domenica 29 giugno 2014

Le Regole base per decollare in editoria e non solo...

Di Mary Blindflowers & Fremmy





Quante volte vi siete sentiti dire: "se non pubblichi con un grosso editore, forse è perché non sei poi così bravo, forse non hai talento...". Sciocchezze! Il talento non c'entra, è che ignoravate queste regole.
Ecco perché non avremo mai successo, le fondamentali regole editoriali per pubblicare con un grosso editore:


1 Conoscere l'editor che valuterà i vostri lavori e ci sono tre vie per conoscerlo: è un amico della vostra famiglia borghese, oppure lo avete unto a lungo partecipando, naturalmente a pagamento, ad uno dei suoi corsi di scrittura creativa, in cui non vi insegneranno un fico secco, però potrete esercitare l'arte della piaggeria a 360 gradi pecora.

2 Conoscere uno scrittore che conosce l'editor e che vi raccomanda in modo che il vostro manoscritto stia in cima alle letture e non venga buttato nella macchina macinacarta senza neppure essere stato visionato.

3 Scrivere cose sentimentali e innocue dal punto di vista politico, assecondando la linea partitica del gruppi a cui avete mandato il manoscritto, se mandate a un editore comunista, fate finta di essere comunisti, se l'editore è di destra, dite di essere dei fascisti, etc.

4 Scrivere cose banali, che tutti ma proprio tutti capiscono, in modo da non indurre nessuno a pensare. La tendenza dell'editoria contemporanea è PROIBITO PENSARE. Non lanciare idee nuove, originali o rivoluzionarie che potrebbero infastidire i vecchi tromboni, profeti della sottocultura a stampino. Ricordatevi la creatività è dannosa. Il creativo è critico, troppo pericoloso.

5 Darla (o in non rari casi, anche darlo).

6 Andare alle feste dove sapete di poter trovare i guru dell'editoria, possibilmente con un vestito scollato che metta in evidenza il vostro talento sprecato. Se l'editor è notoriamente gay potrete mandare in avanscoperta un vostro aitante amico gay che vi spianerà la strada del successo.

7 Fare recensioni positive ai libri pubblicati dall'editor che dovrete incensare, anche se sono pattume letterario che presenterete come grandi capolavori della letteratura italiana. Mettete sotto i tacchi ogni onestà intellettuale.

8 Se l'editor sta su fb, stanatelo e scrivete sotto le sue foto, che è una donna o un uomo bellissimo, affascinante e megaintelligente, anche se di fatto somiglia al gobbo di Notre Dame.

9 Militare dentro un partito, assiduamente, prima o poi non solo, se siete sufficientemente “versatili”, conoscerete qualcuno che fa al caso vostro, ma potrete diventare editor a vostra volta.

10 Essere totalmente e impudicamente e soprattutto esageratamente servili e compiacenti con chiunque vi stringa la mano nei vari meeting e festicciole per cercare un pò di elemosinato lavoro, o soprattutto nelle varie stanze degli uffici dove vi vedrete spallottolati ''con semplice rimborso spese'' prima di fare il grande salto da uno dei ponti romani senza catenacci.

11 Uccidere qualcuno e poi scrivere un libro in galera, che fa molto trendy, oppure dare spettacoli sotto scrivanie trasparenti.

12 Sposare un regista, politico, attore, giornalista, soubrette, presentatore, calciatore, tennista, assessore, sindaco, deputato, ministro, bancarottiere, portaborse, vescovo, cardinale, virgola, virgola, virgola, punto. Con questo metodo si rischia seriamente di essere insigniti dal Presidente della Repubblica di un premio per alti meriti letterari.

13 Farsi mutilare il libro dall'editor, lasciandogli tagliare parti essenziali e creative del lavoro, in virtù di moda e presunta omogeneità.


14 Levatevi dalla testa il talento, non serve a niente.


Queste regole, più o meno valgono per tutti i mestieri ben pagati in Italia. Poco importa se si va dal macellaio o dal pescivendolo, l'importante è comprare cose che non servono.




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sabato 28 giugno 2014

Fiume alieno

Di Fremmy ©




Attesa cosparsa di gradini puntigliosi,

soglia del giorno torbido amnistiato,

le compiante scale di foreste lacrimanti

alle quali donavo le mie iniquità,

morivano sotto le foglie, ed il velluto fangoso

mi era in soccorso alle vertigini frequenti.

Il tappeto spento di vite ha lasciato il sole,

intruso campestre, arrancare, negli spiragli da lontano,

spiavo le macchie di luce fragranti sul mio ego,

delinearsi in tracce di essenze trepidanti e deliranti.

