domenica 30 giugno 2013

Cenere

 
 
“Cenere”, edito da E/O, è un romanzo di grande spessore, ambientato nel Seicento, nel periodo della Santa Inquisizione, già arrivato finalista al premio Italo Calvino 2005 e al premio Giuseppe Berto 2006, colpisce per la grande capacita dell'autrice di scavare nell'animo dei suoi personaggi, la minuziosità nel rilevarne le sfumature del carattere, il contrasto tra padroni e servi della gleba, il linguaggio potente, perfettamente in sintonia con l'epoca in cui è ambientato. Tea Ranno ha dalla sua la forza prorompente della scrittura, che non è preziosità estetica o barocchismo fine a se stesso ma elaborazione, identità stilistica, virtuosismo, il linguaggio proprio degli scrittori di razza. Personaggi, storia e ambientazione si armonizzano come note di un'orchestra il cui ritmo incalzante coinvolge il lettore e lo rende partecipe delle vicende drammaticamente umane contenute nel romanzo.
Ho incontrato Tea a Siracusa, in occasione della conferenza organizzata dalla “Emanuele Romeo Editore” dedicata alla scrittura al femminile: “Scrivere donna”, dove era ospite d'onore insieme a Silvana La Spina e a Giovanna Giordano. Quale occasione migliore per scambiare quattro chiacchiere.
D. Tea, pare che “Cenere” sia destinato a non passare mai inosservato dalle giurie che lo visionano, prima finalista al Calvino, poi al Giuseppe Berto e infine vincitore del Mangialibri. Gran bella soddisfazione, no?

R. Sì, bellissima. La cosa che mi fa più piacere è che a sceglierlo e a votarlo sono sempre i lettori, dai quali, peraltro, continuo a ricevere grandi apprezzamenti. Che Mangialibri l’abbia considerato “miglior libro dell’anno” non mi sembra cosa da poco.
D. Cos'è per te la scrittura?
R. E’ raccontare. E’ un canto di sirena. E’ ipnotizzare e lasciarsi ipnotizzare dal ritmo, dall’armonia, dal suono delle parole che acquistano corpo e sostanza e intramano sulla pagina vicende minime o straordinarie, tali, comunque, da non lasciare indifferenti, da operare in chi legge una trasformazione. Ma scrivere è soprattutto impegno, lavoro di lima e di cesello, è ricchezza di vocabolario, sfida a inchiodare il senso di ciò che si vuole dire con l’unica parola che sia in grado di farlo.
D. Ormai vivi a Roma da parecchi anni, che rapporti hai mantenuto con la Sicilia?
R. Di grande nostalgia. Appena posso vengo giù. L’esserne lontana, però, mi permette di acquisire quella giusta distanza per guardarla con obiettività: rendermi conto dei pregi, non nasconderne i difetti.
D. Cosa può fare un'intellettuale per risvegliare le coscienze dei siciliani? Le coste delle tue zone (Melilli e Priolo) sono tra le più degradate e ci mancava poco che trivellassero il Val di Noto, patrimonio dell'umanità, alla ricerca del petrolio.
R. Bisogna parlare, raccontare, ipotizzare i possibili disastri. Solo se si mettono gli altri in condizione di sapere, è possibile un cambiamento. Uno scrittore, però, è spesso come Cassandra: riesce a vedere tra le maglie del futuro e a inorridirne, ma quando cerca di rendere gli altri partecipi delle sue visioni ecco che non viene creduto, anzi, è tacciato di “eccesso di fantasia”, di “tendenza alla drammatizzazione”, e le sue parole – che comunque inquietano – vengono relegate nelle zone atrofiche della coscienza, anche di quella collettiva.
Salvo Zappulla
 
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sabato 29 giugno 2013

Filimmondi


Di Maria Antonietta Pinna

 

Deserto dei pazzi,

anima brulla di venti sospesi,

e certi occhi

sottesi nell’attimo che non viene mai,

in bilico tra sprazzi di essere e nulla,

guai d’impiastro ontologico,

graffi che cesellano

emozioni improbabili.

Il cuore è una favola triste,

albergo di attimi

condizionati dal caso

che ci rende inerti pupazzi

d’ideologie.

Prendere in mano la vita,

dissotterrare gli spini

cresciuti nell’unghie.

Fili, matasse, montagne,

sì,

iceberg di fili,

filimmondi,

 per terra, in ansia

di

Necrologie.

 
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venerdì 28 giugno 2013

Che cos'è il fantasy? Istruzioni per l'uso

Di Diego Romeo
(Fantasyritmi e altro... Prima puntata)

Cosa sarebbe il fantasy? Forse è la domanda che ultimamente mi pongo più spesso. Ad una prima analisi si potrebbe dire che il fantasy è un racconto (di ambientazione sia medievale, sia urban oepicnovel) in cui la magia e il fantastico occupano una parte preponderante dell’intera fabula. Tutto qui? Se fosse così, ogni scrittore in erba potrebbe scrivere qualunque cosa, magari abbondando con draghi, elfi, nani, vampiri e via favoleggiando, per poi affermare di aver scritto un romanzo fantasy di successo.
Purtroppo qualcosa del genere è successo e procede con vigore: tant’è che viene relegato, nel panorama letterario, a genere minore, di nicchia, ultra commerciale.





