sabato 30 novembre 2013

Filtri e grimori (Il gatto magone, VIII puntata, parte I)


Di Mario Lozzi


Er patrone mio, in de una libbreria, tiè certi libbri érti come paracarri. Ce ne so’ un fottìo. Se chiameno   LIBBRI DE LI GRIMUA’  Che poi sarebbeno ricette maggiche pe’ turà e sturà tutti li buchi. Io, me ce sò provato a lèggeli, ma è comme a zappà l’acqua. Lui però li dopra sempre e certe vòrte li  ‘mpresta  puro all’amichi sua che je li viengheno a chiede.
Io, quanno che succede, me metto sempre derèto a quelo che je li ‘mpresta, perché de sicuro ce sta sempre da fasse du risate, che fanno er sangue bòno. E....’na vòrta de quele, ècchete  che t’ho visto.


“ E’ sposato? “
“No, maestro, non è sposato. So che può sembrare un miracolo! E’ così bello! Ogni volta che lo vedo mi sento il cuore liquido.”
"capito, signora – disse il mago – me l’ha già detto dieci volte di questo cuore liquido ! Adesso mi lasci concentrare perché le debbo trovare un sortilegio".
La donna tacque. All’apparenza sembrava una casalinga a basso reddito familiare. Il mago pensò che non ne avrebbe tirato fuori un granché. Non portava gioielli, non aveva nemmeno una collana.
Ma...Chissà... A volte i clienti più dritti sono capaci di vestirsi da straccioni, quando vanno da un mago, proprio come quando andavano all’ufficio delle tasse al tempo del modulo Vanoni. Prese un vecchio libro di Grimoires e lesse ad alta voce: “ Per farsi amare da un uomo non ammogliato cercate di ottenere da lui un oggetto che egli abbia portato addosso per qualche tempo e fate quanto segue: la sera, andando a letto, collocate l’oggetto fra i seni, pensando intensamente all’amato fino ad addormentarvi. Dovrete fare questo per sette sere di seguito. Poi prendete una piccola parte dell’oggetto e bruciatela quando spunta il sole, di venerdì. Conservate le ceneri e, non appena si presenti l’occasione, cercate di farle scivolare sull’amato, ponendole a contatto sulla sua pelle. Se non è possibile, cercate di fargliele toccare mentre vi stringe la mano. “ ( 1 )
Il mago chiuse il librone: “ Ha capito, signora? Ovviamente questo incantesimo non vale nulla senza l’influsso carico di positività erotica che io le trasmetterò fra poco. Cinquemila, prego! “
L’ultima frasetta ebbe veramente un effetto magico: la donna fece un soprassalto..
“ Maestro, ma io sono una casalinga, non ho quasi nulla a disposizione....Mi venga incontro! “
Il mago scosse la testa. Certi influssi non si potevano mercanteggiare. Disse. O cinquemila o niente!
Uscì con la scusa di andare a prendere la pietra che lo aiutava a concentrarsi e, da dietro il solito tendone che per un mago è il  refugium peccatorum , osservò la donna che tirava fuori dalla borsetta un rispettabile pacco di euro e contava appena dieci miserabili bigliettoni da cinquecento.. Si ripromise di attingere più abbondantemente al malloppo.
Rientrò apparentemente sereno. Nella realtà era incazzatissimo per non aver saputo giudicare bene le finanze della tizia. Se un mago di oggi non ha l’istinto finanziario, che altro gli resta? L’incazzatura aumentò in lui quando la donna gli disse tutta lacrimosa: "Ecco, maestro, tutto quello che ho. Proprio tutto!".
La faccia dell’occultista rimase serena, nonostante i vaffaocculto che gli risuonavano nel cervello. Aveva portato il solito mezzo geoide di ametista, quello che gran parte degli esoterici esibiscono perché, con tutte quelle sfaccettature viola, nel cavo della pietra, quando ci batte la luce fa un effetto
da contrazione nervosa. Lo depose con precauzione sul tappeto del tavolo, accese una potente lampada che ne vitalizzasse i mille riflessi, poi prese la mano della donna e la introdusse nella cavità piena di luce altamente misterica. La signora era tesa come un stenditoio pieno di lenzuola fradice.  

