sabato 31 maggio 2014

Stuprar il verso

Di Gabriel Lure



Cosa se ne
fa il
mondo
delle mie
rime non
ci si pulisce
nemmeno
il culo
non le
capisce
altro
non faccio
che stuprar
il verso
con parole
vuote
che non fanno
testo
non mi rimane
che tacere
ed ingoiar
l'inchiostro
come
nettare
acerbo
sorrider
come uno
stolto
e pagarne
il prezzo
non sono
un uomo
non sono
un verso
son solo
il tempo
che avanza
ed é sempre
perso
forse ho
osato
troppo
per quel
che non sono
come un
sogno di
giorno
abbandonato
a se

stesso

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giovedì 29 maggio 2014

Gli aforismi di Maria Calzetta by Helianto & Pulcino Elefante


Di Mary Blindflowers


Un'associazione no profit “artistico culturale”, Helianto, un sito web di “cultura/società” dal profetico nome di Aforismi meglio, edizioni “d'arte” Pulcino Elefante, mischiare il tutto nel frullatore delle opportunità per nuovi polletti da spennare, e il gioco è fatto, una penna di qua, una di là, tutto uno sfarfallio di urrà per fantastico concorso promozione novelli aforisti.
Il vincitore, giudicato da una specialissima giuria di esperti, acchiapperà la non modesta somma di euro 200. Partecipare è semplice come bere un bicchiere d'acqua, basta seguire il regolamento. Incuriosita me lo leggo, vediamo... C'è un link: http://www.lalinguadelgirasole.com/contest/, voce bando...
Sto leggendo:

La lingua del girasole, concorso... Si partecipa esclusivamente on line compilando il form di adesione.
 Ogni autore può partecipare con un numero illimitato di aforismi.
 Ogni aforisma, scritto in lingua italiana, può essere composto da un massimo di 100 caratteri (spazi e punteggiatura inclusi).
 La segreteria del Premio si riserva il diritto di escludere aforismi aventi contenuto diffamatorio, offensivo od osceno.

Poi precisa che c'è una quota di partecipazione:

1 euro ad aforisma, come contributo alle spese di segreteria e di allestimento del Premio”.

Ecco la carota per gli asinelli:

Al primo classificato sarà pubblicato l'aforisma a cura delle Edizioni D'Arte PulcinoElefante, accompagnato da opere di Massimo Monteleone, e riceverà 200 euro”.

E dulcis in fundo:

Ogni partecipante poi non solo autorizza il trattamento dei dati personali ma acconsente alla pubblicazione dell'aforisma, “senza nulla a pretendere a titolo di diritto d'autore pur rimanendo esclusivo proprietario dell'opera”, laddove per “opera” si intende un aforisma.

Riflessione:


Facciamo due conti. In matematica non sono mai stata brava, ma perfino una schiappa come me, riesce ad arrivare ad un raagionamento elementare.
Supponiamo che 1000 persone mandino un aforisma a testa, in realtà se ne possono mandare illimitatamente, lo precisa il concorso, basta pagare 1 euro per ogni aforisma, è il gioco è fatto. 1000 aforismi 1000 euro intascati, 2000 aforismi, 2000 euro, e così via... Oggigiorno le “spese di segreteria” sono costose, infatti lo sanno tutti che per ricevere mail si pagano somme astronomiche, poi per comunicare on line chi ha vinto, ci vogliono una marea di quattrini, per questo ogni minchione, pardon concorrente che partecipa deve sborsare un euro. Mettiamo il caso si intaschino 1000 euro puliti puliti, perché spese non ce ne sono, dato che si fa tutto on line, da questi 1000 euro si levano 200 euro per pagare il mostro che ha vinto, rimangono, se so fare i conti, 800 euro che gli organizzatori si mettono in tasca a costo zero. È proprio vero, l'Italia è il Paese dei creativi. Non sanno più cosa inventarsi per spellare i polli vivi, tra Eap, antologie di autori sconosciuti che pagano per vedersi pubblicato un racconto o una poesia, concorsi in cui bisogna sborsare, perchè nessuno fa niente per niente, possiamo dire che lo stivale ha fantasia e estro nella diffusione della cul staccato tura dei sottotacchi. E i pesci abboccano, ci sono già 31 pagine di aforismi, già ci sono soldini per pagare il vincitore e ne avanzano, partecipate numerosi agli aforismi di Maria Calzetta, che i fischi non son fiaschi, i rischi son raschi e le femmine maschi purchè si guadagni, purchè si intaschi...



