domenica 31 agosto 2014

La volpe

Di Mary Blindflowers ©




L'incongruenza tra parola
e neurone
nel gap compulsivo
di una nuova emozione
tuffata dentro le astuzie
di un cielo smodato.
Ho sognato una volpe nel letto,
riassunta con la coda fragrante,
nel silenzio di sale che sbrana la pelle,
nel rumore che il nulla ci oppone,
distante, reietto.
L'incubo è solo una sinapsi disfatta
e ripresa nei tuoi occhi dal taglio orientale.
Il tempo non ci dispone.





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mercoledì 27 agosto 2014

Paese che vai, difetti che trovi...

Di Mary Blindflowers


Siete mai andati a fare una denuncia presso una caserma italiana di polizia o carabinieri?
Di solito si suona ad una porta o un cancello chiuso in cui c'è il citofono con telecamera, in modo che vi vedano in faccia prima di farvi entrare, come se la fisiognomica fosse una scienza esatta. “Che vuole?”. “Devo fare una denuncia”. Qualche ora di attesa e poi vi introducono in una sala dove l'appuntato dovrebbe avere il compito di prendere atto e trascrivere quello che è successo. Di solito cercano di dissuadervi dal fare denunce, tutto tempo da perdere, scartoffie da riempire, resoconto da ascoltare e ridurre in sinossi e le procure intasate di cause inutili e improduttive che tanto il più delle volte vengono archiviate e finiscono nel dimenticatoio... Se possono risparmiarsi la fatica di scrivere è meglio. Insistete, allora si rassegnano. Bisogna scrivere, è necessario. Sbuffo dell'appuntato. Dopo averlo visto armeggiare al pc, ben presto vi accorgerete che dovrebbe fare un corso intensivo di dattilografia, dato che scrive con un solo dito, non distingue e coordinata dalla è terza persona del verbo essere, mette i punti a seconda dell'umidità dell'aria e le virgole casualmente, in virtù dell'ispirazione del momento. Ma l'aspetto più inquietante è che scrive periodi che niente hanno a che fare con quello che gli avete appena riferito, e poi pretende che firmiate il foglio uscito dal ventre di una stampante laser che ha fatto la guerra del 15-18. Vi rifiutate, facendogli notare che ha scritto una cosa per un'altra, che non è così che sono andati i fatti. Ride, sbuffa, e riscrive col solito dito. Per tre volte vi rifiutate di firmare, alla quarta apponete la firma e quell'“arrivederci” di due o tre tutori in divisa che vi guardano come se foste una rompiscatole piovuta dal cielo per rovinargli la giornata, suona ironico e beffardo. Ovviamente quando il denunciato riceverà, dopo un bel po' di tempo, la notifica della vostra denuncia, avrà tutti i vostri dati e perfino l'indirizzo, in barba alla legge sulla privacy.



Denuncia presso un posto di polizia in U.K. La porta si apre al passaggio. Dietro un vetro c'è il poliziotto o la poliziotta (ci sono molte donne nella polizia inglese) che vi da un modulo da compilare dentro una stanza. Compilato il modulo, tornate allo sportello, dove l'impiegato per circa un'oretta vi chiede tutti i particolari del caso, il luogo, l'ora, le circostanze, i fatti, etc. etc., battendo rapidamente le dita sui tasti. Il denunciato non avrà mai i vostri dati personali e neppure voi i suoi, per rispetto alla legge sulla privacy.
Tutto perfetto, almeno apparentemente. Peccato che l'ufficio serva praticamente solo per segnalare, denunciare e burocratizzare gli eventi. Se accade qualcosa davanti alla stazione di polizia l'impiegato dietro il vetro non può lasciare il suo posto che rimarrebbe scoperto. Mettiamo il caso che vediate tre persone azzuffarsi nei pressi, correte alla stazione, visto che sta là davanti, segnalate la rissa in atto. Il poliziotto/a vi risponderà con britannica flemma che dovete fare la fila, compilare un modulo e poi si vedrà, intanto quelli si scorticano le corna, ma la procedura è procedura, bisogna rispettarla... Non si può fare niente, soltanto usare il telefono per chiamare la polizia. Fate notare che sono loro la polizia! Risponde che la suddivisione dei compiti non permette di intervenire, che bisogna avere pazienza e compilare il modulo, e vi saluta come se niente fosse, augurandovi in modo molto professionale una buona giornata.