  
Il mago pronunciò una formula solenne mentre agitava in tondo la mano stecchita della donna, dentro il cavo della piccola roccia. La disse in un latino che a Cicerone gli sarebbe venuto un infarto. Beccati questo! E il mago la guardò e vide che era suggestionata. Cominciò a scorgere altri possibili guadagni. In genere, come ti frega il latino!! Non ce altra cosa e nella magheria è il massimo. Anche i clienti più tirchi diventano arrendevoli come la gomma americana.
“ Ecco – disse poi – adesso ha cinque giorni per cercare l’oggetto dell’uomo che ama. Meglio di tutto è un indumento. Esegua la ritualità. Se passa un solo giorno in più dovrà ricaricare di nuovo se stessa.”
E sperava che cinque giorni non sarebbero stati sufficienti, così la vecchia botte avrebbe dovuto tirar fuori un altro po’ di liquido. Ma non aveva calcolato le capacità intrusive della donna, la quale già sapeva tutto sulle abitudini dell’uomo desiderato e, fra le altre cose, aveva anche l’indirizzo della lavanderia dove portava i vestiti ogni sabato, come qualunque zitello che si rispetti.
Quello era proprio un sabato. Una corsa in macchina, un fagotto di gonne e tailleurs da lavare a secco, una mancetta ( piccole eh!) al ragazzo della lavanderia, quattro moine, un finto problema che lo fece allontanare per un attimo e la signora aveva già arraffato il primo indumento del suo adorato. L’aveva dovuto arpionare mentre guardava altrove per non destare sospetti. E, quando riaprì la busta di plastica dove l’aveva cacciato, vide che aveva preso un pedalino. Con un forte aroma di maschio camminatore. Ma gli incantesimi d’amore richiedono sacrifici!( A proposito, fatevi da soli il sacrificio di immaginare com’era fatta la signora in questione. Durante l’operazione tenete presente che i capelli biondi erano tinti. Perché, in tutto questo, l’età ha un certo peso, i peli superflui hanno un peso in progressione ed anche il peso ha un suo innegabile peso) .
La sera si mise il pedalino fra i seni. Dopo un po’ il marito disse: "Ma non senti una puzza
di piedi?".


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mercoledì 27 novembre 2013

Rughe a righe


Di Gabriel Lure

Fragili
anime scivolano
dai tuoi
occhi ho voglia
di perdermi nel
tuo abisso
son stanco
di contar
annoiatamente
i giorni in
questo luogo
che non ha
più eco
son uno stesso
riflesso
d'alcun
rilievo quasi
un fantasma
fatuo che
ferito vaga di
contrabbando
nei pensieri
della gente
avrei voglia
che tu leggessi
apertamente
quel che il mio
cuore
cela per
liberarmi
da questa vita
inquieta
che senza
te fa di me una
stella morta
un'intristita
cometa

