mercoledì 31 luglio 2013

Popper, Feyerabend e la Libera Scienza

 
 
 
"Ebbene: io attribuisco una grande importanza rivelatrice a queste frasi (...) che mi annunciano la prossima scoperta delle leggi di una vera sensibilità delle macchine.” Marinetti

Al di là delle sue ipotesi epistemologiche (poi ampliate da Feyerabend e altri), Popper nelle opere più sociali ha descritto con grande profezia e utopia misurata scenari non anti.. ma postcapitalisti per la società e la politica del futuro già presente, al passo con la scienza contemporanea: l’umanesimo scientifico come paradigma delle democrazie del XXI secolo…
Laddove per postcapitalismo, sia ben chiaro, s’intenda il capitalismo tecnoscientifico contemporaneo, appena nato dopo la rivoluzione elettronica, gli orizzonti scientifico-politici suggeriti da Popper ed altri umanisti scienziati (si pensi anche semplicemente all’Asimov futurologo o all'équipe in Italia di Piero Angela, a livello proprio della comunicazione…), a nostro avviso, rivelano eccome gli obiettivi sociopolitici desiderabili del futuro prossimo e a medio-lungo termine necessari per decretare la fine della Politica ideologica e passatista e inaugurare la nuova politica del Futuro, basata sulla conoscenza e l’immaginazione scientifiche…
E si tratta di scenari (si veda per esempio il celebre di Popper “La società aperta”) già reali in America e in certa Europa in Giappone, in certa misura, naturalmente immaginati dagli scienziati sociali a livello superiore e pragmaticamente risolutori per la nostra nascente era globalizzata, affinché l’unico modello finora capace di garantire libertà, democrazia e benessere – ovvero il Capitalismo occidentale- possa essere esportato (senza ipocrisie!) su tutta la Terra, nel rispetto dei popoli extraoccidentali (ma fin dove le tradizioni, come ci ricorda l’Illuminismo sono compatibili con i valori superiori occidentali... come insegnano già lo stesso Giappone e presto-forse- India e Cina!).
La politica del futuro basata su “società aperte” nello stesso tempo immagina un capitalismo postmoderno nuovo, certamente diverso sia dalla rivoluzione industriale sia da quello attuale, sicuramente più equo e umanista, con profonde trasformazioni nella struttura stessa capitalista (prescientifica….), ma senza demonizzare mai più i valori stessi capitalistici…
 
Va da sé l'inevitabile confutazione a certa critica ideologica che tutt'oggi, da memorie non ancora sopite del mito socialcomunista, in malafede spesso, liquida certa ipotesi non liquida ma "forte" umanista e scientifica come poco verosimile, collusa con il Power, magari le multinazionali.
Questo virus, infatti, pseudoscientifico, estrapolando per eccesso certa indubbia fatale sinergia tra Scienza e Potere (turbocapitalista) va debellato...  La scienza - nonostante tutto- resta il linguaggio umano più verosimile, la logica del senso è garantita dalla dialettica della comunità scientifica, ben più ampia di quella pretesa per certa sociologia ancora ideologica
Semmai, come antivirus ragionevole, come già accennato, la letteratura in merito offre come riferimento ancora da assimilare, lo stesso Feyerabend, i suoi La Scienza come Arte, Contro il Metodo, ecc.,  di matrice persino anarco-dada....  molto affascinante e appunto futuribile, stimolo fantastico senza risposte d'automi... per innestare sempre la modulazione dell'eresia e della perturbanza rivoluzionaria, cuore e anima per il progresso umano e scientifico.
Karl Popper, stesso,in fondo,  Liberal doc...., uno degli ultimi padri fondatori della Scienza come Macchina della Libertà, anche nel campo politico, come sognavano illuministi, positivisti, gli stessi Huxley, Freud, Einstein… fino a Monod, le avanguardie stesse, i futuristi …fino a certa futurologia contemporanea.
 
