lunedì 31 marzo 2014

Peperoni al caramello con bistecca di rampollo vitello (Cucina di rabbia e poesia)

 Di Fremmy





Ingredienti per due persone:


4 peperoni gialli, rossi e verdi e guardinghi
1 bistecca di vitello dal fascino nobiliare e la voglia di cantare
spezie e aromatiche seduzioni olfattive
zucchero e burroso grasso da sciogliere
vino bianco contenuto alcolico dal gusto paglierino ed acre


Il rampollo al quale dobbiamo questa ricetta dedicare, deve essere un bel vitello da abbindolare, e con la seduzione zuccherosa e agrodolce che si conviene, fugacemente intortare e cucinare. Mescere il vino bianco e defluire vezzeggiativi e pregiatezze sommerse in una pentola colma di tesori e pietre preziose e spezie orientali. Invitare i peperoni al gran ballo in maschera di carnevale e colorarne i costumi senza strafare, ma non dimenticando che la trappola olfattiva e sensoriale sia tutta ancora da attuare.
Scottare i poveri vegetali immobili nel brindisi e connubio alcolico dal gusto acre, e quando davvero li vediamo appassiti e smunti ma delicatamente succosi, ricordiamoci di smorzare l'amarognolo esistere con del loquace zucchero a nevicate. Facendo attenzione al loro colorito ravvivato dalla sferzata di affetto e dolcezza ai peperoni dedicata, accogliere il debutto in società del giovane rampollo, di origini venerate e antiche narrazioni di popoli erranti seguaci ad un giovane conquistatore di anime incredule.
Questo vitello deve essere fatto a fette dal profumo e dalle avances dei peperoni in maschera in connubio di zuccherose fragranze e colorate espressioni dei volti in folle fremito alcolico, il tutto elegantemente racchiuso nella discrezione di un pentolone non visibile ad intrusi e sguardi estranei. Lasciando intrecciare sapori, odori, colori, sguardi e zuccherose delizie altolocate, servire a tavola soltanto quando si è sicuri che i peperoni abbiano fatto presa e medesima consistenza al vitello, e l'albero genealogico sia stato ibrido e connubio di rampolli e vitelli dai circostanti colli.

Nell'allusione della nobiliare degustazione, dimentichiamo tutti la nostra poco dolce generazione.







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Il buio oltre la siepe di Harper Lee

Di Libri Libretti




Buongiorno niente sole, comunque una bella luce. Gianfranco Ferroni (1927 – 2001) è stata una conoscenza sui generis, piuttosto diversa da altre, più lontana sia fisicamente che mentalmente, comunque sempre una bellissima esperienza. Ho avuto la possibilità di conoscere Ferroni dopo aver assistito ad una bellissima mostra, quadri pieni di poesia ai quali non potevo far seguire una ricerca ed una futura conoscenza. Ammetto che, a differenza della maggior parte degli artisti che ho incontrato, non è stato facile entrare in contatto e soprattutto in sintonia con Ferroni. Persona diffidente, inquieta, insoddisfatta della vita, mise a dura prova la mia capacità e facilità di contatto, ogni approccio era complicato, difficile, lui arroccato nel suo fortino, io deciso a scardinare la sua resistenza nonostante tutti prevedessero il mio insuccesso. La sua pittura e le sue incisioni mi stregavano, avevano su di me un aspetto benefico, un qualcosa di salvifico, non potevo conoscere i quadri senza parlare con chi li aveva eseguiti, mi mancava una gamba, non riuscivo a camminare. In realtà non sono mai stato insistente, ho sempre rispettato i suoi tempi e le sue priorità, ma da giovane irruento e caparbio non ho mai abbandonato la presa. Dopo diverse telefonate riuscii ad incontrarlo nella sua casa di Milano, camicia a quadri grandi, viso allungato, chierica e capelli lunghi dietro, lineamenti orientaleggianti, baffi e pizzetto difforme, aspetto leggermente trasandato, decisamente brutto, non che abbia niente contro le persone brutte, anzi, ma con lui madre natura si era lasciata prendere la mano. L’impatto non è stato dei più felici, l’atmosfera non riusciva a scaldarsi solo quando mi ha chiesto da dove venissi, il suo viso si è illuminato, abbiamo iniziato a parlare della Toscana e di Livorno sua città natale, il ghiaccio si era rotto. Da quel momento le cose sono andate decisamente meglio, mi sono congedato dopo più di tre ore con diversi cataloghi e una incisione che aveva voluto a tutti i costi regalarmi. Il viaggio di ritorno è stato piacevole, finalmente ero riuscito a conoscere il maestro che era riuscito a dare luce a quelle tele stupende che ancora avevo davanti agli occhi. Abbiamo continuato a scriverci e telefonarci, da quel giorno il nostro rapporto è sempre stato piacevole e cordiale. Ogni tanto ricordavo questa figura alta, secca, spettrale, profondamente triste e scontrosa. In occasione del mio progetto sulle conchiglie gli scrissi una lettera chiedendo la sua partecipazione, la sua risposta fu fredda e concisa: “Mi dispiace Mugnaini, non posso esserti utile, il mio mondo si esaurisce in una stanza”. Capii di aver sbagliato, dovevo conoscere la sua opera e non avrei mai dovuto chiedergli una cosa del genere, mi è servita come lezione, non ho mai fatto più uno sbaglio del genere. Negli anni Settanta-Ottanta, infatti, nelle sue opere assistiamo alla svolta intimistica dell’autoritratto, che prenderà le spoglie di un’ombra, del suo studio, del cavalletto, del suo lettino sfatto, degli strumenti o delle cose di ogni giorno sul tavolino da lavoro, delle stanze abbandonate. Questo era Gianfranco Ferroni, che poteva entrarci lui con il mare e le conchiglie? Un saluto maestro …
Lee Harper, “Il buio oltre la siepe”, Feltrinelli, Milano, 1960