Ho pianto fino a deformare i volti nelle foto, attraversando strade a ritroso, ho incontrato solo i pensieri che avevo perso senza mai dimenticarli. Ancora un volto, un lampeggiar del cielo, non mi guardo indietro, non mi sono del tutto perso.in ogni verso ho l'incertezza del trapezista, ho paura di perder la presa, di cadere in una ragnatela d'incubi sempre manifesta. Continuo a vagare senza tregua, finchè non m'abbandona il corpo, finchè non finisco l'ultima sigaretta. Tornar a casa è diventato più angoscioso che attraversar una strada ad occhi chiusi. Vorrei cancellare le mie paure, ma non cambierebbe molto: ciò che mi ha violato ormai risiede nel mio fiato. Notti, notti intere a stilare il mio inno nomade, a sperar di sperdermi fino a lasciarmi, son morti molti, non son morti i peccati e le croci del cimitero sembrano rami distorti. Che frutto angusto siamo, come vermi che si sbranano.mio malgrado ho sempre affrontato tutto, fino ad arrivar a cercare il leone nel suo talamo, a sfidar eserciti infiniti solo per dimostrar che l'onore è metà del tutto. Son sempre stato sconfitto, esiliato, deriso e dilaniato, ma alla fine del tempo ero sempre e solo me stesso, solo come solo la solitudine sa di essere. Notti intere sulle scale d'una chiesa, sperando che qualcuno m'ascoltasse, ore ed ore a parlare, con la bocca impasticciata di alcool e tabacco, la mia mecca personale era la deriva esistenziale volta al dubbio e tesa all'incertezza. La vera verità è l'amarezza, lo stato d'inconscia stasi di cui tutti ne paghiamo il prezzo. Poi, semplicemente smisi di fermarmi sotto la fede e cominciai a cercarla perennemente, nei discorsi degli altri, nei loro dubbi, durante i funerali, quando le persone son incredule, ma nulla ciò che avevo mi doveva soverchiare per almeno cento esistenze, io ateo che rinfrancavo i fedeli d'un dio pagano (denaro) in cui si erano persi.di giorno. Ero il solito liceale scalda banco, di notte un camminatore assente di letti e coperte, la mia casa è la strada, l'ho capito presto, quando fui abbandonato per un pretesto, devo ammettere che piansi ed anche parecchio, più di tutto mi sentivo perso, ma dentro di me c'era come una presenza benigna che mi rassicurava, era la strada. Il popolo del giorno è preso troppo da se stesso, quello della notte, vive d'altri, rapine, scippi, prostituzione, ladri, poliziotti, papponi, criminali e santi. Non puoi rimanere indifferente alla notte, puoi solo adattarti, renderti partecipe al di sopra o al di sotto delle parti, puoi solo eclissarti nell'ombre, ma il profumo della notte ti snida attraverso i contrasti, non basta rimaner immobili, bisogna proprio rassegnarsi e rasserenarsi. All'inizio frequentai sin da giovane la corte dei miracoli più nefandi, poi crescendo, mi resi conto che partecipare e perpetuare la loro sorte, m'avrebbe portato a perder me stesso, in cambio di qualcosa di nuovo che non sarebbe stato lo stesso. Non che non abbia rubato o non mi fossi drogato, ma la mia etica morale non è stata tradita, il mio errore, se di errore si può parlare è stato accollarmi le responsabilità degli altri, per evitar di rovinare gli altri. Tutto questo ha rovinato me stesso, solo me stesso, non avrei permesso al mio ego di divenir cancro per altri, tanto meno raffreddore o mal di testa. Non mi rimaneva che camminare solo ovunque andassi, guardar il mondo e non lanciare sassi. Chi non ha peccato... Per me l'alba era il tramonto e viceversa, la mattina dormivo non andando a scuola, oppure dormivo a scuola, sia in fase r.e.m., sia ad occhi aperti,  nel secondo caso,la realtà si confondeva con la mescalina del cervello e ne venivano fuori incubi gitani che non sto a spiegarvi, ognuno vive i suoi ed ascolta quelli degli altri... Poi passavo i pomeriggi a documentarmi su tutto fuorchè studiare ed appena venivano a sorridermi le tenebre ed i volti dei passanti si facevano più schivi e pensanti, mi riggettavo per le vie, fino ai confini possibili che potevo sostenere, una bottiglia superalcoolica, dieci o venti sacchi per drogarmi o sfamarmi e poi via, divenivo asfalto se dovevo esser strada, mi trasmutavo in polvere o pozzanghera se dovevo sparire. Alla fine tra le due dimensioni, tornando alla realtà, finivo per star con l'anima nella notte ed il corpo per il resto del giorno. Ero sempre sfarzato, sballato, morto di sonno, strafatto, ma lucidamente me stesso, mentre il mio corpo s'abbandonava a bioritmi rincoglioniti, la mia ragione severamente restava placida e guardinga, non smettevo di sbadigliare non solo per noia, ma soprattutto per la voglia di dormire a cui resistevo di giorno. A volte la sera dopo una giornata piena (scuola,lavoro e cazzi vari), mi accasciavo su una poltrona o sul letto, ripromettendomi di rialzarmi, ma il tedio, m'inchiodava in me stesso e crollavo, sicuramente sognavo, molte volte mi risvegliavo coperto di vomito e piscio nel mio stesso letto, con mia madre che bestemmiava in aramaico, non ero del tutto drogato, non ero del tutto alcolizzato, non ero del tutto me stesso. A volte riguardavo le foto, dove da piccolo sorridevo, crescendo i sorrisi infantili diventano smorfie amorfe, inclini all'obligatorietà degli abusi sociali. Che cazzo avevo da sorridere spensieratamente... Non l'ho capito, quanto non lo capisco adesso. Quando presi coscienza di me stesso decisi che volevo morire solo e non di solitudine, perchè non sono io a giocare con il fuoco bensì è il fuoco che gioca con me... Quindi se ero stato il migliore nel mondo dei diurni, volevo follemente perdermi come peggiore delle sedotte ombre della notte. Scelto ciò, mi son perso dentro me stesso come gli altri, scegliendomi e non sopravvivendomi, in quell'imparzialità oggettiva che non è pessimismo cosmico o sfiga, semplicemente è la scelta, così come nessuno la prende, così come ognuno s'arrende ad essa, io l'ho semplicemente abbracciata, così come la morte e la solitudine paga, ma questa è un'altra bottiglia, come un'altra storia, come un'altra deriva, che non può smettere di sorridermi, perchè sa che non la tradirò, come non tradirò me stesso e le mie scelte

