanno fatto all'amore un paio di volte, poi lui è sparito e lei depressa e disperata con un coltello da cucina si è accoltellata ripetutamente la figa.
L'hanno riportata in ospedale, e lì ha ritrovato lui che ha capito il male causato col suo comportamento e si è veramente innamorato.
Ma quando l'hanno dimessa e si sono accoppiati si è accorto che aveva la vagina distrutta, inutilizzabile, gli è passato l'amore e non si è più fatto vedere, sparito, introvabile anche in ospedale perché si era trasferito.


Allora lei perdutamente disperata provò a suicidarsi col gas, ma mentre aveva la testa nel forno col gas acceso, una scintilla probabilmente dovuta al pigiama sintetico che indossava fece fare solo un gran botto, che però svegliò il vicino camionista mentre stava dormendo, incazzato come una belva sfondò la porta e la prese a calci rompendole un femore e parte del bacino.
La riportarono in ospedale dove la operarono e la immobilizzarono, e mentre era lì bloccata c'era un' altra paziente che di notte andava da lei, si infilava nel letto e le infilava un dito o più nel sedere, lei sulle prime provò a protestare ma poi si accorse che le piaceva e si innamorò di questa tipa.
Dimessa cominciarono a frequentarsi, si misero a vivere insieme, presero una casa di proprietà e ora vivono felici e contente, con un mutuo e molte rate da pagare.

Tratto dal libro di Andreas Finottis "FANTASMAGORIA DI RACCONTI PUNK" reperibile in ebook kindle a soli 0,99 € qui: 
http://finottis.blogspot.it/…/499-andreas-finottis-fantasma…

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giovedì 24 dicembre 2015

Lettera a Babbo Natale©

Di Mary Blindflowers©

Foto di Mary Blindflowers©



Caro Babbo Natale
mai vissuto,
figlio
di una bibita ghiacciata,
polverizzati nell'acido fosforico
dentro bollicine di mesmerizzata
sintesi globale,
caro Babbo Maiale
sprofonda l'omologazione
dentro tacchi di ferro
a spillo irsuto
che buchino la notte delle menti
obnubilate,
ma soprattutto, inutile barbuto,
fa che quest'anno
la pupilla di Prodi
che cantò il collegio
in dinamiche rubate,
vada a farsi due corposi brodi.
Improbabile iperfuturo.

(Da Gli Imitatori di Farfalle©)




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Michela©

Di Cosimo Dino-Guida e Mary Blindflowers©


Foto di Mary Blindflowers©



Mancano cinque giorni al Natale. 
La villa comunale di un popoloso paese della provincia di Napoli è invaso da gente festante che si aggira tra i banchetti, brillanti di luci, dolciumi, oggettini da regalo. Al centro della villa è allestito un tavolo da conferenze, ingombro dei libri oggetto della presentazione; di fronte al tavolo tre file di sedie, occupate da persone di tutte le età, attente alle parole che l’autore del romanzo presentato pronuncia, scandendole, rispondendo alle domande.
Poco più in là un giocoliere si cimenta a far volteggiare le clavette, una ragazza sui trampoli gonfia palloncini che distribuisce a bambini spensierati, un “Topolino” si inchina ai passanti e si fa fotografare orgoglioso del suo travestimento.
La giornalista chiede allo scrittore, per concludere, di leggere un brano del libro; lo scrittore ripercorre rapidamente tutta la trama scritta. É quasi Natale. Apre il libro a una delle ultime pagine. «Mancavano pochi giorni al Natale…» 
Legge. 
Due, tre capoversi. Ricordi di un suo lontanissimo Natale, fatto rivivere ai suoi personaggi.
Poche frasi, tace e gli sembra che sia tutto silenzio. Ringrazia i presenti dell’attenzione prestata, chiude il libro e lo posa con gli altri sul tavolo. Qualche elogio e qualche commento lo raggiungono tra il rumore delle sedie spostate e lo scalpiccio di gente che si allontana e si avvicina.
Una bambina, non più di dieci anni, occhi grandi color del ghiaccio ingranditi dagli occhiali squadrati montati in nero e capelli lunghi e biondi, si fa largo tra le gambe degli adulti, raggiunge il tavolo, afferra una copia del libro, e chiama ad alta voce il padre.
«Papà. Papà, me lo compri?».
«Non è per te, è per grandi. Vieni via» risponde deciso il padre.
«Me lo compri?» insiste la bambina.
«Non fare capricci, andiamo dalla mamma» insiste il padre.
«Non mi muovo da qui se non me lo compri» piagnucola la bambina.
«Si offende se faccio un regalo a sua figlia?» sussurra lo scrittore avvicinandosi all’uomo.
«Ma è troppo piccola…» prova a giustificarsi l’uomo «Non è per i soldi, sa, ma ha solo otto anni, finirà sullo scaffale e lo dimenticherà».
«Un giorno sarà grande abbastanza, forse lo ritroverà tra le cose della sua infanzia e lo leggerà e io tornerò, per un poco, a vivere».
L’uomo sorride.
Lo scrittore si accovaccia vicino alla bambina.
«Come ti chiami?».
«Michela».
Lo scrittore le prende il libro che Michela tiene tra le mani e la penna dal taschino della giacca, scrive rapidamente poche parole: “Alla piccola Michela. Natale 2015”. Firma. Porge il libro alla bambina.
Lei guarda il padre.
Il padre le sorride e soffia un ringraziamento allo scrittore. Michela gli soffia un bacio sulla manina aperta, stringe il libro al cuore, e scappa a cercare la mamma.
Forse, un giorno, lo leggerà. Lo scrittore è contento, è un sentimentale infatti e si commuove facilmente.