Ecco un altro libro censurato. Il romanzo affronta il tema scottante del razzismo negli Stati Uniti degli anni trenta. Il periodo in cui è ambientato il romanzo è molto difficile per la popolazione nera, specialmente in alcuni stati del sud i neri erano considerati spazzatura, verso di loro si innalzava un forte sentimento di odio. Nel periodo in cui il libro fu pubblicato era ancora in atto la segregazione razziale. Il romanzo descrive in modo minuzioso e scorrevole molti dei comportamenti che assumono i vari personaggi che via via si incontrano. Il panorama è vario e si compone di protagonisti più o meno importanti che come Atticus Finch vogliono superare la segregazione, mentre Bob Ewell la difende; i giurati si dimostrano preda del pregiudizio razziale perché non riconoscono l’innocenza di Tom Robinson pur essendo essa palesemente evidente; la maestra Gates pur avendo un sentimento di profonda avversione nei confronti della figura di Adolf Hitler disconosce l’uguaglianza sociale tra bianchi e neri. Certamente i temi affrontati non misero in buona luce il libro che ebbe subito dei problemi anche perché l’argomento del preconcetto razziale non era il solo, anche la paura del “diverso”, del “non uguale” raffigurato da Boo Radley alimentavano il timore, il terrore per la persona solitaria e schiva. una sorta di xenofobia, la caccia al diverso, a colui che mostrava atteggiamenti leggermente diversi dal comune. Una denuncia contro l’intolleranza e il pregiudizio, temi guardati con sospetto soprattutto da chi non aveva mai pensato di analizzare le cose con un’altra ottica e guardarle attraverso la prospettiva dell’altro. La trama del libro è molto lineare: due ragazzi dell’Alabama pur avendo perso la madre in giovane età riescono a condurre una vita normale accanto al padre avvocato e alla domestica di colore Calpurnia. La loro vita scorre normale anche se sono piuttosto turbati dalla presenza di un loro vicino Boo, che con problemi caratteriali assume l’aspetto del “diverso”, di colui che genera paura pur avendone teoricamente le caratteristiche ma che realmente si comporta da persona normale. Tanto è vero che l’unica persona su cui potranno contare alla fine del romanzo sarà proprio Boo che riuscirà a salvarli dalla furia scatenata del padre della ragazza falsa vittima della violenza sessuale. Sì proprio di violenza sessuale si parla ad un certo punto del romanzo: un giovane di colore, certo Tom Robinson, viene accusato di violenza carnale nei confronti di una ragazza bianca. Sarà proprio Atticus, padre dei due ragazzi, a difenderli in un processo ormai segnato, ancor prima che iniziasse, da una forma di razzismo predominante nella società americana dell’epoca. Infatti Tom verrà condannato a morte nonostante l’avvocato avesse smascherato il padre della ragazza ad inscenare una falsa violenza. Il libro merita di essere letto. Farsi prendere per mano da Scout, la voce narrante del romanzo, bambina intelligente, sensibile, vivace che ci porta a scoprire tante piccole realtà dense di particolari che hanno la capacità di farci indignare ma anche sorridere e commuovere. Il titolo italiano è solo una metafora ripresa da uno dei passi del romanzo: “Il buio oltre la siepe” è ciò che è sconosciuto pur essendo vicino; il titolo originale è “To kill a Mochingbird”, “Uccidere un passero”, nelle altre edizioni straniere verrà mantenuto il titolo originale. È uno dei classici più amati di tutti i tempi , “Il buio oltre la siepe” ha guadagnato molte onorificenze fin dalla sua prima pubblicazione nel 1960. Ha vinto il Premio Pulitzer, è stato tradotto in più di quaranta lingue , ha venduto più di quaranta milioni di copie nel mondo , ed è stato trasformato in un film molto popolare, inoltre è stato anche nominato il miglior romanzo del XX secolo dai bibliotecari di tutto il paese ( Library Journal ). Nonostante tutto questo ha subito molte avversioni ed è stato considerato un libro da censurare.