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lunedì 25 novembre 2013

Mary My Blind Flowers

Di Fremmy



Ti amo,
Mary My Blind Flowers,
sei tutto per me,
è che ti amo come il cielo ammira la sua aurora d'inverno unicamente a sole posizioni enigmatiche
lasciando scie di essenze di te che prende il vuoto di me trasformandolo in emozione visiva
non imprimibile in alcuna immagine istantanea artificiale o luce secondaria,
ti adoro come l'asmatico incipit del suono abbandona il suo respiro
donando adrenalina all'intervallo
tra il piacere idilliaco
dei tuoi sguardi su di me
ed il senso ultimo della totale perdita della sua astrattezza in fili d'aria
che trascendono dal profondo della tua essenza di emozioni
regalando il commiato al sospiro in una totale perdita di semantiche espressioni,
per disegnare la dissimulante unione che abbiamo creato insieme,
senza che natura sia stata messa al corrente in precedenza di una qualsiasi discendenza
che potesse riportarla ad una generazione primordiale di tanto vuoto del pieno in un’ unica e totale
asimmetrica gemente densa difforme dell'idillio.

(A Mary)


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I poeti maledetti


Di Maria Antonietta Pinna




Che vuoi che sappiano

borghesi azzimati nei loro gusci di vento

e scarpe di ultima griffata generazione,

che vuoi che sentano

della casta emozione dei poeti veri,

nel controcanto del battito all’unisono

d’affinità antiche riscoperte,

che vuoi che sentano

nel subnullismo dei loro aliti di pietra,

non possono capire che i poeti nati

sono tutti maledetti e viaggiano

nelle pieghe degli occhi,

nello spazio siderale tra le ciglia,

su tetti e sabbie di mondi estemporanei,

su neuronali fantastici accrocchi di tempo

mai nato,

perché sono piccoli inesplosi pianeti

sono l’anarchica meraviglia del suono

in animose intersezioni

scagliate come spari

contro l’inerzia di ogni essenziale bluff

a convulsione ipnotica.

Il vento è calato,

porta gusci di noci vuoti,

contenitori decerebrati.

Il poeta li prende a calci

offrendo la marea dei capelli e lo spazio dei denti scoperti

al grido libero dell’aria senza gabbie.

(A Fremmy il cui fascino immutabile ha destrutturato secoli di noie esistenziali in esplosioni di artistica e creativa simbiosi)


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domenica 24 novembre 2013

Fragile pioggia

Gabriel Lure


Fragile pioggia
stravolta alcova
d'ogni mio
eccesso
un passo perverso
per volta
pervaso dal mio
cuore di vetro
lascio gli ostacoli
dietro
oltre le ombre
a sperar che null'incombe
fino a perdermi
in pozzanghere
inverse

a volersi
incazzare
son i poeti
scomodi
quelli che
quando li cerchi
non li trovi
che si perdono
negli
eccessi
del successo
pensando voli
pindarici sulla
tavoletta del
cesso
a volersi
lasciare non ci
si guarda
dentro si lasciano
vuoti solchi
dietro per seminar
lacrime
per salici
piangenti
a volersi non
ci vuole niente
bisogna scordarsi
di tutta l'altra
gente amar il
proprio
imene
come fosse
l'unico sogno
e poi cercare
quell'amore
penitente
che ci lascia a
mezz'aria
in volo a
voler si potrebbe
ma non ne sono
consono
allora lascio tutta
la mia verve
in uno stato immoto