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lunedì 25 agosto 2014

La rosa inesplosa© (canzone)

Di Mary Blindflowers



Sei la rosa inesplosa di reti compatte,
sei la porta di ferro del mio malumore,
sei forte,
debole,
confusa in astratte idee d’orologio
a segnare le pause irregolari del cuore,
il necrologio costante del pianto
e del riso.
Stravagante compagna
dal viso di cuoio dipinto,
sei un impasto convinto
di sentimentale furore,
Cosa cerchi? Che vuoi?
Dimmi se posso mai contare
i tuoi passi,
quando mi lasci nell’assenza di te,
quando chiudi la porta per me,
quando il silenzio ti taglia
in fette sottili,
e ti scaglia lontana.

Sei la rosa inesplosa di primaverili promesse,
sei il lancio del disco volante,
nell’aria fragrante
di fantasiosi pianeti.
Cosa cerchi? Che vuoi?
Sei la mia astrale metà,
la sola cosa che conti
nel grembo infuriato della notte
e del giorno,
dammi la sola follia del ritorno,
nel sole,
con i capelli
legati alla luna,
vieni da me,
passando attraverso la cruna del vento,
sui ponti del sogno sospeso,
vieni marziana,
da me.

Sei la rosa inesplosa dell’ anziana Selene
che affilata si sazia
della mia carne aliena,
vieni, rosa, tu sposa mancata,
tu pena infinita,
vienimi a passeggiare sul cuore...

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Il filo conduttore, Matisklo edizioni (stralcio)©