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domenica 30 marzo 2014

Pasta al forno pasticciata (Cucina di rabbia e poesia)

Di Paolo Pablo Peretti



Questa pasta al forno, pasticciata... mi ricorda i miei trascorsi di pasticcione... e la dedico a chi dedica al casino una piccola parte della propria vita...

Ingredienti per 4 persone:


un chilo di penne
panna da cucina
parmigiano grattuggiato
bietole quanto basta
salame casereccio
sale e pepe e peperoncino
cipollina
aglio
burro
olio di oliva
bicchiere di vino bianco


Faccio rosolare le bietole tagliate a tocchi nel burro e olio di oliva che s'è innamorato di un trito di cipolla e aglio ... sfumo con il vino bianco e se troppo secco aggiungo un brodino vegetale fatto con i resti del frigo ... una carota, cipolla, e del sedano e del sale... aggiungo il peperoncino del sale e del pepe e lascio diventare questo nobile ortaggio morbidissimo...
Lascio da parte a raffreddare.
Metto a bollire l'acqua e quando bolle ci tuffo le penne. Massimo 4 minuti... e le scolo al dentissimo. Le getto poi in una teglia da lasagne imburrata, aggiungo la panna da cucina e il parmigiano. Aggiungo le bietole e le amalgamo al composto assieme a dell'ottimo salame casalingo tagliato a pezzettini grossolani. Quando tutto diventerà uniforme, spruzzatina di parmigiano e in forno a 180 gradi per circa 35-40 minuti a crostina fatta.



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Nymphomaniac


Di Oriana Tardo




L'arte di aspettare ripaga non tanto del tempo consumato nell'attesa, quanto dell'aspettativa di ciò che stavamo aspettando. Non sempre ciò accade! E non è questo il caso del tanto atteso "Nymphomaniac", qui siamo di fronte all'arte che ripaga l'arte (di aspettare). Una riflessione sulla sessualità? No, è molto più di questo! Von trier scende in profondità, scavando nel buio e nell'angoscia, per farla riemergere nella cultura, nella conoscenza, nell'illuminazione, che è il punto più alto della riflessione. La trama della sua pellicola intreccia il vissuto umano con il sapere (dal mito alla religione, dalla psicologia ai meccanismi della natura animale), attraverso metafore che accompagnano elegantemente l'intero film. La protagonista, Joe, racconta il suo vissuto ad un uomo colto, che la "raccoglie" dalla strada e la "accoglie" nella sua casa. Il sapere è personificato da quest'uomo, disposto ad ascoltare il vissuto di quella donna. Una donna che chiede una tazza di tè, qualcosa di caldo, un luogo accogliente, sicuro. Prigioniera dei sensi di colpa, legati alle conseguenze della sua dipendenza sessuale, chiede di essere ascoltata. La storia della sua ninfomania ha inizio nell'innocente scoperta della propria sessualità, attraverso giochi d'infanzia, e prosegue per capitoli sparsi, sempre colmi di uomini (con i quali Joe soddisfa la sua fame di sesso), come frammenti di uno specchio, il cui unico riflesso è la solitudine. Il piacere della sua vagina non è che l'espressione di un dolore mai elaborato, che si trascina in una ricerca compulsiva e angosciante. Non mancano, ed è tipico di Von Trier, allusioni al demoniaco, al blasfemo e satanico male dell'anima. La lussuria, il peccato della Ninfa (da cui deriva il termine ninfomania), sposa del Satiro, spesso raffigurato come un uomo con le corna, la coda e le zampe di capra. La figura di Joe sembra richiamare una creatura della mitologia greca: una delle Idriadi, ninfe delle acque, in particolare le Avernali, ninfe dei fiumi infernali. É una lunga e profonda storia che scorre sul letto del fiume, narrata in un contesto quasi terapeutico e che trascina lo spettatore fino all'orlo del precipizio.

http://orianatardo.blogspot.it/

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sabato 29 marzo 2014

Agnello non di dio in letto di patate (Cucina di rabbia e poesia)

Di Mary Blidflowers






Ingredienti per due persone:

800 grammi di agnello non di dio
patate q.b.
Alloro
bacche di ginepro
prezzemolo fresco
aglio
peperoncino
maggiorana
semi di sesamo
olio extravergine di oliva
semi di finocchio
sale