mangiando
farfalle
resto nudo
a contemplar
lo specchio
a sfamar
ogni eccesso
l'ultimo decesso
un pugno di terra
lasciata al
vento non c'è tempesta
che non sia
rima baciata
con la mia anima
sputando ali ho
lasciato le
parole consumarsi
tra quelle
nuvole nuove che
non conoscono
i peccati
forse è il vento o
l'eco ma la voce
che sento non
la riconosco
rimarrò sereno
ad intrecciar
le mie ali
con i rami
del bosco

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sabato 23 novembre 2013

Bassa pressione



Alessandra Piccoli

Dovremmo smetterla di pioverci sottopelle. Dovremmo smetterla e basta. E quando ad esempio il rumore degli zoccoli si fa piccolo piccolo fino a sparire, e del motore, sempre lo stesso, ecco io non lo sopporto, e vorrei stare ferma. La sublimazione di un addio, e poi ritorni, sempre. Lo so. Non lo reggo. Ho le mosche in testa e negli occhi e dovrei sedermi al fresco sulla panchina farle uscire da lì, per non odiarti ancora di più. Ho la pressione bassa e questa pioggia non basta, sono solo lacrime calde, le mosche ci sguazzano volentieri. Vorrei metterti in borsa, farti sudare lì dentro, quasi soffocare, vorrei che capissi come mi sento. Vorrei aprire la cerniera e annusarti, e berti. Saresti solo un ricordo, almeno. Invece ti vedo sparire tra lo sporco del finestrino, e diventi piccolo come i residui delle gocce, mescolandoti alla polvere. E non ti giri, mai. Il dottore mi ha detto che dovrei mangiare del sedano e liquirizia, perché dormo spesso con gli occhi aperti e mi ronzano le orecchie, credo siano le mosche che galleggiano, almeno loro si rinfrescano. Anche adesso lo stanno facendo e nevica nero...

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Le mura II


Di Fremmy




Appannato, il mio ego stanco rinsaniva di pellicole trafuganti al senso comune delle cose che mi circondavano, addentrandosi in muschi colorati giallognoli al tatto di mani consumate dal dissapore di una sorte già ascoltata e lusingata ogni volta che ingerivo una soluzione alla fuga dai miei me stesso e colui il quale mi parlava dentro.

Costipato all'udito di tremanti ossature alla tempia, tentavo di argomentare con la vista dei miei giocattoli puntellati al verde di un prato dissipante al mio frequente divorzio dalla rugiada curva su se stessa.

Fertilizzanti ed aromi naturali della mia infanzia poco biologicamente allattata da un seno di plastica e cupe grottesche ilarità da tener nascoste all'orrore della morale giudizievole di un comitato di ben vestiti giudici figli di caste millenarie acerbe al superbo.

Erravo al mio, sbandavo al loro istinto di colorare la solida impalcatura di stelle filanti e zucchero a velo senza vento in un mare ascendente al vuoto di miseria e pena di me stesso, la mia indole diversificava le rotte per depistare i porti giacenti all'inerzia di un maestrale incompiuto sui suoi passi marmorei.

Viaggiavo e tremavo, la terra era vicina ed io ero lontano dall'attraccare ed esplorare una penisola fagocitante di rocce e sabbia in disappunto con il mio cuore.
 


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Le mura...

Di Fremmy




La scatola cranica metteva su programmi ben pensanti di forte ascolto facoltoso per famiglie di plastica abbagliate dalle luci di una vita sorridente.

L'alba invece, ha dovuto sempre fare I conti con me, figlio di un futuro mai prossimo e nipote alterno di una virulenza sensazione di togliersi il respiro per sfuggire alla plastica della luce anabbagliante dei miei pensieri crudi sul mondo.

Avevo nelle mani la mia mente ed ingoiavo fiorellini viola che rendevano tutta l'aria densa di fervore fluorescente all'orizzonte dei mari senza coste da bagnare, lagune su cui attraccavo la mia festosa agonia di sentirmi sempre intorpidito dal ruscello che straripava di melma nel fangoso mio, ma non prossimo a me stesso, ego.