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I cerchi di Satana

Di Mary Blindflowers



Si parte dall'idea di un punto di controllo che deve essere equidistante da tutti i lati del sistema, una specie di universo concentrazionario di tipo panottico, con un grande occhio centrale che vede e che guarda. Il potere così può raggiungere ogni punto, osservare e prendere decisioni. Il sistema ovviamente deve essere di rigore chiuso, senza porte almeno apparentemente, perchè in un porto di mare in cui tutti liberamente entrano ed escono, il controllo su azioni e coscienze non sarebbe possibile. Allora immaginiamo un cerchio con un punto al centro e i raggi come emanazioni da quel punto che mantiene la stessa distanza da tutti i punti della circonferenza, immaginiamo circoli, associazioni, sette massoniche, partiti, categorie, chiese, club per pochi eletti... L'Italia sotto l'apparenza fallace di stivale, in realtà è costituita da un insieme di circoli, grandi, piccoli, medi, più o meno importanti e pesanti. Chiunque voglia “contare qualcosa” in qualsiasi ambito non può vivere fuori da questi cerchi di Satana, spesso costituiti in nome di Dio, deve starci dentro e sottostare a tutte le regole stabilite dal punto centrale. 

Così si creano infiniti circoli borghesi di irregimentazione delle coscienze, di spia sociale oltre le quali la vita diventa difficile, se non impossibile. Chi si sottomette alle regole del proprio circolo ha vantaggi immediati, solidarietà dagli altri appartenenti al sistema, aiuti, raccomandazioni, spinte, bustarelle, pubblicazioni se si tratta di intellettuali o pseudo tali. Le voci libere difficilmente hanno accesso alla cultura ufficiale che da secoli rimane “borghese e puttana”, ma sopratutto di casta circolare oltre la quale non si può navigare. Così i profeti della modernità e della globalizzazione si illudono di essere liberi, di poter dire e fare, ma in realtà è tutto filtrato. I cani sciolti sono pericolosi, rifiutano la loro aderenza alla logica del circolo di schiavitù, dunque le loro voci non possono essere ascoltate. La stessa informazione è circolare, dunque non c'è scampo. Poi tra certi circoli esistono comunicazioni segrete, sottili, impercettibili all'occhio profano, ma fondamentali per la sopravvivenza del sistema che è un insieme di sistemi collegati e sigillati per le libere coscienze. I circoli dirigono ovviamente la massa inerme come pastori pecore al pascolo. Così tutto viene sottoposto al filtro degli Stati nello Stato. Il potere dei circoli non vuole che la massa pensi, sarebbe scomodo, controproducente, si annullerebbero secoli di privilegi circolari e viziosi, il sistema potrebbe risultare fortemente indebolito dal pensiero attivo, addirittura messo in crisi. Così l'accordo tra i circoli prevede che le pubblicazioni dei circuiti chiusi dei grossi gruppi editoriali, per accordo con altri circoli politici che contano, debbano essere “innocue”, un po' come facevano gli antichi romani, davano al popolo pane e giochi nelle arene, per farlo trastullare, in modo da non indurlo a pensare ai guai dell'Impero.
E certi circoli politici selezionano anche il personale che a sua volta deve selezionare gli scritti nei gruppi che contano, e si deve star sicuri che il selezionatore sia del circolo e dell'università giusti, in modo che filtri solo ciò che conviene, ciò che si può, ciò che il partito, che a sua volta lo ha raccomandato, consente. Così i servi di partito insegnano all'Università, selezionano i libri che dobbiamo leggere e pubblicano Moccia e altri animali, tanto dopo bombardamento mediatico della Tv di Stato spinte e calci nel deretano, la gente indottrinata e svuotata del libero pensiero in movimento, compra tutto il becchime che gli viene proposto sotto mano, un po' come le galline che beccano il grano che trovano per terra. Anche se è cattivo, lo prendono, giusto per placare la fame e poter dire, “oggi ho mangiato”. Poco importa la qualità di quello che ha ingoiato, però è contenta perché da buona cittadina modello, la brava gallina decerebrata, ha ubbidito allo Stato democratico, ha pagato le tasse, ha bevuto acqua di regime, ha letto libri filtrati e scelti da gente che recensisce Kafka senza mai averlo letto, è andata a messa da buon volatile ubbidiente, ha visto la televisione con le soubrettine scorticaministri scaldapoltrone, ha lavorato tutta la settimana senza lamentarsi, ha pagato il biglietto per treni che non funzionano e mai funzioneranno, ha mandato i figli in una scuola dove il programma ministeriale impone il cattolicissimo e virtuoso Manzoni senza quasi mai arrivare a leggere Nietzsche o Russell, ha visto sfilare le auto blu dei politici che accompagnano l'amichetta dal parrucchiere, si è lamentata e poi? C'è da chiederlo? La brava gallina di regime è corsa da “uno che conta” per “sistemare” il figlio o un parente qualsiasi all'interno di un circolo importante. Si sa che se non sei neppure l'ultima gallina o ruota del cerchio, praticamente non esisti. Ergo ungere, leccare, provare ad entrare, bussare e forse il pesante sesamo si aprirà. E se un cerchio non va bene, provare con un altro, tanto quelli che fanno la storia, sono tutti collegati e se riesci ad entrare all'interno di un cerchio poi puoi comunicare con gli altri...