Prende un taxi per tornare a casa. Piove. È stata una serata densa. A una signora in prima fila sono perfino venute le lacrime agli occhi sentendolo leggere. Il tassista lo accompagna fin sotto casa. Paga, scende dalla macchina, si avvicina alla porta, gira lentamente la chiave nella toppa. Anche quella giornata è finita. Sua moglie Michela sul divano non si muove, gli occhi aperti in un strana espressione stupita.
«Non mi chiedi nemmeno com'è andata?». Lo scrittore ride, leggermente, mentre le rivolge la parola. Le tocca la spalla. Sente la stoffa della camicetta scivolare sotto le sue dita. Si siede lentamente di fronte a lei, su una sedia dura. Scruta la donna, con flemma. È sempre stata bellissima. Un'opera d'arte. Per questo l'ha sposata, perché sembra una scultura. Il neo al centro della fronte le dona, quasi, un piccolo foro di proiettile, precisione chirurgica, sparato alla giusta distanza, col silenziatore. Lo scrittore è un esteta, fuma la sigaretta mentre contempla la sua opera d'arte. La posizione in cui l'ha messa è degna di essere immortalata. Il lampo del flash. Ecco fatto. Lo scrittore torna a sedere e pensa, sorridendo leggermente come in trans. Purtroppo come tutte le cose belle Michela non è destinata a durare, nel tempo. Tutto muore, tutto se ne va. Una legge naturale d'incontrovertibile violenza. E gli uomini sono costretti a subirla. Del resto ogni medaglia ha due facce. Se no ci fosse il generoso movimento della morte a sgombrare un poco gli spazi, la terra sarebbe sovraffollata. Però... peccato non essere un dio per poterla tenere a lungo così, sul divano, intatta e perfetta...
Lo scrittore accarezza i capelli alla donna, ride. Non sarebbe davvero opportuno mostrarla agli amici, pensa. Sicuramente non capirebbero. La gente comune non ama l'arte, la bellezza, tranne la signora che si è commossa alla lettura del suo libro, e la bambina, forse, chissà... Mentre si disfa del cadavere, due lacrime gli scendono lungo le guance al ricordo della bella serata. Lo scrittore, infatti, ha sempre avuto il cuore tenero.



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mercoledì 23 dicembre 2015

Repetita... (?)©


Di Mirko Servetti©




Il corpo, rivisto nelle circostanziate
veggenze del vuoto di fuoco. Corpo
sbiadente al frangersi dello specchio
perché sempre ritorna il baluginare
della voce al mezzo della galleria, e affinché
la disperazione dia luogo all'incontro
reca una lettera senza timbro ad ogni
giorno del mese, o teatrante morto
al chiaro di Francia con la tua
discesa da un treno antico e
ritrovato sul marciapiede a pendio
come una ricordanza trattenuta 
dai determinismi allo scambio di frantumi
di cortesia, e la data celata nella
borsa magniloquente, e l'uniforme
gettata in un meandro di foresta
fra le tracce di rose dalle chiome inestricabili


dall'inedito "Il senso del meraviglioso"



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David Bowie Blackstar©

Di Roby Guerra©



Se già il video trailer Where are you going?, dell'album omonimo segnalava ancora un grande David Bowie, in dinamiche anche esplicitamente inquietanti e pre-testamentarie (ma almeno il brano hit autentica cibernetica esistenziale, di speciale pre-visione transcollettiva), appena relativizzate da altro brano dionisiaco/iconoclastico hard (e persino censurato), ora David nel film trailer (10 minuti!) del nuovo CD, Blackstar sembra persino giochi a dadi (non con Dio) ma con la morte in persona. Paradossalmente in ogni caso vincerà il Duca Bianco, già nella storia degli eterni grandi artisti pop del nostro tempo... Il film è un video capolavoro e senza alcuna esegesi necessaria: e la fiction sconcertante. Come un marziano caduto felicemente sulla Terra ma sospeso nella stratosfera asteroidica fregandosene di Icaro, Dedalo, anche Laio e Giocasta, al contrario capace di realizzare il programma d'espolorazione, ecco David liberare la propria Anima in un tourbillon zoom che attraversa in chips ultracompressi veri e propri futurtipi della nostra civiltà: interfacciati da quasi nuovo William Blake o poeta rimbaudiano di 7 anni, s'immagini un drone camera fluttuante tra le diverse ages della modernità, ma fin dal rinascimento magico... Profano e sacrilego, noir e electro, diventano combinatorie decontestualizzate e intercambiabili, con leggerezza fin troppo perfetta. Alla fine David, vince, nell'immaginario, la Stella oscura, la morte si arrende e suicida in una sorta di buco nero virtuale, l'astro continua a girare, è energia o materia oscura, il segreto della luce e della creatività, David Bowie conferma la sua essenza futurista letterale, un alieno, un mutante, un viaggiatore nel nostro tempo, before and after the singularity....

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