Un silenzio indefinito seguiva la sua siepe,

scoscese rive risalivano il fiume,

alieno al mio altrui pudore dimenticato.

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venerdì 27 giugno 2014

Lettera sconcia al Papa del gregge che tanto non legge

Di Mario Lozzi





Caro Papa,
anche questa non la leggerai di sicuro poiché: terque quaterque avertantur spiriti mali
malaeque suasiones.


Ti ho sentito parlare con tono accorato sulla tortura, l’hai definita disumana, ti sei anche commosso e mi sei piaciuto. Però un dubbio mi ha smerigliato la sede del pensiero. Un dubbio sull’infallibilità.
Prima di te ci sono stati nove papi che hanno approvato e addirittura fondato tribunali protesi costantemente alla tortura di eretici, bestemmiatori, omosessuali, divinatori, streghe, stregoni ecc.


Hanno cominciato con LUCIO III NEL 1184 CON LA BOLLA: “ Ad abolendam diversarum haeresum” pravitatem.


Poi c’è stato INNOCENZO III: “ Excommunicamus” del 1215.


Poi ONORIO III: 1218 : “ In generali concilio.”


Inoltre GREGORIO IX : 1232 “ Ille Humani generis” – 1233 “ Licet ad capiendos” - 1234 “ Ad capiendas vulpeculas”


Ancora INNOCENZO IV: bolla “ Ad Exstirpanda “ del 1252. .


E GIOVANNI XXII . 1317 “ Spondent pariter” - 1323 “ Cum inter nonnullos


E soprattutto: INNOCENZO VIII: 1484: “ Summis desiderantes


Per giunta: SISTO IV : bolla del 1478: "Exigit sincerae devotionis"

Dulcis in fundo: PAOLO III: siamo nel 1542 e la bolla: “Licet ab initio “ concluse la serie.



Sono nove, dico nove papi. In tutti erano meno infallibili di te?
E guarda un po’ che combinarono. Un certo padre Labat, domenicano, assistè, suo malgrado alle torture gestite dai sacri tribunali, come provveditore del Santo Uffizio. Te ne racconto alcuni pochi stralci: fra le torture:
La più comune è la corda. La chiamano la regina dei tormenti. E difatti è dolorosissima. Un uomo vi muore se lo si lascia sottoposto troppo a lungo; ne uscirebbe storpiato se si trascurassero le precauzioni necessarie, prescritte onde evitare tali conseguenze.
Rivoltate le braccia sul dorso, il bargello gli lega insieme i due pugni, fra la mano e l’articolazione dell’avambraccio. Si adopera a quest’uopo una legatura fortissima e morbida ad un tempo, composta di parecchi grossi fili, o di tre piccole cordicelle flessibilissime avviluppate in un involucro di pelle tenera e pieghevole, che formano una corda di nove o dieci linee di diametro; poi attaccata all’anello che ha formato con questa legatura la corda grossa, destinata a tener sospeso in aria il paziente, abbraccia questo a mezzo le coscie e lo solleva, mentre gli sbirri tirano la grossa fune passata sopra una puleggia infissa sul soffitto e lo abbandonano nel vuoto, colla maggior delicatezza possibile, affinché riesca meno doloroso il dislocamento delle spalle e non ci sia pericolo di storpiarlo.
In quel momento il torturato soffre orribilmente, perché il peso del corpo disloca le spalle e gli rompe le braccia al di sopra del capo. Egli deve rimanere in siffatta posizione un’ora, a menoché non cada in uno stato di debolezza, dichiarato pericoloso dai medici, o che per la confessione della sua colpa e la promessa di ratificare la confessione stessa fuori dei tormenti, i giudici non abbrevino la durata del supplizio.