Così i cerchi di Satana girano nello stivale putrefatto in cui non c'è capo né coda, né fine né antefatto che possa essere inventato, perché è tutto già scritto, tutto ma proprio tutto tutto putrefatto.



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mercoledì 28 maggio 2014

Cuore di lana

Di Mary Blindflowers


Sgranate le ore
sul tedio diurno di pioggia,
in orlo abissale di vicoli
zuppe voci vento tana
zoom limitate comari,
corna, denari, posto sicuro,
offese, costi, vestiti a puttana,
arrosti di truppe, pericoli,
cuore di lana,
imbarazzi...
Beato il cielo scuro di Londra
dove puoi uscire in pigiama
e nessuno ti dice o ti chiama.
Esce il sole, ma a sprazzi,

nell'indecomposto.

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lunedì 26 maggio 2014

Destrutturalismo del centro

Di Mary Blindflowers



Non basta il bullone centrale della ruota di un carro a 

dimostrare che dal microcosmo antropomorfizzato si 

possa arrivare al macrocosmo. 

Nessuno dimostra niente, 

tranne che le religioni sono la più grande truffa di tutti i 

secoli...







Il centro del mondo spogliato opportunamente del suo carattere spaziale, per evitare critiche di ordine materialistico e ateo. Il punto fermo, l'origine, il punto di partenza di tutte le cose, il simbolismo geometrico e numerico tanto caro a Guenon e alle filosofie orientali... L'idea o Emblema del Principio, rappresentato tramite un punto al centro di un cerchio i cui variabili raggi sono emanazione dall'Essenza. Cicli cosmici indù, rotazione del mondi, danza di Shiva, chakra, ruota delle cose o della vita... Lo zodiaco dai dodici raggi... Affascinante itinerario sull'eternità come perno fisso attorno a cui ruotano tutte le cose transeunti. Il centro sarebbe un ordinatore interno che dirige e impera perché l'immutabilità è il Tutto... E da qui croci che si intersecano creando un punto fisso, svastiche poi strumentalizzate, il cui vero significato esoterico affonda le radici nella funzione del Principio in rapporto ad un presunto ordine cosmico di natura spirituale.


D'accordo, un excursus interessante, ma questa universale e panreligiosa teoria del centro, non sarà forse basata su un falso principio? Perché mai dovrebbe esistere un centro, un punto fisso, immutabile? Perché mai tutto dovrebbe avere un'origine? Forse perché gli esseri viventi del nostro mondo, compreso l'uomo, nascono e poi muoiono? Siamo abituati a ragionare in termini di origine soltanto per il fatto che nasciamo. Come si può dimostrare la stabilità e fissità dell'eternità? La teoria del punto fisso è soltanto un'enorme, planetaria antropomorfizzazione del senso che forse senso non ha, non umanamente parlando. Se provassimo ad uscire fuori dall'idea dell'inizio e della fine, che di fatto tradisce soltanto un'esigenza umana, potremmo ragionare in modo più indipendente. L'uomo è instabile, il fatto stesso di camminare su due piedi, anziché su quattro, lo rende insicuro, poi vede i suoi simili nascere e morire. Durante il tragitto verso il declino, per accettare l'idea scandalo della sua stessa scomparsa, ha bisogno di un punto d'appoggio, di credere che esista, sia pur non spazialmente identificabile, un perno solido, eterno e immutabile su cui fare affidamento, come la ruota di un carro si affida alla stabilità, forza e robustezza di un bullone. L'idea che possa non esistere alcun punto su cui appoggiarsi, lo fa tremare, e gli fa dire che la decadenza consiste nel vivere senza Centro, senza motore immobile, senza Dio. Così una delle più grandi conquiste dell'uomo, l'ateismo, si bolla con il marchio a fuoco della decadenza. Ed ecco Dio, assiso al centro di non si sa bene quale cerchio, penetrare a fondo nelle coscienze e dire all'uomo quando e come può sputare, mangiare, accoppiarsi, ridere, vestirsi, salutare, amare, etc. Siccome l'uomo pensa di essere molto intelligente, un dio solo non basta, ergo il mondo si popola di cerchi monoteistici con un punto al centro, circoli chiusi, religioni diverse, e si hanno due possibilità, o fai parte di uno di questi cerchi e ruoti attorno al dio che ti hanno imposto, oppure sei fuori, ramingo come gli zingari scacciati da Thule. Poi, siccome i circoli hanno una forma attraente d'ipnosi, ogni gruppo forma il suo. Gruppi spirituali, partiti, sette, corporazioni, categorie, squadre, massoni, esoteristi, affaristi, etc., ognuno ha il suo circolo. E se malauguratamente non vuoi entrare dentro nessuno stramaledettisimo e bastardo cerchio chiuso perché soffri terribilmente di claustrofobia, sei aut, un alieno, non fai parte di questa terra, ergo non sperare mai veder lo cielo o arrivare all'Empireo, anche perché se poi ci arrivi e lo vedi dall'interno, può pure darsi che ti faccia abbastanza schifo...