Di Mary Blindflowers©



“Non so da dove cominciare. È tutto qua, dentro la mia testa, soltanto che quando lo trasferisco sulla pagina, sembra cambiare aspetto. Non so se riesci veramente a capirmi...”.
“Ti capisco”.
“È come quando pensi una frase e ti sembra meravigliosa, poetica, poi la dici...”.
“E ti sembra schifosa”.
“Esatto, come svuotata di senso, depauperata. Vedo che intendi perfettamente. Il pensiero nobilita i gesti, le parole, tutto insomma. Puoi viaggiare. La realtà è diversa, avvilente quasi, coi piedi piombati”.
“Leva il quasi”.
“Tutto così grigio sub luce, insulsamente prosaico”.
“Comunque devi cominciare”.
“Sì, sì, certo bisogna cominciare. Mi chiedevo come. Forse tu puoi in qualche modo aiutarmi”.
“Lo sto già facendo”.
“Ossia?”.
“Stai, anzi stiamo già iniziando, il tuo romanzo o racconto o qualunque cosa io sia, inizia esattamente con questo dialogo”.
“Ma è surreale, tu sei il mio romanzo!”.
“E con questo? La letteratura, per fortuna ci consente questo e altro”.
“Sì, ma... Non si è mai visto, sfugge ad ogni logica”.
“Curioso, uno scrittore che parla di logica... Certo, a pensarci bene ogni giallo che si rispetti ha le sue regole, i suoi ragionamenti deduttivi. Eppure tu dovresti saperlo, io sfuggo, mi piace andare oltre, superare la materia per crogiolarmi nel metafisico. L’importante è non perdere di vista l’essenziale, perché a questo mirano le parole”.
“A cosa, scusa?”.
“A cogliere il midollo nella sua sostanzialità. Dire la verità attraverso la menzogna, tutto si ri du ce a que sto! Il resto è orpello, favola, magia, tecnica, fumo negli occhi, mondo di fate e illusioni, nani, saltimbanchi, coboldi, arimaspi, effetti più o meno speciali, etc., etc., etc.”.
“Sì, sì, certo ma... la tecnica, lo stile... Mi preoccupano, sono ancora acerbo, piccolo letterariamente parlando, s’intende...”.
“Ti farò crescere, o almeno ci proverò”.
“Speriamo bene”.
“Forse insieme raggiungeremo una dimensione apprezzabile... Abbi fede scrittore, lo sai anche tu che ogni storia si scrive da se, che schiacci dei tasti e le parole si incollano alla pagina, poi vivono una vita propria, si muovono, pulsano come cose vive, corrono in una certa direzione, imboccano certi sentieri oscuri. Tu le insegui, perché non sai e non puoi fare altro nella tua vita, le segui a dispetto di critiche e commenti sarcastici. Percorri strade che non avresti mai immaginato di calcare, incontri facce sconosciute, paesi nuovi... E finisci con lo scoprire sempre qualcosa. Mettiamola così, comando io, perché guido le parole, le porto dove mi pare, e tu mi segui, chiaro?”.
“Chiaro”.
“Non protestare se i paesi che attraverseremo ti sembreranno sporchi, polverosi, puzzolenti, e neppure se incontreremo qualche marcescente cadavere, due o tre inverosimiglianze che ci passano davanti a braccetto del sogno”.
“Non protesterò”.
“Te la senti di seguirmi in silenzio?”.
“Certo, son nato per questo”.
“Allora che fai li impalato? Seguimi!”.
“C’è tanto da camminare?”.
“Ti verranno le vesciche ai piedi”.
“È buio”.
“Pensa e fa luce, idiota”.
“Da qualche parte nella tasca della giacca devo avere una torcia”.
“Se non la trovi inventatela”.
“Eccola, ci vedo di nuovo. Prendo appunti: una strada, filari di alberi a destra...”.
“Mettici qualche albero anche a sinistra, per la par condicio”.
“Va bene, ecco fatto”.
“Scritto?”.
“Scritto, filari di alberi a sinistra”.
“Perfetto!”.
“Che facciamo?”.
“Camminiamo, vediamo che c’è. La curiosità è madre della scienza”.
In fondo al viale alberato una casa”.
“Andiamoci”.
“Ma è lontana, più di un chilometro!”.
“Ricordi il patto? Io comando e tu esegui in silenzio”.
“Uff!”.
“Senza sbuffi o strepiti. Non sprecare energia nemmeno per grattarti la testa, cammina”.
La strada è sassosa e tutta in salita e fa un freddo infernale”.
“Pazienza...”.
“Siamo arrivati. Quanto tempo è passato?”.
“Trenta minuti circa”.
La casa sta a trenta minuti a piedi dal viale alberato. Andatura sostenuta. Sai chi ci abita?”.
“Dimmi un po’, tu sai quante gambe hai?”.
“Dopo questa sfacchinata non lo so più. Non c’è la faccio. Ho il fiato grosso”.
“Speriamo anche qualcos’altro”.
“Ah, ah. Piuttosto che faccio, busso?”.
“Fa un po’ come ti pare”.
“Non mi risponde nessuno. Forse sono usciti. Ehi, c’è qualcuno? Silenzio tombale. Guarda, la porta è aperta. E se entrassi, così per curiosità”.
“Allora non hai capito! Perché mi costringi a ripetere sempre le stesse cose! Chi sei tu?”.
“Tidelfo Bidoni”.
“Non ho chiesto come ti chiami, e comunque cambiati il nome perché è osceno... Ti ho domandato chi sei, che cosa diavolo fai!”.
“Scrivo”.
“Ecco, bravo, sei lo scrittore, quindi puoi fare come vuoi, entra, esci, ficca il naso dappertutto, accendi le luci, spegnile, commenta, sputa, va al bagno, salta, batti sulla tastiera la E, la S, la Z. Tanto non fai parte di me, cioè della storia, del dramma o romanzo che dir si voglia! Sei come un fantasma, puoi attraversare perfino le porte. Nessuno dei personaggi baderà a te, perché non esisti, non sei niente senza di loro, non sei nessuno, capito?”.
“Sì”.