Acquistate dal macellaio dell'agnello, non esattamente quello dell'ultima cena che sicuramente i discepoli, date le condizioni economiche del loro maestro, hanno rubato da qualche ovile. Evitate di fare lo stesso, anche perché coi tempi irreligiosi che corrono rischiate di essere giustamente sparati a vista o per ipotetica svista. Non vi accontentate neppure dell'infame agnello della favola di Esopo, causa dell'estinzione dei poveri bistrattati e calunniati lupi, che in padella, tra l'altro, non sono decisamente buoni.
Quindi scegliete un agnello qualsiasi, che si farà fare a pezzi senza tante storie, in barba a vegani pseudo-salvamondo da  sussiego borghese. Nutrono di carne eserciti di cani e gatti con il pedigree, naso all'insù, che poi storcono ipocritamente di fronte ad una costoletta. Levate i vestiti alle patate che non ne vorranno sapere perché preferiranno ricchi montoni a piccoli agnelli sacrificali, ma insistete lo stesso, nessuno ci farà caso, tanto continuamente patate di tutte le età e condizioni vengono violentate e spogliate per motivi più disparati, e in molti paesi costrette a sposare agnelli che neppure conoscono per motivi di interesse non propriamente culinario. Ergo adagiate agnello e patate sullo stesso lenzuolo di teglia, aggiungete olio extravergine di oliva per festeggiare il matrimonio dei due sapori, se siete poveri potete aggiungere olio di semi di girasole, senza dirlo a nessuno, che non è chic, aggiungete alloro, prezzemolo, aglio, maggiorana, peperoncino, bacche di ginepro, sale, semi di finocchio, e lasciate cuocere per mezz'ora in forno a 250°. Dieci minuti prima della cottura cospargete i poveri sposi ormai quasi cotti a puntino con i semi di sesamo. Prosit.




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giovedì 27 marzo 2014

Orata dorata con scintille e patate addormentate (Cucina di rabbia e poesia)

Di Fremmy



Ingredienti per una persona:


una dorata orata
pane grattato
semi di sesamo a scintille e spezie variopinte
tante patate quante pare a voi
alloro
bacche profumate
olio extra vergine d'oliva


Tagliare le patate dopo averle accuratamente svestite delle loro sembianze coriacee di paglierino pudore, dedicar loro il tempo fino al conseguimento della corona d'alloro con conseguente spintarella nella fornace del sistema infuocato a cui dobbiamo essere preparati prima ancora di aver fame.

Usare un'orata con tanti fili dorati di olio e cospargerla di profumose bacche per corteggiarla fino a distenderla nel lenzuolo di pane grattato e recitare le frasi d'obbligo per spruzzare un sesamo ed aprirlo insieme con i colori di rito, in modo da far colpo sulla concupita preda ormai pronta per farsi avere, in un trionfo di patacche e patate ricoperte di vibrante make up al graten.

A questo punto ci vuole la rima: mangiatene e godetene tutti, amen.




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mercoledì 26 marzo 2014

Il grande viaggio, la conoscenza spirituale di se stessi

Di Renzo Lorenzon


Si sta per chiudere così la storia di questo percorso iniziatico alchemico, scolpita verso il V decennio del ’600 sulla facciata est del palazzo da Lezze, che dà sul campo della Scuola Grande della Misericordia, a Venezia. Tutto avviene sotto l’egida del sole, la fase al rosso, la rubedo, simboleggiata dall’aquila rossa bicefala. Forse qui l’alchimia si cripta, usando questo simbolo, nato dall’unione dei due imperi romani, che a sua volta ha originato, nel 1229, un’effimera variante tricefala ad opera di Federico II che pensava di aggiungervi l’impero di Gerusalemme. Tramite un’ulteriore fissazione, questa sostanza rossa viene trasformata in elisir rosso – chiamata anche pietra rossa del secondo ordine – il quale, opportunamente moltiplicato e fermentato, è oro filosofale, la vera conoscenza. Ognuno di noi è destinato a trovare la propria via – che è diversa e personale – come lo sono l’anima e l’indole.

Nel bassorilievo alchemico è rappresentato un Dio uomo incoronato con  il fuoco ardente a simboleggiare la conoscenza e il continuo, instancabile lavoro sulla propria aurea.  
È seduto sul trono, in cima all’albero, espressione della vita, il cosmo visibile, il vajra dell’illuminazione in senso spirituale e intellettuale.Vengono rappresentati dai rami, dal tronco e dalle radici, i tre livelli dell’essere, corpo, anima e spirito: i tre mondi. Il Dio uomo con la sua potente azione separa verticalmente la materia “o” – prima caotica – in sole e luna, in fuoco e acqua, in zolfo e mercurio. È il grande ricercatore della verità conosciuta, consapevole che per raggiungere il completamento dell’opera suprema ha bisogno della collaborazione degli adepti, posti in basso alla sua destra e alla sua sinistra; senza di loro non si raggiungerebbe nulla, così come nella vita, fatta sia di generosità assoluta sia di sacrificio estremo, simboleggiati dai pellicani in basso. Il pellicano nella tradizione iconografica antica rappresenta il sacrificio massimo perché  si immola, perforandosi con il becco il petto, per nutrire con il proprio sangue, la sua progenie, salvandola. Questa simbologia la troviamo anche in un capitello del Palazzo Ducale verso il Ponte della Paglia. Il pellicano o la fenice indicano la conclusione del percorso “l’oro filosofale”. Questo è il Grande Viaggio: la conoscenza spirituale di se stessi. L’alchimia vive, non ha mai cessato di lanciare messaggi sublimati sui muri, ha trovato nuova linfa vitale, nuovi schemi, nuove e vecchie icone assimilate, nuovi gerghi in sintonia con i tempi, come qui, nel paesino di Matala, a Creta, con questa stupenda immagine alchemica.
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Farfalle sfasciate