La sera io comunque il cielo del nord Europa me lo guardo lo stesso, anche perché è uno spettacolo gratuito. Spero che un extraterreste mi inviti ad entrare nella sua navicella e davvero mi auguro che non sia circolare a dispetto dei cerchi nel grano.




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La traversata dell'alba

Di Fremmy


La traversata dell'alba ha distratto il giorno,

fertilità anteposte al destro dibattito

distolto dal forno invadente di metastasi,

le lune hanno colmato l'orlo del bottone

con il quale slacciavo il solco di treni

figuranti al mio passeggero tormento di gioia.

Sentiero viscido vagabondo alla sosta di sensi,

ho percorso ed intravisto il mio tedio

mentre l'ombra giocava a dadi con il faro,

scoglio rigido fraudolento di fermenti assidui

al mio verdetto non giudicante di fatalità

merlettate al limone, ed aspro ascoltavo

I gemiti di fieri vettori luccicanti nel grigio

contenitore di me stesso e nuvole generose.

Composto e denutrito asserivo al tavolo

suadente di emozioni e fibre rigogliose,

I fiori ferventi inarcavano sguardi nascosti,

giorno intimo e lamenti uncinati fraternizzavano.

Chiuso ed uscito, la porta mi ha salutato

distraendosi al rumore di un rigurgito.


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venerdì 23 maggio 2014

La grande vergogna in nome di Dio

Di Mario Lozzi



L’inverno continuava a bussare alle porte del respiro e venivano le bronchiti.
Quell’anno furono molte. I ragazzi con la febbre alta stavano a letto nell’enorme salone-dormitorio, più freddo dei campi all’aperto. Gli altri continuavano la solita disciplina: preghiera, studio.
Ogni due ore si mettevano in fila e lui intonava una giaculatoria, sempre la stessa: “Regina Apostolorum!”. I ragazzi rispondevano: "Ora pro nobis" e partivano in silenzio verso i gabinetti lontani. Più di duecento metri di scale, saloni, corridoi. Non sarebbe stato permesso andare in bagno in altri momenti oltre quelli ufficiali e di gruppo, ma lui accompagnava qualche ragazzo fuori orario perché sapeva bene come il coltello del freddo acuto potesse ferire la vescica e farla spasimare.
Naturalmente, al ritorno, trovava i ragazzi in subbuglio nello studio e li pregava e li rimproverava finché ritornava il silenzio. Maledetto chi l’aveva inventato! Una cosa da vecchi imposta a bambini!
Ogni ora andava a fare il giro dei malatini. Incoraggiamenti, medicine, qualche caramella di nascosto. Molti, fra i più piccoli, volevano la mamma e lui si fermava a carezzarli, a raccontare cose allegre, finché si calmavano.