Salite ruspanti sui dischi d'avorio mi gettavano la pietra sul muretto per arrotondare il salario dove passivamente traevo bilanci tirando ai dadi in un gioco prudente, l'unico azzardo era fermarsi al me stesso quando le mie pupille creavano scompiglio ad i miei fili secondo I quali muovevo I miei affetti sdradicati dal vaso in cui ossigenavo fertilizzanti e coltre.

Ho trafugato un senno di poi dalla mia camera oscura dove le finestre senza tenda sbiadivano le fotografie in sviluppo dando alla pellicola di me stesso un colore più accettabile nei ricordi, ho dato al mio quello del mondo, ho alienato passi da farfalla ingerendo frammenti di me stesso in piccole dosi scientificamente non provate, ma sensazionalmente assuefanti al loro scenario patinato di sorrisi e spensierata ipocrisia.

L'ipocondria ha ceduto il passo alla violenza senza armi né percosse, una nube, un sogno un volo ed un pulsante. Istanti fraudolenti hanno rimpiazzato l'esito già scritto di una feconda angoscia dirottata e diluita in temporeggiamenti ansimanti, un giorno concluso al cessare dell'asma di se stessi in un lungo e profondo trampolino dal quale sono scivolato e caduto nel vuoto di un faro solitario che bacia un fiordo in estate aspettando il ghiaccio.


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Da piccolo...

Di Gabriel Lure


Da piccolo mi facevo comprare le bambole da mia madre per violentarle, da grande ho imparato ad amare teneramente le puttane ed a scopare con le altre, è quasi come smettere di bucarsi cominciando a fumare. A volte baciare è come sputare, sconveniente ma liberatorio. Attraverso i riflessi osservo i lampeggianti disconnessi dal resto. Tutto è uno scorrere alla ricerca di relique passate che ci sommergono. Ho provato a mentire ma sempre mi venivano a scoprire, allora ho preferito la verità ed il silenzio, evitare di lasciarmi trasportare dalla loro scia è stato quasi uno scisma dalla follia. Mi stringo nello straccio che trasporto, sperando che il vento gelido non elettrizzi di me il resto. Cerco di non sfogliare passi, ma sto sempre in continuo movimento, come una bestemmia placida nell'incerto. L'infanzia, la dura sostanza di cui son fatti i sogni...