“Non fare l’offeso e descrivi la casa”.... 

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domenica 24 agosto 2014

Chiaroscuro©

Di Gabriel Lure




Non son
più ciò
che conosco
la vernice
ha coperto
il corpo
scavato a
fondo
illividisco la
bocca con
maschere
d'argilla
il palcoscenico
è sgombro
non c'è
meraviglia
mi rimane la
fantasia
a parlarmi
d'amore
come un sogno
che non
conosco il
conto è giunto
a batter
col cocchio del
becchino
mi vesto
d'arlecchino
m'invidierà
l'arcobaleno
ora che son
morto il
chiaroscuro
ha accecato

il sole

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giovedì 21 agosto 2014

La testa sottobraccio ©




Ci metto un secondino.
Secondino è una parola
che
non
mi
piace.
Preferisco metterci un boia.
Intanto la lasciamo così a maturare,
Può venir fuori qualcosa che possa germogliare?
Sì, una titanica pianta sfonda sistema incatena
che
urla lungo la stanza d’ogni prigione.
A maturare metterei l’immagine del vento tra le sbarre
masturba idee d' alberi che posso ascoltare nella mente
e immaginare in autunno tra i boccioli di sensazioni
diverse a cui taglio la testa che mi porto sottobraccio.
Scrivo, lo faccio,
un'eiculazione di pensieri.



(Paola D.M., Mary Blindflowers, Fremmy)


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mercoledì 20 agosto 2014

Il viaggio (da I gelsi Neri)©

Queste battute sono state stralciate dalla commedia I gelsi Neri
i due personaggi sono rispettivamente dentro e fuori dal sistema e avviano un dialogo surreale
che rispecchia il reale.


  



Mary Blindflowers


Prof. Ragguazzo


Ci so fare!
Prendere, arraffare,
arricchirsi senza faticare,
latitare all'università!
Non ci sto quasi mai.
Sono il profeta dell'assenteismo!
I laureandi mi devono cercare,
mi devono trovare tra gli impegni!
Ho da fare!
Da girare!
Da giocare!
Son segni d'importanza,
bacio le mani al cardinale,
e qui c'è da lustrare e qui da intrallazzare,
passare lo studente segnalato! Trovare un assistente!
Purchè abbia il certificato di raccomandato d'hoc!
La riunione non consente la lezione,
ho impegni che sono segni
di importanza!
Sono la moglie di tutti i mariti e i mariti di tutte le mogli,
sono Cesare e Cleopatra,
ho il vizietto, porto il letto in facoltà,
bordello certificato di coito interessato,
ho le mani qua,
ho le mani là,
tra varie associazioni, club esclusivi,
amici altolocati,
giudici, avvocati,
banchieri con cui sollevo soldi e forzo ogni motore
ho amici finanzieri che mi rendono onore in varie cene,
un figlio scrittore che non vale un'acca
ma faccio pubblicare con un grosso editore
servo di partito.
Amico mio, non hai capito!
Sono grande, sono Dio,
sono la lacca del senso,
servo, vengo servito,
capito e riverito,
nel cerchio del circuito generale.
Sono segretario interuniversitario,
ho un potere planetario tra grammatica e isterismo,
ho diretto progetti, cambiato facoltà,
vinto premi del clericalismo,
vado al catechismo,
corro
al conformismo baronale,
mi adeguo
al codinismo clientelare,
rinnego
l'ateismo e ogni suo libero pensare...
Servi schiavi in schiavo sistema!