Di Gabriel Lure



Un pugno

Di farfalle

Sfasciate
Dal giorno

Un bocciolo
D'ossa a

Scarnificar
Il corallo

Nessun coraggio
Riposa sulle

Labbra del

Cavallo e
Madida morte

La falena
Con l'ali

Di cristallo
Lieto a

Pascer Lete
Il mio

Inondarmi

Di sete
Nell'arsura

Di settembre
Scalcio scaltro

Il paesaggio
E son tutti

Miraggi
Vuoti di

Passaggio
Saprei cullarti
Io con
Le vele? O

Sfamarti d'erba
E miele? In

Questo
Continuo svitarmi

Cadon le
Corone dei

Pagliacci e le
Lacrime son

Trucchi smagliati
Dai volti

Dei passanti
Resta solo l'ala

Del condor
Come palco

Le carogne
Stridon

Sorrisi di 
Maggio ed un

Piovere
Soltanto piaga

Le preghiere
Siam vecchi

Giovani

Avvelenati

Dalle vene

Possa l'eroina
Percorrerci

Distratta
In quella quiete
Scarna
Che spoglia


I miracoli

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martedì 25 marzo 2014

Orate decapitate all'agro di lime, bacche e funghi (Cucina di rabbia e poesia)

Di Mary Blindflowers






Ingredienti per sei persone:

6 orate di 300 grammi circa
porcini o prataioli quanto basta
4-5 lime
bacche di ginepro
maggiorana
aglio
zenzero
sale a piacere
olio extravergine


Prendete 6 orate, decapitatele con un bel taglio deciso previo affilato coltello, dato che, com'è risaputo, i pesci che abboccano all'esca, non sono molto esperti nel raffinato esercizio del pensare. Visto che hanno il cervello subliminalmente lobotomizzato dalle favole filtrate costantemente dall'acqua dei media, dalla cattiva pubblicità e da esigenze religiose in vorace contrasto egodistonico, le nostre povere orate non hanno motivo di conservare le teste, con le quali potete farci giusto un brodetto di pesce o fumetto non faraonico. Di solito le orate del mare nostrum/mostrum, non hanno fegato, né decoro per ribellarsi allo status quo, ergo potete tranquillamente buttare le loro interiora. Lavatele sotto il getto dell'acqua, così che i peccati siano scordati e le tasche del loro ventre contengano il nulla, in modo da poterle riempire e manipolare a piacimento. Accendete per il momento il forno a 250°.
Nel frattempo adagiate ciascun pesce sopra la carta forno o la stagnola, con cui, dopo aver aggiunto alcuni ingredienti, formerete dei cartocci, così i poveri pesci saranno senza testa, senza fegato e prigionieri di se stessi. Affettate il lime, disponete alcune fette dentro le pance, poi aggiungete maggiorana, aglio, zenzero, olio extravergine di oliva, pezzi di porcini o prataioli, a seconda dei vostri gusti, sale, succo di lime. Chiudete e disponete i cartocci su una teglia che metterete in forno per 20-25 minuti. Aprite i cartocci quando i pesci saranno cotti. Come contorno potete usare patate novelle, del tipo ingenuo, appena nato, che quelle vecchie e navigate, di solito, preferiscono accompagnarsi coi pesci grossi, non con pesciolini che abboccano, senza capo e con la tasca piena solo d'aromi.
Evitate processi di identificazione e mangiate con la testa. 
Buon appetito.