E correva, correva.
Uno dei nuovi arrivati stette proprio male. Febbre da mulo e sbalzi di delirio. Gemeva che nessuno lo toccasse e diceva parole strane, preghiere, imprecazioni.
Lui lo vegliò per una notte intera e gli mise sulla fronte bollente piccole pezze di tela inzuppate d’acqua fredda ed aceto.
All’alba la febbre cessò.
Il ragazzo aprì gli occhi e non erano più lucidi. Guardò il prete indolenzito sulla sedia vicino al letto.
Lo guardò a lungo. “Da quanto state qui ?”.
“Da qualche minuto, sono venuto a darti l’aspirina”.
“Non è vero, ieri sera eravate già qui!”.
“Ma che ti metti in testa! Toh, prendi la pasticca!”.
Lo fece bere, gli accomodò le coperte e gli accarezzò la fronte.
Il ragazzo scattò di fianco, brusco, come se lo avesse scottato col tocco.
Quando ritornò in parrocchia incontrò le solite cose. Il solito incubo.
“Padre, mi ha aperto le gambe con violenza !”.
“Basta, figlia, è un peccato che ha commesso lui. Non deve confessare i peccati degli altri!”.
“Ma io ho provato piacere! Mi ha affondato il viso fra…”
“Sì, sì ! Le do l’assoluzione!”. E via, di nuovo, con la corona del rosario fra le mani, come se fosse stato un amuleto.
Non aveva più voglia di mangiare. Pregava e correva.
Una neve di cose meccaniche per coprire le domande a se stesso e le terribili risposte che si sarebbe dato. Poiché senza di me, lui non aveva spazi di ragionamento, solo idee estreme senza possibilità di smussarle.
Il ragazzo della febbre lo cercò, quando fu tornato in seminario.
"Volevo dirvi grazie".
“Ma non ho fatto niente, solo quello che dovevo fare".
“Non è vero! Volevo chiedervi scusa per il mio modo di fare… Il fatto è che…nessuno del mio gruppo ha più fiducia…in niente”.
Il piccolo prete cercò di non guardarlo fisso per non metterlo a disagio: “C’è qualche cosa che tormenta te e i tuoi compagni ?”.
“Sì. Ma abbiamo deciso in tutti di non parlarne mai. Non ce lo siamo nemmeno confessato”.
Erano troppo giovani per mantenere un segreto per sempre.
Lui disse: “Se è un segreto non me lo devi dire. Non è giusto che tu riveli una cosa comune a voi tutti, solo perché ti senti riconoscente verso di me !”.
Il ragazzo abbassò la testa: “Non è per riconoscenza. E’ perché, se non lo dico a qualcuno,
scoppio!”.
“Ma i tuoi compagni lo sanno?”.
“No! Glielo dico!”. Si allontanò e andò a tuffarsi nel mucchietto solitario. Confabularono.
Il prete soffiò nel fischietto per incitare al gioco. La regola diceva: “I seminaristi dovranno essere attivi in ogni tempo del giorno per evitare i pensieri cattivi e le azioni peccaminose”.
Sempre si doveva avere qualcosa da fare perché il torrente dell’attività agitasse di continuo il lago dei pensieri. Era saggezza di padri secolari che avevano consunto i corpi sotto la macina delle azioni o con lo smeriglio della meditazione continua e solo così avevano ottenuto l’illuminazione
Il ragazzo tornò: “Dicono che non se ne può parlare”.
“Va bene, non dire niente, allora!”.
Il ragazzo era imbarazzato: “Il fatto è che io devo parlarne per forza: sono un vigliacco, però vorrei confessarmi da voi. “
“Lo sai bene che è proibito. Il vice-rettore non può confessare i seminaristi. Non si devono creare confusioni di ruoli. Va dal padre spirituale!”.
“No!”.
E se ne tornò a giocare a pallone con la piccola tonaca avvolta intorno alla vita e legata con uno spago, per non inciamparci e rovinarla.
E, mentre giocavano, il prete pensava al rifiuto del ragazzo.
Come una sciabolata sugli equilibri conquistati con tanta fatica.
Si poteva rifiutare il padre spirituale? E come? Voleva dire rifiutare la santità!