Smail

In poche parole fai pena...
Sei una iena a canne mozze,
con lo schifo ed il marciume ci vai a nozze,
fetente il ventre che ti partorì,
putrido il seme che ti concepì.
Le montagne possono andare dal profeta,
i ciechi riprendere la vista,
le streghe camminare sull'orlo degli arcobaleni,
stillando miele dai seni,
ma possiamo stare più che sereni,
la gente come te non cambia mai.
Occhio che tutto vedi,
occhio di un dio che non c'è!
Occhio di tuti gli dei che fingono ciò che sei,
obliandoti.
Occhio potente di cerchi dentro altri cerchi dentro altri cerchi,
vicino ad altri cerchi, circoli e circoletti intersecantesi...
Occhio perisci con tutto il sistema!
Che il mondo imploda nelle sue stesse brutture,
che la pupilla avvizzita veda se stessa e rimanga trafitta,
che venga sconfitto questo finto oro confitto nel buio
a seminare disgrazie nel mondo.
Che tutto rinasca dal fondo profondo,
che il mondo non sia più tanto immondo!
Crepa occhio!
Crepa con tutti i tuoi figli,
tu che alla bestia immonda assomigli,
tu che uniformi per renderci ipocriti e uguali per celia,
tu che distruggi ogni arte,
tu che metti da parte la vita del puro.
Crepa!
Chiuditi!


Prof. Ragguazzo

Andiamo, non essere sciocco!
Si può chiudere un occhio per caso, una volta ogni tanto
per soldi, per sesso, per potere,
per piegare il pensiero all'etica del dare ed avere,
ma il sistema ci vuole!


Smail

(Rivolto all'occhio sullo sfondo)

Chiuditi!

(L'occhio si chiude)



Prof. Ragguazzo

E adesso, che hai fatto?
Che hai fatto!
(Nervoso)
Come faremo senza più controllo, senza un sistema!
Nessuno, fa qualcosa!


Smail

Non devo fare niente!
Qui non siamo nel mondo ordinario!
Io starò bene, tu farai pena, come al solito,
comunque mi chiamo Smail.


Prof. Ragguazzo

Che mi importa!
Che nome ridicolo che hai!
Sei uno stupido!
Senza un occhio che ci guida, dove andremo?
Che faremo?


Smail

Ci guarderemo dentro, l'uomo così diventa totale, senza fili, senza meta, senza obblighi, senza Stato, sennza circoli chiusi e intersecantesi nei quali si deve entrare per essere e affermarsi.
Uomo totale.
Ti farai male!


Prof. Ragguazzo

Uomo totale?
Ma scherzi?
Io senza occhio, senza circoli di circoli chiusi non sono nessuno!



Smail

Appunto!
(Lo afferra per un braccio e lo mette davanti ad un grande specchio.


Smail

Guardati, miserabile!


Prof. Ragguazzo

No! No! per favore, no, non posso!
Non ho il coraggio!