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lunedì 24 marzo 2014

Osvaldo Bayer, La Patagonia rebelde

Di Libri Libretti


Fernando Vallerini (1909 – 1993) l’ho incontrato per la prima volta alla Galleria Il Centauro di Pisa nel 1984. Era un periodo nel quale frequentavo molto la città della torre pendente, spesso andavo a trovare Mino Rosi, fu proprio lui ad invitarmi alla mostra in quanto la presentava. Ricordo che non fu un evento per la mostra in sé, ma per la levatura di Vallerini, personaggio di una cultura spaventosa che riuscì subito a catalizzare la mia attenzione. Fui presentato da Rosi come un giovane studioso e questo contribuì ad aprire le porte ed il cuore di Vallerini, fui subito ben accettato e dal quel giorno sono stato in grado di conoscerlo meglio, come del resto, una figura così importante meritava. Non realizzai subito chi fosse e a chi lo avrei potuto avvicinare, lo capii poco dopo quando si aprirono le porte del suo studio ed a puntate, come si usava fare ai primi del novecento, iniziò a raccontarmi il romanzo della sua vita. Era il padre di Simone e Andrea Vallerini, libraio e gallerista con cui ho organizzato anche una importante mostra di Alberto Rocco. Ricordo ancora con precisione il primo incontro nel suo studio. Mi presentai all’ora stabilita puntuale come un orologio svizzero, mi aprì direttamente lui, giacca nera, camicia bianca e cravatta ocra, impatto indimenticabile, stempiato, capelli grigi e orecchie molto grandi come di solito hanno le persone vecchie, occhiaie pronunciate; pensandoci bene il viso assomigliava molto a quello di mio padre. Scaffalatura enorme zeppa di libri, scrivania ampia e fogli sparsi con ordine, doppia lente a portata di mano per visionare il segno delle incisioni. Parlammo molto e fui più io a tempestarlo di domande che lui, come successe in seguito, a raccontarmi la sua storia. Erano gli anni in cui ferveva in me l’amore e la ricerca ad ampio raggio delle opere di Bartolini, fu questo il primo argomento, inevitabile finire a parlare di un altro grandissimo incisore italiano, vissuto a Pisa, Giuseppe Viviani. Vallerini fu l’ideatore, lo stampatore e pubblicò, nell’immediato dopoguerra, in edizione in folio con dieci litografie, il famoso “Romanzo Nero”, oggi introvabile e ricercatissimo dai collezionisti. Andai spesso a trovarlo, anche perché il suo studio era fonte inesauribile di belle cose e lui narratore finissimo. Più di una volta mi sono ritrovato incantato ad ascoltarlo. Inizia subito a lavorare nell’attività paterna e cura personalmente la pubblicazione delle più importanti dispense di lezioni dell’Università di Pisa. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1943, l’attività procede a gonfie vele, i sette fratelli Vallerini sono tutti collocati nel settore dell’antiquariato librario e dell’editoria. Fernando è quello che dimostra più capacità di contatti e negli anni cinquanta, in lungarno Pacinotti, darà vita ad un ritrovo dei più importanti letterati e critici del momento da Bacchelli a Flora, da Angioletti a Quasimodo, etcc…; sempre in quegli anni cura la veste tipografica ed editoriale della rivista di Mino Rosi “Paesaggio”, che uscirà in soli quattro numeri, ma avrà una straordinaria e concreta valenza culturale, anche questa molto ricercata dai collezionisti. Nel 1955 si sposta a Parigi dove inaugurerà una libreria che chiamerà “Aux Saisons d’Art”, centro in cui organizzerà una serie di mostre legate al Libro Italiano d’Arte. Ho avuto la fortuna di viverlo solo pochi anni perché nel 1993 si è spento a Pisa. Interessante la lettura di un suo libro del 1986 “I mostri di San Rossore”, visioni grafiche e fantasticherie suggerite dall’osservazione dei ceppi, radiche e tronchi della riserva di San Rossore.
Osvaldo Bayer, “La Patagonia rebelde”, Elèuthera, Milano, 2009