Pensava alla scala di pietra a chiocciola, quasi buia, che portava alla stanza del vecchio, occupato a caricare, ogni ora, la sveglia per ricordare la presenza dell’Eterno! Il vecchio era sempre solo, nel punto più lontano del seminario. Non c’erano altri accessi per andare da lui. Solo la scalinata che gemeva i peccati dei ragazzi che salivano.
Il vecchio con la sveglia e il suo Dio presente nell’ossessione delle lancette!
Era l’ora dello studio. Suonò il fischietto e i ragazzi smisero subito la partita. In pochissimi minuti erano in fila: La giaculatoria, la risposta e su, lungo i gradini grigi, sotto i grassi angeli bambini dipinti sulla volta. Lo studio si riempì subito e si sentiva solo il fruscio delle pagine.
Il prete leggeva il breviario: “Libera me dalla freccia che vola di giorno, dal miasma che serpeggia nella notte e dall’assalto del demonio meridiano…”.
Una mano lo toccò sulla spalla. “Mille cadranno alla tua destra e diecimila…”. Alzò la testa dal libro e vide il ragazzo di prima, accigliato.
Gli sussurrò rapidamente: “Lui veniva quasi tutte le notti e s’infilava a letto con qualcuno di noi. Ora con uno … ora con un altro. Faceva male … soprattutto le prime volte. Qualcuno di noi ha anche sanguinato”.
Il prete stette zitto. Sembrava che stesse rispettando il ragazzo e le sue parole. Non era vero. Era muto solo perché non trovava né fiato, né pensieri.
Il ragazzo continuò: “Lo ha fatto con tutti noi. Diceva che era la regola che voleva così…Qualcuno deve aver parlato. Allora ci hanno mandato qui … Lui, ora, deve essere in qualche parrocchia”.
Solo un filo di voce, come un sibilo: “Chi ?”.
Il ragazzo lo guardò male. Non lo voleva dire, ma ormai aveva parlato troppo: “Il vice - rettore dell’altro seminario”.
Abbassò la testa e tornò veloce al suo posto. Si mise a scrivere. Nessuno aveva notato la cosa. Era come se fosse andato a chiedere qualche spiegazione.
Il breviario restò aperto sulla cattedra. Il silenzio era intatto, ma l’anima di lui urlava.
“Giorno dell’ira! Giorno della pigiatura del sangue sarà, quando il tempo si scioglierà nella fiamma, al canto di David, all’ululato della Sibilla... Allora la tromba … ecciterà l’orda di Gog … Il ribollire delle spade … Le unghie di Magog”.
Ma nessuna tromba emise suoni di pietra, nessun lampo ruppe la notte e la cenere di David non si mosse dal sepolcro dei re e neppure il gemito della Sibilla, cavalcata dal nume, fece cambiare l’atrocità delle parole bisbigliate. Anche Gog e Magog riposavano perché Zul Karnein era morto, ma altri capi di violenza, al suo posto, serravano porte, non più di bronzo, ma d’ipocrisia.


Infatti il vescovo, che lui, stupidamente volle avvisare, gli rispose di stare in pace, perché si era provveduto... Nel silenzio e nella discrezione. Il prete era stato mandato in una lontana parrocchia dove non avrebbe potuto più fare del male. “Come se lì non ci fossero altri ragazzini e ragazzine”, borbottai io, la mente in esilio, dentro di lui. Il vescovo quasi mi comprese: “Non ti preoccupare, sarà sorvegliato. Ma non parlarne mai con nessuno. Il peccato, per quanto orribile, di uno non può e non deve rovinare il corpo ecclesiale. Dunque, prima di tutto, il segreto. Assoluto! “E spedì via il pretino, convinto che tutto fosse a posto e, lungo la strada pregava per reprimere il ribollire che io facevo dentro la sua testa. Tutto era e doveva essere a posto. La disperazione di una quindicina di ragazzini non poteva assolutamente tracimare nella santità assoluta della chiesa. Essi avrebbero sofferto in silenzio, magari la loro vita sarebbe stata rovinata, ma Dio li avrebbe premiati nell’eternità per aver sopportato il segreto che avrebbe potuto intaccare la grandezza dell’Istituzione. Conclusione: più il prete ne avrebbe violentati e più santi eccelsi avrebbe fabbricato. O non era cosi?
I ragazzi studiavano con la testa china e lui sapeva che gran parte di quella pace era un inganno. Lì c’erano dolori che urlavano un silenzio ritorto di nodi fitti. Ragazzi violati … Ragazzi violati … Ragazzi violati … In nome …
…………………………………………………………………………………………………………



Solo quarant’anni più tardi la polizia denunciò quel prete. Perché, nel frattempo, aveva continuata a darsi da fare, nella varie parrocchie dove aveva svolto il suo “ministero pastorale”. Ora non so più dove sia. Forse in qualche monastero di clausura. Almeno lì sono tutti adulti e se lui vuole continuare la sua attività dovrà almeno trovare qualcuno che lo vuole.



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mercoledì 21 maggio 2014

Lettera aperta al Papa che mai leggerà

Di Mario Lozzi



Caro Papa,

so benissimo che non leggerai mai queste righe. Sono abbastanza pratico di meandri di segreteria per sapere che questo foglio non finirà neppure in un cestino. Scrivo perché per me lo scrivere è come per una donna il partorire. Bisogna farlo e basta.