RobyGuerra
 
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Lucio Scardino? Oscar Wilde 2000 vs. la Normalizzazione

 
 


*Dibattito infuocato in questa fase in Italia per le tematiche omosessuali, ecc, al centro di una ben nota news legislativa, secondo alcuni apice della Civiltà, secondo altri una presa x il culo pericolosa, orwelliana. Una legge in buona fede per proteggere categorie umane spesso ancora discriminate (ma fino ad un certo punto e dipende anche dai contesti..) eppure esitante, forse, in una sorta di nuove categorie privilegiate con a rischio la libertà di opinione e la parola libera, barzellette incluse! Nell'Italia daltonica contemporanea, arduo, orientarsi (o semplicemente spiegarsi) a colori al passo con la necessaria e rimossa complessità della questione. Forse, invece, possibile con la letteratura: riproponiamo quindi da Ferrara/Supereva, dove collaborammo, una nostra recensione del 2010 per uno dei lavori letterari più importanti, significativi, certa gaia letteratura nascente (o meglio affiorata positivamente dal secondo novecento) e  - etero, gay, trans, lesbo ecc. o meno - semplicemente affascinante, sublime, corrosiva, sulla scia magari, almeno concettuale, di Oscar Wilde ecc.
Quando la diversità era- magari- un inno alla libertà e non un elogio alla Normalizzazione...

Lucio Scardino? : “Doctor Jackie : Uno strano caso” (La Carmelina Edizioni, 2010), versione squisitamente postmoderna se non postumana del celebre Dottor Jeckill e Mr Hide di Stevenson, icona tutt’oggi dell’Immaginario contemporaneo e tecnoscientifico.
Scardino remixa in originale versione gay il noto romanzo, componendo un bellissimo e originale noir psicologico. Dribbla la pornografia, piuttosto ricombina certo archetipo della miglior parola cosiddetta androgina, anche tacita, tra Oscar Wilde e lo stesso Genet, tra sublime cinismo e inquietudine esistenziale, fino anche a certa cifra più contemporanea, letteraria e artistica o intellettuale, finanche mediatica, attori e attrici.
Il Dottor Jackie di Scardino è persino ambientato nella Ferrara post Bassani (qualche eco trasversale degli Occhiali d’Oro comunque), fino a scenari marittimi della riviera romagnola, del Polesine e del capoluogo della regione Bologna, tra le prime città italiane nel secondo novecento più aperte sulla diversità sessuale con celebri discoteche d’area.
Lucio Scardino, da molti anni protagonista della cultura anticonvenzionale anche ferrarese, noto critico d’arte a livello nazionale, editore (con il gioiello Liberty House, tra i primi a promuovere a Ferrara Gianfranco Rossi), con questo perturbante Doctor Jackie conferma doti ragguardevoli anche come scrittore, dopo altre pubblicazioni poetiche spesso semi-scandalose (ma sempre di alta cifra letteraria e anche sperimentale linguistica), non a caso segnalato tempo fa da Riccardo Roversi tra i 33 letterati contemporanei più significativi di Ferrara (Percorsi Letterari Ferraresi- tra Bassani e Pazzi).
L’innesto delle tematiche gay nell’archetipo letterario in questione, del Doppio simultaneamente esistenziale e strettamente fisico (come appunto nel Dottor Jeckill…) segnala ed evoca, oltre alla novità sociale attuale della diversità sessuale, dilatazioni futuribili specifiche di certo dibattito nella cultura cosiddetta postumanista contemporanea, dopo la tecnoscienza.

RobyGuerra
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Il sangue

Di Maria Antonietta Pinna
 

Il sangue mio nero

è pura acqua di fonte,

trasparente che ti ci vedi riflesso,

cristallo,

è l’amplesso di unghie metallo con la terra

sfregiata,

è sole nascosto che pulsa nei lividi bianchi

dell’essere stata,

è pianto, rigurgito, evocazione

di spettri,

il sangue mio nero non ha legami

se non con il suono che tende

l’arco contuso delle sue stesse idee.

Scorre lento

ma io solo lo sento.