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venerdì 15 agosto 2014

L'Italia (Q)olta

Di Mary Blindflowers



Magnarapa e Pappa nel libro Teoria e pratica dell'omicidio seriale, sostengono erroneamente che la vicenda dei due serial killer, Burke ed Hare ha dato luogo ad una ricca produzione letteraria di cui fa parte anche Frankenstein. I due assassini si conoscono nel 1826 dando inizio alla loro attività criminale che si protrae fino al dicembre del 1828. Il romanzo di Mary Shelley è stato pubblicato per la prima volta nel 1818: Frankenstein; or, The Modern Prometheus, 3 voll., Lackington, Hughes, Mavor & Jones, London 1818; quindi è cronologicamente impossibile che la Shelley abbia fatte proprie le suggestioni derivanti dalla vicenda di Burke ed Hare perchè scrive il suo romanzo prima che questi ultimi commettessero i delitti; addirittura l’idea comincia a prendere corpo nell’estate del 1816, a Villa Diodati, in Svizzera, sul Lago di Ginevra. Mary ebbe l’ispirazione da un incubo notturno.
Il libro di Magnarappa e Pappa è stato pubblicato dal Prof. Vincenzo Maria Mastronardi, direttore della Collana editoriale Psicologia dei comportamenti e della devianza della Armando Editore in Roma.
Il prof. Mastronardi, curatore del volume dei suoi due allievi, non si è neppure preoccupato di verificare l'attendibilità storica del testo, infarcito del resto di luoghi comuni e informazioni già note in campo criminologico. Questo stesso illustre docente, siccome l'Università italiana fa abbastanza schifo, non solo insegna all'Uiversità la Sapienza di Roma anche se parla un italiano stentato, ma organizza dei master a pagamento rilasciando titoli che costano fior di quattrini ma non danno nessuna possibilità in termini lavorativi e pratici.
Ho conosciuto il professore durante un master in criminologia. Lezioni ripetitive, monotone, con dati scontati e conosciuti da anni. Un giorno mi chiese se per caso conoscessi un certo Ernesto De Martino, perchè tutti gliene parlavano in continuazione, citandolo, ma lui non sapeva proprio chi fosse.
Ad un certo punto chiese ad alcuni allievi di partecipare alla relizzazione di un libro collettivo che, a suo dire, sarebbe stato pubblicato con la Laterza. Ogni studente doveva occuparsi degli aspetti criminologici di una regione, io della Sardegna. Gli mandai un primo elaborato e mi ringraziò per mail, scrivendomi che andava bene e che lo avrebbe utilizzato, ci avrebbe messo il suo nome sopra e che sarei stata citata come collaboratrice. Andai dall'avvocato e lo diffidai di dare alle stampe qualsiasi tipo di elaborato gli avessi spedito per la pubblicazione collettiva.
Rispose con il solito tono baronale, saccente e volgare, disprezzando l'elaborato che aveva precedentemente lodato.
Il giorno della tesi finale di criminologia erano presenti Luigi di Maio, non si sa bene a che titolo, il prof. Mastronardi, il prof. Parente, relatore della mia tesi. Mentre discutevo la mia tesi, Mastronardi e di Maio parlavano tra loro animatamente dell'estate e altre quisquilie, poi con una studentessa bionda argomentavano di vacanze e di una rappresentazione su rai tre in cui si doveva recitare una specie di processo, per il quale la biondina è stata ovviamente selezionata. Soltanto Parente ascoltava quello che dicevo, gli altri ridevano, scherzavano tra loro, come se stessero in un locale tra amici a divertirsi. Poi hanno applaudito senza aver sentito neppure una parola.
Dopo la fine del master ho avuto bisogno di un documento che attestasse la specializzazione presa. La moglie del prof. Mastronardi, che ovviamente funge da segretaria, mi disse che non poteva mandarmi la copia del documento, tra l'altro pagato a caro prezzo, visto che ad ogni lezione, la solerte signora, ci ricordava di pagare la rata dovuta. Soltanto dopo la minaccia di una querela, mi consegnò copia dell'attestato di specializzazione e mi fece una lunga telefonata in cui diceva che forse si era creato un terribile equivoco, che averli chiamati baroni da parte mia era ingiusto, etc, etc.
Di recente il prof. Mastronardi ha invitato Schettino ad intervenire all'Università di Roma in un seminario sul controllo del panico, argomento nel quale il capitano dovrebbe essere un grande e coraggioso esperto, un raro esempio da imitare.
La parola ai lettori. Io non ho altro da aggiungere.




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Dormiveglia ©

Di Paolo Aldrovandi 



La schiuma resta in testa
e vorrei non dormire mai
nella mia risacca omicida
che ricopre tende la notte
sbalzando anime passate
e rimuovendo fantasmi pagliacci
che portano allo sgomento del mattino
con incapacità recidiva
che abbraccia come una scimmia
e gratta con unghie sporche
e dita nere come la povertà
entrata nella mia casa nuda
col sorriso dal volto mancato
pensando al momento eterno
come al sangue tenuto stretto
nelle vene piene d’aria
in embolia costante
sparata come uno zero
da siringhe sante
capaci di far dormire l’idea
e di salvarsi dall’estasi momentanea
nell’infimo viaggio riciclabile



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