Pochi giorni fa hai detto ai preti, nella confessione, di perdonare sempre e di non negare mai le assoluzioni. Io sono stato un sacerdote cattolico per 26 anni. Nel 1962 fui ordinato. Dopo quattro mesi il Vescovo di allora, in un raduno spirituale di preti fece una lunga dissertazione sul “dovere di adempiere al debito coniugale da parte delle donne” e disse che, se una si fosse rifiutata di adempiervi per tre volte di seguito, le si doveva negare l’assoluzione. Disse: “Il debito coniugale è la base solida su cui si regge la famiglia”. Poi domandò a ciascun prete cosa ne pensasse.
Io avevo confessato il giorno prima una donna: mi aveva detto piangendo che il marito, ubriaco, l’aveva rovesciata sopra un mucchio di legna tagliata pretendendo sempre “l’assolvimento del debito”. Lei, tutta pesta, era riuscita a fuggire e si confessava del peccato commesso.
Questo dissi, con tutta la prudenza che il segreto di confessione esigeva. Aggiunsi che mi pareva una cosa assurda negare una assoluzione ad un azione che, in quel caso, non pensavo avesse nemmeno una relazione col “peccato”, almeno per quanto riguardava lei.

Il Vescovo s’infuriò. Disse che ero un povero inesperto e mi obbligò, dopo due mesi, a ripetere gli esami di morale e diritto canonico per ottenere la facoltà ufficiale di gestire il sacramento della penitenza.
Nel frattempo confessavo ugualmente “cum facultate specialiter concessa ad tempus”. Ero vicerettore d’un seminario minore e andavo il sabato e la domenica ad un paesello che era rimasto senza prete.
Lì, per le donne, c’era una specie di sport della confessione ed io restavo dentro un confessionale dalle due del pomeriggio fino a sera molto tarda. Soltanto però cum facultate ad tempus.
Poi, dopo i rinnovati esami ed una ammonizione particolare del Vicario Generale, fui a posto e cominciai la mia vita di tormento per conciliare quello che, secondo me, appariva nello spirito del Vangelo e gli ordini dei miei superiori. Sono stato anche cancelliere vescovile, rettore e amministratore di diocesi. Anche parroco in paeselli sperduti della Teverina, per punizione. Che mi è piombata addosso quando ho espresso il parere che l’amministrazione diocesana non era corretta in relazione al mammona perditionis.

Poi me ne sono andato, quando il Vescovo mi ordinò di organizzare un campeggio vocazionale al mare e mia madre stava morendo. Mi disse di non preoccuparmi perché, tanto, ci avrebbe pensato l’ospedale e che: “Chia ama il padre e la madre più di me…” Il resto lo sai meglio di me, ma la mia testa dura mi suggerì che, a volte, il Vangelo poteva essere tanto comodo. Ma non a tutti.
Sono ormai quasi trent’anni che non faccio più parte del clero. E ti domando: “Quello che dici, lo affermi perché è credibile? E come si fa, per uno come me, data l’esperienza passata, a pensare che è canonicamente corretto? Oppure è una splendida operazione di marketing fatta perché le pecorelle rimangano tali, visto che la rete dell’ovile presenta notevoli buchi, da ogni parte? “
Non mi risponderai e nemmeno leggerai questo brutto foglio, ma l’ho scritto perché me lo dovevo.
Ti auguro ogni bene lungo la strada, che se è genuina per te, sarà anche spiacevolmente scabra.
Sono una pecora pazza e vagabonda, mi chiamo Mario Lozzi ed abito a Velletri. Dicono che è maleducazione restare in incognito... In fondo ti voglio bene.