 
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martedì 30 luglio 2013

I kata (parte III), (Schegge zen e altro...)

P.Taigō Spongia
 
 
 
Il Kata è come una sinfonia. Le pause sono importanti quanto le note, non si tratta di eseguire una sequenza, il ritmo da vita alla sequenza. Un ritmo inadeguato uccide il Kata.
4) Studio e sviluppo dell’energia (Ki 気) e del respiro, con qualità terapeutiche.
Il respiro nel kata è esercitato in molteplici forme.
Dall’intensa circolazione del Sanchin e Tensho, alla ritenzione operata attraverso il respiro noon in alcuni kata superiori, al respiro che accompagna l’applicazione del muchimi (contatto pesante e appiccicoso), al respiro che accompagna le fasi di Chiru no chan chan ovvero le fasi di ‘esplosività elastica’.
In un andare e venire il respiro da il ritmo al Kata.
In particolare i Kata Sanchin e Tensho sono specificamente kata per lo sviluppo energetico.
Si tratta di forme di Chi Kung marziale in cui il respiro, collegato alla postura ed all’atteggiamento mentale, favoriscono l’accumulo e la circolazione dell’energia vitale (Ki 気) lungo i meridiani.


 
Nel Kata Sanchin, raggiunto un sufficiente livello di esecuzione in cui si padroneggia la chiusura del tanden, la postura ed il respiro, la circolazione del Ki viene visualizzata lungo il canale centrale (Du mei) con un’orientamento circolatorio inverso, in senso antiorario.
Ma anche nei kaishugata l’aspetto energetico non è trascurabile.
Il Kata qualunque sia lo stile, è un contenitore di un certo tipo di energie, ogni gesto che noi facciamo è un contenitore di un certo modo di muovere il corpo, con una certa qualità del movimento.
La concentrazione richiesta all’esecuzione, la postura con il suo tono equilibrato, il respiro… vanno automaticamente a ripristinare e potenziare l’equilibrio energetico del praticante.
L’esecuzione del kata permettendo di entrare in contatto profondo con se stessi nel momento presente, affinata sufficiente sensibilità, permette di percepire chiaramente gli squilibri consentendo di ripristinare l’equilibrio (omeostasi) attraverso l’armonia del gesto gesto e del respiro .
5) Ricerca sensoriale propriocettiva ed esterocettiva ed in ambito emozionale. “La messa in opera del kata ci interroga sull’articolazione tra conscio ed inconscio, rimettendo in causa l’organizzazione dell’attività percettiva quotidiana 2”.
La pratica ci porta a rimettere in discussione la nostra capacità percettiva.
Il Maestro Taisen Deshimaru diceva io non credo ai miei occhi e alle mie orecchie, sottolineando così come l’illusorietà dei sensi non permette di cogliere la realtà nella sua pienezza ed immediatezza, ma la percezione della realtà deve coinvolgere simultaneamente tutti i sensi compresa la mente (nel Buddhismo la mente è uno dei sensi).
Ordinariamente percepiamo la realtà in modo frammentario e ci attacchiamo ad i frammenti che riusciamo a cogliere.
L’altro ieri sono riuscito finalmente a veder un film che mi ha dato H., che stava lì da mesi e non trovavo il tempo di vederlo.
Il film si intitola ‘Memento’ e parla proprio di questo:
il protagonista a causa di un incidente ha perso la memoria a breve termine (poi anche la sua memoria a lungo termine in realtà si rivelerà illusoria) allora in ogni momento deve scrivere delle note, scattare delle istantanee, arriva a tatuarsi sul corpo le sue importanti annotazioni, al fine di non ‘perdere’ la memoria del momento precedente.
Ma questo catturare dei frammenti si rivela alla fine fallimentare.