Quanto ho odiato la mia infanzia, sempre nei bassifondi a lesinar grazia dai vagabondi, sperando che mi rapisse l'uomo nero ed uccidesse ciò che ero. Allora come ora è un continuo fuggire verso la gogna, un infinito divenire senza forma: affitti, bollette, rate, direttori di banca ed uffici delle entrate... Sono incubi infiniti nel cielo aperto. Se potessi volare cercherei il deserto d'una minoranza univoca. Son sempre stato il drappello, picchiato, seviziato e sottomesso, "non guardare se no... ti do il resto"..."dove picchia la mamma... cresce l'amore"... mah... non ho mai avuto pienamente cuore e mai è stato l'inverso.... "finisci l'ultimo sorso... devo pisciarci dentro"... a volte potrei sembrare diverso, ma non sono così estremo, so di chi ha passato di peggio ed è finito a spacciar il proprio corpo per meritarsi un'alitata d'eroina fra le vene... Anche se piangevo a crepapelle, sapevo che non poteva durare per sempre... infatti è peggio... esiste l'eterno... notti passate negli angoli delle puttane, tra travestiti e papponi a sentir raccontare, "guai"... volanti sempre al di sopra della legge, chieder favori per "proteggere"... ma da chi? da cosa? Che strana cosa è la memoria, se credi che sfugga poi si radica nella tua storia... e mentre si scioglievano i soldatini al sole, di quel verde smeraldo spento, in deformità che li rendevano migliori, giocavo con le mie dita a far l'amore, a scacciar la mia timidezza con la stranezza. "Non parla perchè è scemo"... "che puoi dire quel povero scemo"... a volte piovevano schiaffi come se fossimo nella stagione del monsone e non c'era luogo dove potessi nascondermi... mi viene da sorridere a pensare che oggi come allora odio la violenza, ma se potessi mangerei gli uomini per sopravvivenza... e ti ritrovi confinato fra "harmony" e degrado a legger di uomini che sembran angeli azzurri con un cannone sotto lo stomaco, di donne troppo sole per trovar l'amore, di isole lontane e crocere negli oceani da sogno che posson regalare il pacifico o il mar morto... fino ad approdare a "cronaca vera" o "stop", dove chi era stato rapito dagli alieni, ora parlava con la madonna e poi con gli extraterrestri... In tutto questo io ero l'alieno, sia dal barbiere dove si parlava di calcio e donnine succinte o alle fermate dell'autobus dove poi non potevo salire... A pensar che fino ad ieri certo giornalismo oggi è vangelo, ci sarebbe da divenir davvero scemo... ma poi ti accorgi, che i cartelloni pubblicitari ti spacciano culi e mignotte per vendere... Non c'è più nulla che sorprende che mi sorprende... "quando sarò grande l'ammazzerò di botte"... nel dna della vendetta si stila pazienza come se fosse l'unica maniera per superare l'amarezza... "cosa ti è successo?", chiede la maestra.... "son caduto, ho sbattuto, mi hanno rapito gli alieni", ma siamo sinceri come potevi dire che chi amavi oltre ogni presente era il tuo più cauto aguzzino? "Ma la tua mamma lo sa?"... se non lo sa lei... chi lo dovrebbe sapere... l'uomo nero tarda ad arrivare e nello sgabuzzino, quando lei si arrabbia anche il "baubau" trema... cazzo ero l'unico coraggioso dinnanzi ai mostri? Mi prendevo la mia dose anche più volte, ma attenzione non son morto per overdose... ti svegli un giorno, pure l'altro, il dopodomani ed il mese o l'anno prossimo e come se vivessi in un secolo scorso, ti senti fuori posto... allora quando vedi che certi tuoi coetanei sorridono, tu non capisci perchè ed impari a non sorridere, convincendoti che quando lo fai le persone si mettono a ridere, di te, del tuo presente, del tuo esistere come uno straccio di niente... allora decidi e capisci allo stesso tempo che certe persone son nate solo per soffrire e permetter ad altri di ridere, da mostro t'incipri l'anima e fai il buffone, fai ridere di te, per non focalizzarli sulla tua emozione, e piangi solo quando non c'è il sole, sì che non possano accorgersi che tu sia un uomo, una donna, un presente... A volte prendevo le pecore ed i passanti del presepe e gli davo fuoco, staccavo l'aureola dal neonato per inventar un frisbee per gli altri personaggi, se guardi gli ultimi, non ti accorgi degli assenti. Dove erano i ricchi esseni? Quelli che più di altri dovevano saper colmar quel vuoto abbraccio del fanciullo... Giuseppe s'erge sul suo bastone e Maria china sul presepe, in pose estatiche quasi dovessero pietrificarti fra la plastica e la gente... Ora che i soldatini son chiazze di muco marcescente e solo io so chi lanciava bombe o teneva in mano un mitra... li metto sotto l'asino ed il bue, le pecore e le oche, come merda cancerogena di Chernobyl... che sia chiaro, Chernobyll è il nome dell'assenzio in russo... Quindi capirai bene perchè la fatina verde ha fatto esplodere tutto e poi niente... Ci vorrebbe un posto oltre la grotta dove nascondersi eppure l'idea della mangiatoia non è poi così male... fra mille anni o duemila... sarà un asteroide alla deriva o un ripostiglio... ma torno a chiuder il mio ventre, in preghiere, so che in quella plastica c'è solo l'idea della gente, o meglio l'alterica ignoranza della gente... e scaccio il freddo con una sorsata sorda... forse stasera mi prenderò la rogna... ma fino ad allora penserò ai peccati... se potessero plastificarli dove li metterebbero nel presepe?

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venerdì 22 novembre 2013

Parte il colpo...