Velletri 20 maggio 2014  



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martedì 20 maggio 2014

La radice di Dio e delle streghe, di Gianluca Toro

di Mary Blindflowers




Leggende, riti, miti legati alla pianta di mandragola. Un itineraio sui sentieri della favola e della simbologia con riferimenti bibliografici precisi ed accurati. Il libro di Gianluca Toro, "La radice di Dio e delle streghe", pubblicato da Yume, ci apre un sentiero ben documentato sugli impieghi nelle varie civiltà della pianta magica più conosciuta al mondo, metafora biblica di dio e allucinogeno stregonesco. “La pianta che grida”, di natura psicoattiva e leggendaria, conserva ancora oggi un fascino inossidabile legato alle storie di vari personaggi e civiltà.
Un libro interessante in cui l'autore sottolinea non solo l'aspetto magico della solanacea nei vari tempi e società, ma si sofferma sull'aspetto chimico e farmacologico, sugli effetti collaterali successivi alla sua ingestione: “in un ricettario italiano anonimo del '500, si riporta che chi avesse bevuto il succo di mandragora oppure ne avesse ingerito i frutti o le radici, sarebbe caduto in uno stato di alienazione mentale”, con segni di schizofrenia e sonno profondo... “Quattro contadini mangiarono foglie di mandragola come insalata, credendole commestibili. Dopo qualche ora, furono colti da una strana agitazione dello spirito. Il primo non era in grado di stare in piedi, il secondo correva nudo, il terzo salì disperato sul tetto della casa gridando che vi erano i ladri, mentre il quarto si scorticò il corpo con le unghie...”. Il fumo di mandragola, e la radice causano ebbrezza, senso di malessere, narcosi, allucinazioni e visioni di immagini sospese in aria con perdita del senso dell'orientamento. Non a caso la pianta veniva utilizzata come inebriante rituale. Nel nord era in uso una “miscela di cicuta, giusquiamo, zafferano, aloe e mandragora, solano, semi di papavero, assafetida e rosmarino di palude”, di cui, dopo un digiuno di 8 giorni, l'officiante doveva respirare i fumi, dopo aver riscaldato le piante in una padella. Così si esorcizzavano gli spiriti dei morti. Alla mandragola la tradizione magica attribuiva infatti potere apotropaico di difesa dai demoni: “Nonostante tanti pericoli, questa pianta è molto ricercata per una qualità unica: solamente avvicinandola espelle subito dagli infermi i cosiddetti demoni, cioè gli spiriti degli uomini malvagi che si introducono nei vivi e li uccidono, se non li si aiuta... Lo Pseudo Apuleio, nell'Herbarium, consigliava di tenere una mandragola in casa per espellere tutte le presenze malvage...”.
Toro si sofferma anche sull'interpretazione cristiana della pianta in forma umana che "grida", utilizzata, secondo Origene, come metafora di assopimento delle passioni per evitare di cadere nel peccato: “Come dicono gli studiosi di medicina, la madragola ha l'effetto di addormentare, ma non di uccidere, se presa in dose giusta. Altrettanto deve fare il cristiano: può non uccidersi, ma deve assopirsi al peccato. Come coloro che hanno bevuto la mandragola non si accorgono più dei moti del loro corpo, così gli esperti delle virtù devono vuotare il calice e addormentare placidamente le loro passioni”. Un meccanismo di annullamento dei sensi, boia del cristianesimo, pericolo. Il corpo diventa così, sede del peccato e viene concepito come necessariamente scindibile dal corpo, in una dinamica aberrante, secondo la stessa logica che porterà poi l'invenzione della religione a concepire come unica purezza una donna svuotata dei suoi attributi sessuali, Maria, sempre vergine, e un uomo che partorisce da una costola, sostituendo l'organo femminile con un surrogato maschile, in prospettiva assurdamente fallocentrica.
L'uomo perfetto è stordito, così non può pensare lucidamente. Dio non ama il sapere perché è pericoloso: “La mandragola è un'erba che da un sonno così profondo che si può operare un uomo chirurgicamente senza che egli avverta dolore. Nella mandragora dunque viene simboleggiato il tendere alla contemplazione. Questa fa cadere l'uomo in un sonno di così preziosa dolcezza, che egli non sente più i tagli cagionati in lui dai suoi nemici terreni, e non bada più alle cose mondane. L'anima, infatti, ha chiuso i suoi sensi ad ogni cosa esteriore e giace nel buon sonno dell'interiorità”.
L'uomo deve diventare una pecora inconsapevole, stordita, deve trascurare il suo corpo, immergerlo in un sonno da mandragola, per poter capire Dio, ossia per cominciare a non capire quasi niente di tutto il resto.
Ovviamente queste sono mie personali riflessioni nate dalla lettura.
Il libro di Gianluca Toro, senza moralismi e senza suggerimenti su come interpretare i dati, è prezioso perché raccoglie con pazienza certosina, informazioni che poi il lettore può interpretare, capire, utilizzare per riflettere e pensare, uno sport ormai in disuso nel bel Paese.
Le notizie non sono fini a se stesse, ma operano una stimolazione del pensiero. Leggetelo dunque, e stimolatevi la mente, ne vale la pena.



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