 



I frammenti non permetteranno mai di cogliere l’insieme.
Dai frammenti non riuscirà a ricostruire la mutevole e complessa realtà e alla fine, nelle scene finali del film lo si vede chiudere gli occhi e chiedersi se esiste davvero quel mondo al di fuori della sua mente…
Si deve dunque affinare una capacità percettiva che a partire dai sensi trascenda i sensi stessi in una percezione intuitiva della realtà (pensiero hishiryo), ovvero la pura percezione sensoriale prima che la mente calcolatrice intervenga incasellando l’esperienza in una categoria razionale (prima di fare una foto e scriverci su le proprie annotazioni).
L’interno e l’esterno, la propriocezione e l’esterocezione, in qualche modo devono esplodere (Tokitsu parla di tempo esploso) tanto che il limite tra esterno ed interno scompaia e il corpo-mente sia mosso in qualche modo dall’intero Universo.
Esperienza che si fa potentemente durante la pratica dello Zazen e che solo ad alti livelli si raggiunge durante l’esecuzione del Kata.
Il Kata, così come il rito, è rigido nella sua manifestazione, nel senso che non ammette deroghe alla sua esecuzione formale, ma quando vai a interpretarlo nella sua esecuzione, nella sua applicazione, consente alla tua mente di liberarsi in modo globale.

 
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lunedì 29 luglio 2013

L'abbandono





Di Alessandra Piccoli


Quando l’abbandono diventa attesa, dolorosa speranza che si spegne lentamente col passare dei giorni. Quando basta un nulla per dare ossigeno al fuoco che in meno di un istante lo consuma. Quando l’abbandono da fatto fisico ed esterno diventa solitudine interiore, ricerca di “perché” che non troveranno mai risposte se non nel disamore e rimangono ricordi di baci sciarpe e di semplici gesti come ossessioni. Quando da tutto diventiamo nulla, perché nulla siamo più per l’altro e ci sentiamo inutili o fastidiosi come la polvere.
 

La fame di un bacio
 
 
Nemmeno la fame di un bacio
che mi resta sul collo coperto
è più ricordo di una corsa perenne
o di una sciarpa bucata
e vorrei sovrappormi al tempo
e tenerlo o strapparne la carne
dalle tue mani che furono ladre
di gesti frugati e nascosti
e di carte lasciate sui tavoli
Mi hai sparsa per i vicoli e le piazze
come polvere di vecchi tappeti
coi fili tirati da unghie affilate
di gatti dispettosi e annoiati
e dai tuoi sguardi sempre distratti
da pensieri digiuni e dai giri di vite
che un tempo cercavi e cercavo
e ora non si respirano più.
 
 
 

Non ti chiedo
 
 
Non ti chiedo del cielo nero
né del vento che sposta
del tuo tenermi
in emostasi costante
dei flussi fermi
e dei sassi
che pesano dentro
e tirano a fondo
Il mio voler uscire
dai giri interni
e fermi inferni
con l’odore di chiuso
e carta bruciata e
nessun fuoco ancora
Avevi detto che
passavi a prendermi. 

http://www.lestroverso.it/?p=3549
 

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La prova (Il gatto magone V puntata)


Di Mario Lozzi
 
 

Ce sò le credenze e ce sò li credenzoni. Senti questa che un vecchio ariccontava ar patrone mio.

Pe telefono je l’ha riccontata...anzi no...mo che m’aricordo, je l’ha scritta co ‘na lettera... Che siccome ‘sto vecchio era un po’ narfabbetico, faccio prima a riccontavvela io. Solo l’urtimo pezzetto me pare mejo che ve l’ariporti comm’è.

La ciccia de gallina, a momenti me faceva venì, a me che stavo a legge! E la ciccia de gallina pe’ un gatto, puro che sii magone, è propio er cormo !

Il paese dove abita è di tradizione agricola, è piccolo e lontano da qui. Dove non si parla il dialetto romanesco. Lui è un ometto piccolo, parecchiuccio più che maturo e, quando parla, s’impunta come un puledro davanti a una siepe. La gente gli rifà appresso tutti i suoi grugniti e, dietro, qualcuno gli starnazza il verso dell’oca. Fino a poco tempo fa, nessuno poteva pensare che Santino s’accostasse a una donna. Una sera,  ormai è parecchio tempo, faceva, a modo suo, la corte ad una ragazza che era nata un po’ zoppetta e con un braccio più piccolo dell’altro, ma se non avesse avuto gli occhi storti poteva pure passare. Siccome era conciata così, nessuno la voleva e Santino pensava di non avere difficoltà.