Osvaldo Bayer è l’autore di “La Patagonia rebelde”. L’autore, sconosciuto in Italia, rappresenta in Argentina il simbolo vivente della resistenza alla dittatura militare. Quella raccontata da Bayer è una storia lunga e tormentata, difficile, paurosamente vera. La storia di uno sciopero insurrezionale che si conclude con millecinquecento operai rurali fucilati dall’esercito argentino e sepolti in fosse comuni non poteva che essere tragica. Una tragedia che si rispecchia nel titolo dell’articolo in cui Osvaldo Bayer per la prima volta affronta questo argomento, rompendo un tabù nella storiografia argentina: “Los vengadores de la Patagonia Trágica”, comparso nei numeri 14-15 di “Todo es Historia” (giugno-luglio 1968), rivista ancora attiva in Argentina, i numeri in questione sono difficilissimi da reperire. La ricerca storica prosegue negli anni successivi e solo nell’agosto del 1972 Bayer dà alle stampe un primo volume delle sue indagini, con titolo omonimo a quello dell’articolo. Nel novembre dello stesso anno appare il secondo tomo, mentre il terzo esce nel 1974. Intanto il lavoro di Bayer ha preso il titolo definitivo di “Patagonia rebelde”. Il libro è uscito, la frittata è stata fatta, da ora in avanti, ottobre del 1974, l’autore della “Patagonia rebelde” comincia a ricevere minacce telefoniche e visite di strani personaggi che si qualificano come appartenenti ai servizi informativi della polizia. In seguito il suo nome appare in una lista redatta dal gruppo terrorista di estrema destra Triple A, autore di svariati assassinî di personalità di sinistra, che lo condanna a morte. A quel punto la famiglia di Bayer si rifugia in Germania, lui rimane, entra ed esce in clandestinità. Infine ripara lui stesso in Europa. Torna in Argentina dopo un anno, ma il colpo di Stato militare del 1976 lo obbliga a un esilio di otto anni. Dal 1983, caduta la dittatura militare, Bayer torna a vivere nella casa del quartiere Belgrano di Buenos Aires. I protagonisti delle vicende narrate da Bayer sono peones, gauchos dalla pelle tagliata dal vento, bandoleros e sindacalisti anarchici. Ribelli dimenticati, messi da parte, che dopo lo sciopero insurrezionale del 1921, li vide occupare le fattorie dei latifondi patagonici con un’armata barbona, miserabile che, sempre pronta alla battaglia, con la bandiera della rivolta ben stretta tra le mani, tenne in scacco per mesi polizia ed esercito. Tra loro un grassatore italiano noto come “El Toscano” ed un altrettanto brigante “el 68”. Storie drammatiche di ribellione e ideali internazionalisti che Bayer racconta con passione, furore, partecipazione come se il lettore li vivesse di persona. Un momento storico dell’Argentina dove si calpesta la dignità di ogni essere umano: persone a cui era stato tolto il valore di uomo, lasciati marcire nei campi a lavorare anche nei giorni di pioggia e vento forte, i “chilotes”, così si chiamavano gli operai, valevano meno di una pecora, persone nate per piegare la colonna vertebrale. Anche da morti non riacquistavano uguale dignità, sepolti in fosse comune, perlopiù aperte, i loro corpi erano preda degli spazzini alimentari e dispersi a brandelli nelle immediate vicinanze; spesso erano loro stessi a scavarsi, con fatica, la loro tomba. Questa ingiustizia paurosamente evidente mosse una rivolta che sfociò nell’occupazione delle fattorie, la razzia degli animali e la battaglia senza quartiere contro la polizia, i “chilotes” in quel momento si erano riappropriati della loro rispettabilità. Finalmente avevano il coraggio di guardare avanti, di guardare negli occhi i propri nipoti. Merito a Bayer che ha avuto l’audacia di parlare di questo periodo, di portare alla luce i massacri che spesso erano stati nascosti e dimenticati, per anni nell’oblìo il problema esce allo scoperto ed inizia a preoccupare il potere che da questa situazione aveva tratto ingenti guadagni. "La Patagonia rebelde” sarà subito un libro perseguitato, ogni volume ha conosciuto lo stesso destino capitato alle persone, qualcuno è venuto a prenderli e se li è portati via. Mentre l’editore, dopo che una bomba gli è esplosa sotto la sua abitazione, ripara in Messico, i soldati dell’esercito argentino passano in rassegna tutte le librerie alla ricerca del libro. Le copie finiscono in mucchi e vengono dati alle fiamme. Bayer riesce a recuperare il manoscritto dell’ultimo tomo che verrà pubblicato in Europa nel 1978 in lingua spagnola, dal 1983, caduta la dittatura militare, il libro viene ristampato in versione integrale a Buenos Aires, adesso è disponibile in lingua originale in due edizioni: una in quattro volumi, per un numero complessivo di pagine superiore alle 1.600, e una in versione ridotta, che comunque consta di ben 430 pagine.