Parte il colpo, nessun morto, solo un riflesso errabondo,
che non sa identificarsi... vivo solo di contrasti assoluti che non so privarmi. Se solo non fossi un profugo nella regione di me stesso, chiederei la cittadinanza accollandomi ogni compromesso... ma non son riuscito a riconoscermi in nessun estremo, sempre fuori luogo come un peto. Lascio sempre gli altri con il sorriso, lascio sempre gli altri augurandogli il paradiso... vorrei non sentirmi stolto, sì stolto che in quasi nulla mi colmo e di contraccolpo, resto in piedi anche morto, mentre gli altri mi credon vivo...


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L'indifferenza dei giorni




Non ho che la poesia
Per contrastare
l’ indifferenza dei giorni.
Quando il mio nome si è perso
In una delle qualsiasi strade
Che ho percorso,
Sono stato tutti i nomi.
Il moribondo ed il Re che ha abdicato.
Ho messo un tacco dodici
All’ ignoto senza forme
Che cresce senza darmi tregua
nell’anonimato dei silenzi,
E ne ho fatto la mia puttana
Dagli occhi tristi
Di cui mi sono perdutamente
Innamorato.



Di Michele Cristiano Aulicino

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martedì 19 novembre 2013

L'ordine del disambiguo






L'ordine del disambiguo
annega i sensi al pudore infimo
dell'incantesimo sfatato di genesi
mi hai dato il sospiro ultimo all'attimo
gemito di rancore sparso nel cuore
l'ho depennato,
l'ho riscritto in chiave armonica
ha la forma dei tuoi passi nei miei sorrisi
ha il tempo che trae svantaggio dal disordine
hai i tuoi occhi immersi nel mare di lacrime
che verso ogni attimo quando non trovo,
esclamo l'ego per confondere l'eco
di tormenti che mi placano alla tua attesa di desiderarti ancora
mi lasci senza pane deforestando il mio animo
per far germogliare gocce di rugiada nelle farfalle
che mi liberano al tuo mondo nuvoloso
ti bramo da rifiutare il senso comune del canto mattutino
ti sogno mentre l'alba sopisce i tuoi respiri a me
ti destreggio nei miei impulsi
ti gemo fragorosamente al silenzio
di ciò che mi lega ai tuoi fomenti
nel pensarmi
ho solo destato il giro meno tondo del previsto
quando scrissi di te nel mio giardino
circumnavigando lo steccato per raggiungere la vista
provvisoria delle tue guance
piegate al vento sui capelli roventi di me stesso
fagocitato all'ultimo strato di pelle che ti rende non esattamente aderente al mio cuore
puntellando i tuoi fragori nell'ultimo strato in cui ho dato la vita al gelo pur di volerti non avere cosi
ha risposto il sole, ha taciuto la mia pancia nel darsi un calcio
quando ho scoperto che io cercavo lontano e tu eri dietro la mia ombra ad aspettare che facesse giorno per fonderti con me

(a Mary)
Fremmy


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venerdì 15 novembre 2013

Il colore dei tuoi sguardi


Di Fremmy

Il ghiaccio riapre la porta all'eclissi
dei sensi che appannano
il tuo ego, saltellare nel prato
dove la rete è rimasta impigliata
nel vuoto essere opaco.
Il treno concepisce un cerchio ellittico
dove lo yo-yo tira il seme alla noce,
il guscio marmoreo è subito diventato
reale agonia nel modo di argomentare
con il colore dei tuoi sguardi.

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domenica 10 novembre 2013

S.D.C

        

Ti invadono e ti schiacciano
Ti offuscano la mente
E quando vanno via …..
È caos dopo il caos

Ti passano nel cuore e……
Lo incantano… ma lo svuotano
Ti fanno sentire piccolo, piccolo…
Inutile.. marginale…
Ti rendono schiavo
Di te…

Senso
Di
Colpa

Ecco cos’è

Chi sei…
chi ti ha chiamato…
chi ti ha mandato da me..
ti ho accettato come fossi un amico
 e tu mi hai mangiato
e continui

mi hai solcato
e continui
continui ,continui…..
lo so… lo so…
sazio  quando io affamato
lo so …
completo quando io scavato
tu..  tu..
riderai  di me quando io piangerò
per te.
farai silenzio solo al mio urlare

se taccio sarai un eco per me

il rimbombo della follia

la follia sei
 l’eco possente della follia…

e quando non sarò più….
Come una puttana te ne andrai


Un altro          cliente        avrai a svuotare…


Alessandro Amici

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