Niente! Dovette scappare sotto la sassaiola dei parenti. Cadde dentro la fossa dove ci spegnevano la calce. Ci  sbatté il muso e ci lasciò la stampa. Da allora tutti l’avevano chiamato "muratore" anche se era contadino.

Santino era profondamente depresso. Solo come un verme solitario.

E poi era successo il miracolo. La ragazza gli si era proferita da sé: "Ti metti con me?" Gli aveva detto. Era la Teresa. Una mora sulla trentacinquina, con due labbra rosse come la brace e tante di quelle curve che i giovanotti tiravano fuori gli occhi come le lumache.

Un petto!

Le donne maligne e pettegole dicevano che con una pettata avrebbe potuto sparecchiare una tavola da quattro persone e la guardavano avvelenate e ammaliate.

S’era proposta da sola. A Santino! Lui s’era sciolto come la neve al sole e aveva tirato su un filo di fiato per dirle di sì.

S’era fidanzato con la Teresa e tutto il vicinato aveva chiacchierato per settimane intere. Nessuno se ne capacitava. Una vecchia senza denti, piegata dall’artrosi aveva detto a Santino: "Figlio, sta attento che qualche magheria sotto c’è !".

E così lui si era avvelenata la vita. Dalla prima sconfinata felicità s’era ridotto a raspare dentro di sé come una gallina. Perché, perché, perché? E se la Teresa fosse stata una creatura maligna... Una strega?

Chi? La Teresa? Noooo! Macché !

E perché no ?....

E allora... Perché sì ?

I pensieri gli bollivano dentro fino a farlo diventare come una patata al sole. E intanto la Teresa era graziosa con lui ed anche molto tenera. Sembrava che non s’accorgesse nemmeno di tutte le magagne di Santino. E lui ne era felice... e turbato.






E se la Teresa fosse strega davvero? Se lo teneva con sé quel tanto che bastava per coprire la sua situazione?   La vita di una strega può essere anche spiacevole se sta da sola. Ma se ha un marito, allora passa inosservata. Diventa una donna comune.

Santino era caldo come il pane appena sfornato e, subito dopo, si gelava come l’acqua a tramontana.

No, no e no !

E perché no?

Bisognava avere una prova, ma come?

Chissà chi gli disse che c’era una sensitiva nel paese grande. Santino non capiva che cavolo potesse essere una sensitiva. Allora gli spiegarono che era una maga.

Ci andò.

Era in una stanza solenne, piena di ombre. La veggente prese le carte, le fece tagliare da Santino con la mano sinistra e le dispose sul tavolo. Poi la donna disse: "C’è chi conosce il potere del male, c’è chi ha mescolato vita di profondo e sangue di femmina. Vicino a te".

Santino si sentì imbambolato e, nel tumulto delle angosce non gli passò per la mente di pensare che prima aveva raccontato alla maga tutte le sue vicende.

"Cerca la prova e fuggi la mano di satana".

Santino non poteva parlare, si sforzava ma il fiato gli raschiava nel petto. Alla fine mormorò:

 "Come?".

La maga gli mise sotto il naso un tarocco: "Solve et coagula!". Cerca l’arma del maligno: l’unguento che le streghe adoperano per il volo!".





E tacque e non ci fu verso che parlasse più. Ma Santino aveva capito. Doveva cercare l’unguento,
la sostanza che le streghe usano quando devono volare via dalla finestra poiché, di notte, le chiama il canto sottile del demonio, loro amante e signore. Glielo avevano raccontato fin da quand’era piccolo, nelle sere  fredde, mentre si vegliava intorno al focolare. I vecchi sapevano le lusinghe del caprone dal volto umano, quando invoglia le streghe alle danze. E allora esse si ungono e scivolano nell’aria in silenzio, leggere figlie della notte che vola con loro.