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domenica 23 marzo 2014

Lievito sussiego snob iene


Di Mary Blindflowers



Col cuore in mano
scuoto e sgrano melograni
nell'antiossidante limbo
degli sprecati consigli
da lievito sussiego snob iene,
non ho sentieri per seguire
artigli sani
né scarpe adatte per capire
l'hobby di chi ti vuole bene
se solo fossi come si conviene,
e smettessi di premere tasti
per cercare coincidenze siderali
nei pasti evolutivi
di nuvole a corimbo
dentro navicelle aerospaziali.
Screpolo i pani della notte a vuoto
con i miei istinti vivi demenziali.
Vivere è solo viaggiare nell'immoto
e senza ali.



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sabato 22 marzo 2014

Lorenzo Viani, "Alla gloria della guerra" (I libri proibiti)

Di Libri Libretti




Buongiorno, stamani ho fatto colazione con le tartarughe, loro insalata io frullato di spinaci con una mezza mela. Era da tempo che avrei voluto parlare di Alessandro Zanella (1955 – 2012), ma ogni volta che ci ho provato mi sono reso conto di essere assalito da un groppo alla gola che non mi faceva continuare. Oggi mi faccio violenza e cerco di ricordarmi qualcosa di lui, ne sarebbe stato felice. Ci eravamo sentiti l’ultima volta fine maggio 2012, una sua lettera dove mi annunciava un’altra bella iniziativa che aveva in mente di realizzare. Ho appreso della sua morte mentre ero in vacanza, il 12 luglio dell’anno appena passato, a Creta, è scomparso in terra greca quella terra che tanto amava fino a fargli studiare perfino la lingua. Ci conoscevamo da tempo, dai tempi in cui era ancora socio di Richard-Gabriel Rummonds e della sua Plain Wrapper Press. Poco tempo dopo, per il ritorno di Rummonds in America, decise di fondare una propria tipografia/stamperia in una vecchia cascina a Valeggio sul Mincio alle porte di Verona. Luogo di incontri e di belle emozioni in cui i torchi ottocenteschi Stanhope, Washington e Vandercook, inviavano gemiti, stridori, lamenti come intensi orgasmi. Lo contattai primi anni ottanta perché era lo stampatore ufficiale dei Cento Amici del Libro, antico sodalizio di bibliofilia fondato a Firenze nel ’39 da Tammaro de Marinis, Gilberta Serlupi Crescenzi e Ugo Ojetti, per il quale stampò ben 8 titoli. Ci siamo incontrati più volte e sempre mi ha dato l’impressione di essere preparatissimo, colto, esigente nel proprio lavoro, nessun elemento era lasciato al caso, ogni preparazione maniacale. In breve la sua cascina diventa punto di ritrovo e proprio da quelle stanze escono alcune decine di capolavori tipografici; composizione e stampa rigorosamente manuali, attenzione certosina per inchiostri, carta, legatura e caratteri. Un connubio tra rigore, geometria ed equilibrio, uso delle carte al tino impresse con il rilievo dei caratteri stampati manualmente, scelta dei capilettera. Da alcuni anni Alessandro aveva deciso di condividere con altri la sua passione per la stampa tipografica, organizzava corsi di cinque o sei persone e forniva loro non tanto le basi tecniche per diventare uno stampatore, ma quegli elementi utili che servono a tutte quelle persone che amano ancora il libro di carta ed il profumo dell’inchiostro. Il progetto di cui mi parlava nell’ultima lettera mi sembrava anacronisticamente innovativo, espressi con vivo interesse il mio assenso con la promessa di vederci i primi di settembre. Alessandro era un salmone si spostava controcorrente: “Comporre a mano, accostare un segno dopo l’altro, parola dopo parola, fino al verso, alla pagina, al libro, tutto ciò è una lettura in sospensione del tempo è lentezza smisurata. Imprimere poesia con un torchio a mano, in poche e privatissime copie è un’azione di bellezza che muove in direzione ostinata e contraria. Stampare un libro con la sola forza del corpo e della volontà, in assenza d’elettricità è un gesto poetico è caparbia resistenza”. Tutto questo era il modo di pensare di Zanella, carissimo amico, compagno di avventure tipografiche, prezioso maestro. Caro Alessandro mi avevi promesso di aiutarmi ad usare la macchina tipografica tipo “Adana”, sarebbe stato possibile anche in cucina, tra un passa verdure e un forno a microonde, mi avevi detto; ti aspetto per un caffè, l’inchiostro portalo te io ho procurato il petrolio lampante per pulire la macchina, a presto.
Lorenzo Viani, “Alla gloria della guerra”, Società editrice l’internazionale di Parma, 1912



Che dire di Lorenzo Viani? Un toscanaccio senza peli sulla lingua, uno sciabolatore, bravo sia con la penna che con il pennello, uno dei nostri migliori artisti, un fiore all’occhiello e come tutti i fiori dimenticato ad appassire. Lorenzo Viani rappresenta un’isola felice nella pittura del Novecento italiano, un interprete carico di grande umanità che sa dipingere ma anche descrivere una vasta galleria di personaggi che solitamente stanno ai margini della società. 

Ama parlare del dolore, del duro lavoro dileggiando con astuta ironia la sempre lontana borghesia. I suoi libri parlano degli ultimi, di coloro che hanno necessità di riaffermarsi, per questo non è ben visto dagli uomini di potere, comunque non sarà questo atteggiamento a far sì che i suoi libri siano messi al bando, censurati, ma piuttosto una sua precisa posizione nei confronti dell’entrata in guerra, una sua profonda convinzione antimilitaristica. 

Nel novembre 1907 è a Genova, dove collabora con disegni satirici alla rivista anticlericale “La Fionda”, diretta da Luigi Campolonghi, inizia a peregrinare tra Parigi e la Versilia, saranno anni durissimi, pieni di stenti che riuscirà a descrivere nel volume “Parigi” del 1925. Anni di fame, di preoccupazioni, solo alcuni incontri lo ripagano delle difficoltà economiche e della solitudine. Ritornato in Italia continua a detestare i ritrovi mondani e non avvia alcun sodalizio consistente, torna nella sua vecchia casa e riprende a frequentare gli anarchici locali. Nel febbraio 2012 cura con il sindacalista Alceste De Ambris il libello antimilitarista “Alla gloria della guerra!”, che viene stampato dalla Camera del lavoro di Parma, un rarissimo album rettangolare cm 34 per 23 circa con la riproduzione di disegni e didascalie, 24 pagine non numerate (album di disegni dedicato agli orrori del conflitto italo/turco durante l’impresa coloniale in Libia). Nonostante la brevità del testo, l’esiguità del pamphlet fa paura, verrà ritirato dalla circolazione, censurato, Viani arrestato ed imprigionato. Solo per l’interessamento dell’amico Luigi Salvatori, verrà posto in libertà. 

Le posizioni antimilitaristiche vacillano e dopo aver ascoltato il triestino Cesare Battisti si convince a scendere in campo ed arruolarsi. Gli anni della guerra saranno fonte di grande ispirazione artistica: tra l’orrore della morte dei compagni, la paura e la disperazione per le precarie condizioni igieniche e alimentari, l’esaltazione e la voglia comunque di combattere, nacquero così dei carboncini sui più disparati supporti, carta da batteria, bende e asciugamani, in cui l’artista esprimeva la propria visione dell’esistenza e della natura nei tragici frangenti della guerra. Un Viani pungente che andrebbe riletto …



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