Ma siccome tutti non hanno la stessa robustezza di reni e la stessa disinvoltura, coloro che subiscono codesta tortura penano molto più che non si sappia immaginare. Dopo pochi minuti sono inondati di sudore e hanno frequenti svenimenti. Si richiamano in sensi soffondendo loro il viso con un po’ d’acqua della Regina d’Ungheria, avvertendoli il bargello di non far movimenti, i quali facendo oscillare la corda, produrrebbe loro più acuti dolori.
La tortura chiamata la vegliacontinua il bravo domenicanoprende questo nome perché si suppone che colui cui è applicata per la durata di dodici ore complete, non possa dormire, a cagione degli acuti e continui dolori che soffre. Giudicatene.
L’imputato viene spogliato tutto nudo e rasato, gli si attaccano le braccia dietro il dorso, come abbiamo veduto per la corda. Lo si fa cadere per terra e gli si legano i piedi ad un lungo e grosso bastone, distaccati un dall’altro quanto più è possibile. Quindi tre o quattro uomini lo sollevano all’altezza di quattro piedi; mentre essi lo tengono disteso, si ferma la corda che gli lega le braccia ad un gancio, infisso nel muro a circa sei piedi d’altezza, e si mette sotto le natiche del paziente un tronco di 4 piedi d’altezza, in mezzo al quale sorge un cavicchio alto quattro o cinque pollici, largo da nove o dieci linee, sul quale si appoggia l’osso sacro del paziente: è sovr’esso che deve riposarsi senza muoversi; è sovr’esso che deve gravare il suo corpo per tutto il tempo che dura la tortura. S’egli scivola giù da questo perno, sente subito i dolori della corda che gli disloca le spalle, perché non ha sostegno: lo si rimette tosto su questo doloroso cavicchio, ove deve tenersi in equilibrio il corpo, con sofferenza indescrivibile. Si dice che le prime tre o quattro ore sono le più difficili a sopportarsi, perché i sensi trovandosi ancora nella piena vigorezza, sono più suscettibili del dolore, di quanto si trovano affievoliti, prostrati, ottusi, per adoperare un termine tecnico. Di consueto in queste quattro prime ore il paziente si scarica e questo gli serve di sollievo; se non lo fa c’è da temere per la sua vita.
Qualunque cosa gli accada in quello stato di dolore non gli si porge altro sollievo, che alcune goccie d’acqua della regina d’Ungheria, soffiatagli sul volto, dopo averlo avvertito, affinché non faccia de’ bruschi movimenti per la sorpresa, i quali aumenterebbero le sue pene.”



La tortura del fuoco si dava a questo modo. Il reo, dopo aver sofferta costantemente la tortura della corda, era condotto avanti un camino pieno di carboni accesi: era legato fortemente ad un cavalletto, in modo che non potesse fare il più piccolo movimento; qui sic suppositus, nudatis pedibus, illisque lardo porcino inunctis et in cippis juxta ignem validum retentis. Comprendete? Co' piedi nudi, unti con lardo, e ritenuti con ceppi per mezz'ora sopra un grandissimo fuoco! ecco il misericordioso tribunale de' preti! Ma gl'inquisitori avevano la ipocrita cautela di protestare che se da quella tortura ne avveniva la morte, o altro danno al paziente, ciò non doveva essere attribuito a loro, ma al paziente stesso, perchè non aveva voluto confessare.



La tortura dell'acqua consisteva in questo. Si stendeva il paziente sopra una specie di cavalletto fatto a guisa di mangiatoia; si legava fortemente ad esso: poi un carnefice con una corda per mezzo di un randello stringeva le due gambe ai malleoli, ritenendo sempre in mano il randello; un altro stringeva nello stesso modo i due polsi. Si portava un gran secchio d'acqua, ed un terzo manigoldo, dopo avere con una specie di piccola tenaglia di legno chiuso bene il naso al paziente, poneva con la sinistra nella bocca del medesimo un imbuto, mentre avendo nella destra una tazza, con essa attingeva l'acqua dal secchio, e la versava nell'imbuto: intanto i due altri manigoldi torcevano il randello; e quell'infelice, soffocato dall'acqua, tormentato dal dolore, impedito dal respirare, non potendosi muovere, preso da assalti di tosse, soffriva tormenti che il più delle volte cagionavano la morte per rottura di vena nel petto. E questo tribunale è da' preti chiamato santo.”
……………………………………………..
Tu dici, papa mio, che” il segno dei tempi” è ormai cambiato. Dunque è il Vangelo e la Chiesa, sua conseguenza che ha cambiato la società, oppure è la società civile che, nella sua lenta evoluzione, dovuta alle scoperte scientifiche e filosofiche, ha modificato la chiesa? Se fosse così, non ti pare una pretesa notevole istruire nel tuo modo, giusto per carità, “ i fedeli” che per tanto tempo sono stati istruiti in tutt’altro modo?
Lo so che questa lettera non te la faranno nemmeno vedere. Il papa non può assolutamente tener conto di queste sconcezze. Non le deve sapere così potrà, come il Santo Giovanni Paolo II , chiedere perdono per le colpe “commesse dai figli della Chiesa “. E ci mancherebbe altro che fossero colpe dei Papi e, quod deus avertat, magari anche dei cardinali, vescovi e di una sequela di frati, addestrati ad hoc...






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