Santino buttò sul tavolo della maga un pollo spennato del suo piccolo pollaio, credendo che così avrebbe pagato il consulto magico. La signora però non era affatto d’accordo, cercò di parlare, si alzò pure dalla poltrona per fermarlo, ma non ce la fece. Santino era uscito come una meteora e correva senza accorgersi di ciò che gli succedeva intorno. Mai avrebbe cercato la teca dell’unguento. Non ci voleva manco pensare. La maga lo vide sparire a rotta di collo e dovette consolarsi col pollo che sembrava pure vecchiotto.

Due sere dopo la Teresa chiamò Santino: “ Domattina vado al paese. Badami alla capra che non entri nell’orto. Bello mio! “ Proprio così: "Bello mio !". E gli dette un bacio sulla bocca da far squagliare un mattone.

E Santino, il giorno dopo era solo, fra l’orto e le casa della Teresa. Era agitato e gli pareva che le cicale lo canzonassero. Pure il sole, lassù, rideva di lui. Che facesse il comodo suo! Il sole lassù. Tanto a lui non gliene fregava niente. Poteva ridere sì! Lui c’era solo di giorno, mica di notte... quando le streghe...

Gli sembrava di star seduto sull’ortica. Il tempo passava e lui tribolava. Poi si decise: “ Ci guardo, tanto non trovo niente e così sto tranquillo.”

La cassapanca della biancheria sapeva di lavanda. Si aprì con un sospiro di ruggine che risuonò nell’animo di Santino come una predica.: Indugiò, cominciò a carezzare la biancheria e poi...lì...lì sull’angolo, coperta appena da una camicia da notte... c’era!

C’era, c’era, c’era!

Una teca di metallo strano, con sopra certi segni più strani ancora. Santino senti un pugno dentro le vene e restò informicolito.

"Ma forse è solo una crema per ammorbidire i lupini dei piedi – pensò – le donne ci hanno sempre un sacco di creme !" Però dentro gli fischiava il vento della certezza: "La Teresa è strega, è strega!".

Non si accorse di quanto tempo passò. Guardava la teca come fa il rospo quando la vipera lo punta e lui si sente attirato e piano, piano va da solo dentro le fauci immobili.

Sì! Santino si sentiva rospo. Rospo sì, perché era brutto e s’era lasciato scegliere da una strega per diventare cornuto col diavolo e forse fregarlo pure in fatto di corna.

Perché cornuto, va pure bene, ma col diavolo no! Si diventa cornuti a paletta. Come un caribù !

"E tu a me non mi freghi !".

Santino prese il vasetto con la punta delle dita, adagio, adagio, amore, amore e lo rovesciò fuori della finestra. La crema si scioglieva rapidamente, in un filo d’olio e di profumo. Presto la scatoletta fu vuota.

Allora Santino corse a casa delle sue nipoti, senza farsi vedere. Cercò fra i vasetti delle creme di bellezza quella più simile che poté, ci mescolò un trito di basilico e rosmarino per dargli un’essenza strana. Ci voleva mettere pure uno spicchio d’aglio, ma ci ripensò. Le streghe l’aglio non lo possono soffrire e lo sentono da lontano.

Tornò a casa della Teresa e con la mistura fatta riempì la teca. Poi scese di sotto, chiuse la porta e dette due buone zampate alla capra che ‘sera brucata quasi tutta l’insalata e i pomodori dell’orto. S’imbucò fra i biancospini della siepe, mentre pensava con amarezza che gli altri s’infrattavano in modi ben diversi e sicuramente più piacevoli. Lui invece, fra quelle spine pareva il povero san Sebastiano, quello tutto sforacchiato, dipinto sul muro della chiesa vecchia.




La Teresa arrivò verso sera. Arrostì due pannocchie di granturco fresco e se le pappò con un gusto puttano. Poi si stirò come un gatto d’angora, salì le scale della camera di sopra e spense la luce.

Tutto buio, tutto silenzio. Tutto graffiato, Santino non si muoveva. Una parte della notte, passando, gli strofinò sul naso scorticato i lembi del mantello di velluto nero. Era vicino la mezzanotte. Gli parve di sentire un canto sottile che si cambiava in lamento di desiderio e poi diventava un ruggito impalpabile, una vibrazione di una gola non umana. Lontano, lontano. Il canto era intollerabile.

Ghiacciava il cuore, ma scioglieva il resto del corpo in un languore di febbre.

E la finestra della Teresa fece un lamento mentre si spalancava. Lei si affacciò: mora come una oliva e bella come una fiammata.

Anche lei cantò. Una cosa dolce che faceva girare il capo. I due fasci di suono si unirono e ne nacque come l’antico mugghio del toro quando coprì la femmina di Minos: era l’umano e il bestiale che cercavano l’accoppiamento.

Lei si sciolse, tutta indolente, il nastro della camicia e la luna le andò a carezzare il petto. Bianco come il latte e tondo come le cupole di Roma. Prese il vasetto e, con la mano sinistra si unse. Tanto lentamente che Santino, dentro la siepe, si scordò delle spine e si sentì torcere le budella. Ed altro.

Poi lei salì sul davanzale, sempre con quel canto morbido e sottile. E fece un verso come il falchetto che si butta sulla lepre. Si gettò ! A volo. Con le braccia aperte sopra il burrone del torrente.

Certo che la panzata fu notevole!I carabinieri poi conclusero che s’era trattato di suicidio. Qualcuno, maligno, disse che era successo quando lei aveva pensato alla bruttezza del suo futuro marito... Ma le chiacchiere spesso velano la verità dei fatti:




 
Ecchela llà comm’era successo. Io ve l’ho riccontata a la sverta, ma la lettera de Santino era longa comm’una quaresima. Era scritta in modo da fa venì er riggetto. Nun ce credete?  Allora leggete ‘sto pezzo chedé la finale....

 
Accosine è annata. Io che corpa ci avrebbi  si che lei era una strega? Io, ma però, mi sentissi rimorzo. Tutte a me mi capitino. Come quelle artre due che già vi abbio scritto prima, quell’artre due vorte. Io songo Santino e questo fatto a succeduto ha me. Sono sempre zitelo, ma però meghlio zittello che cornutto col diavolo. Ho cappio ! Ma però mi sentto pure un sassino. Povera Teresa!

Accosì bella e accosi sfraggellata. Mi dichirebbi che devo da fare hora?

                                                                                       firmato: Santino

 

Er patrone mio ha cominciato ‘na lettera de risposta, accusìne:

Caro Santino,

               ci risiamo con le tue sventure. Un rimedio c’è: Se bevi meno, se smetti di fare le canne, con la mia magia.......

 
Eppoi er patrone mio ha buttato ‘a lettera in der cestino perché dice  che tanto Santino è come un pigno verde, nun tira fòri un quatrino mamanco si l’ammazzi ! Matto è, ma mica fino a quer punto !

 

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domenica 28 luglio 2013

Conati

Di Alessandra Piccoli




Ho conati bianchi di paure

e vomito al cielo

che a pioggia cade giù

come seme di disgusto

tra le crepe arse

e la sete d’equilibrio

inciampo e mi ci infilo

che casomai

seme vorrei morire

tra la speranza di rigermogliare

un giorno

quel giorno

di un’altra specie.


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Pupilla



Di Maria Antonietta Pinna
 



Bussa una stella

alla porta socchiusa della pupilla

in attesa che l’alba

sia schiusa

nel terrore ordinario del giorno.

Il sole mi brucia la vita

scorsa senza rumore,

nel silenzio degli anni

che oggi sono già ieri.

Li ho visti passare

senza neppure riuscire a contare.

La matematica è sempre stata per me

un’opinione.
 

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