Chissà, magari vi sarà capitato: vi siete rivolti tutti entusiasti ai vostri amici dicendo: “ho pubblicato un libro!”. E loro tutti contenti: “Dai, bellissimo! Di che genere?”.
Con un sorriso smagliante rispondere: “un Romanzo fantasy” e  vedere la loro l’espressione mutare da sincera ammirazione a evidente compassione, se non proprio derisione. “Ah! Un raccontino, quindi?”.
Mi è successo, in pochi mesi, più di una volta. Questo perché il genere, soprattutto dopo la riscoperta del Signore degli Anelli e la nascita della saga di Harry Potter, ha visto un boom editoriale di prodotti mediocri, se non evidentemente scadenti, scritti da autori che rincorrevano l’utopia di successi scontati e conseguenti facili guadagni, vantandosi di essere scrittori solo perché, per l’appunto, rimpinzavano le pagine di creature mitologiche  e magie di ogni ordine e grado.





A mio modestissimo parere un romanzo fantasy non è solo un racconto in cui si scialano magia e creature fantastiche. Né, tanto meno, un racconto scritto con il perfetto equilibrio di tutti gli ingredienti giusti per piacere ad un pubblico saturo di proposte commerciali troppo smart.
L’esatto contrario.
Ogni testo ha specifiche regole narratologiche e letterarie, spesso complesse: quindi dovrebbe iniziare ad occupare un gradino decisamente superiore nell’Olimpo dei generi letterari. Per rendersi conto di ciò, basta leggere “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov. Un romanzo a dir poco spettacolare, di un impatto travolgente, che se pur non abbonda di creature fantastiche, ti trascina in un vortice così profondo da farti dialogare con il diavolo in persona.
Chi vuole scrivere fantasy, dovrebbe pensare prima di tutto che non sta parlando di un genere minore con cui fare soldi, ma di un ambito profondo, che necessita di ambientazioni auliche, con tutti i presupposti per trasmettere un messaggio importante. Questo perché è il modo, per eccellenza, con cui far sognare il lettore, specie ora che il bisogno di riflessione e di evasione è più acuto. Lo stesso Tolkien, professore di grammatica e di storia inglese, per scrivere il suo “Signore degli Anelli” ha impiegato molti anni, creando alla fine un mondo parallelo ma coerentissimo perché variegato, con richiami storici, sociali ed etici (perfino spirituali) non estranei al tempo e al luogo della sua avventura umana, trasfigurati in un affresco monumentale e sublime.
Ecco forse una buona definizione per inquadrare meglio la domanda iniziale. Una porta che la fantasia apre sulle emozioni del lettore. Per il massimo rispetto che mi ispira questa figura (un compagno di viaggio ed avventura, e perché no, anche un po’ confidente), il lettore ha bisogno di un romanzo che sia, storicamente e narrativamente, alla sua altezza, non solo compilazione trita di curiosi apologhi tra draghi ed elfi.


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E si aprirono per te

di Mario Lozzi

 
 
E si aprirono per te
Le Porte d’Argento del Monte Custode.
Là,
nella tua terra oscura
come le olive mature
e pazza di canti e voci dissonanti.
La tua terra.
Con i voli di uccelli
che portano il mistero di razze antiche,
mai domate,
forse sommerse nel sonno dei secoli,
ma con la buccina sotto la pietra,
sempre pronta a dare il lampo del pericolo
giù dalle torri del fuoco.
E si sono aperte
su questa terra
le Porte d’Argento del Monte Custode
per darti le vite nascoste
nel nero dell’olivo, nel rombo del nuraghe,
nel lume dei canti sfrenati
che devono gorgogliare nel pensiero.
Il tuo pensiero!
Pietra dura
nel luogo dorato,
taglio di lama bruna,
colpo del sasso che parte
dal tuo lontano meditare.
Oggi che il Monte d’Argento
ti ha aperto le porte della vita
affonda le mani
nel mare della tempesta
e attingi il piacere della lotta
nelle grotte della mente
che sono la tua fortezza
indistruttibile.
 
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Radici

Di Maria Antonietta Pinna

 





Le radici sono astrali coltelli

divelti dalla nudità della terra,

sono sangue nato morto

tra le fiamme di antichi parti

mai voluti,

sono cenere e lava pietrificata,

instabile,

inappagata,

senza casa,

senza fonte,

radici

anacoluti.

Eppure non chiediamo noi di nascere,

di segnare con la carne la parentesi triste

del mondo, né di spezzarci le unghie sulle onde del tempo.

Ignari,

siamo chiari

anneriti dalla fiamma

delle ore

che, inappagate ci bruciano

anche le instabili fronde

nel dolore d’essere forse stati.


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giovedì 27 giugno 2013

L'insonnia di Osvaldo



di Paolo Aldrovandi
 
La notte non è meno meravigliosa del giorno, non è meno divina; di notte risplendono luminose le stelle, e si hanno rivelazioni che il giorno ignora”. Tacitamente sovviene la riflessione di Nikolaj Berdjaev per introdurre “L’insonnia di Osvaldo” che, come la poesia “Dormiveglia” (l’EstroVerso n. 1 Gennaio – Marzo 2013), sostiene, scandagliandolo, il tema dell’insonnia; un itinerario (florido) denso di percezioni, di attimi in cui ci si raffronta in dolente (provvidenziale) solitudine, cinti al buio illuminante delle ore notturne.
gc
***

La pessima idea sta sul palmo
e questa mano che si allunga
prende senza restituire mai
quei pochi sussurri liquefatti all’orecchio
così spogli di ogni buia costrizione
da riempire i miei vuoti di rose
sputandomi addosso neri verdetti
che alla fine sono un po’ come burro al sole
in un involucro di dispiacere plastico
messo lì da qualche parte a marcire
evitando una diffusione urlata a pezzi sparsi
e che aspetta il totale scioglimento finale
che si trasforma in un rigagnolo in discesa
pieno di speranze oleose insinuate nella mente
che tacciono piccoli sotterfugi maleodoranti
i quali provano ad entrare di tanto in tanto
nella mia verginità posteriore senza successo
visto che tento il sonno a pancia all’aria spesso
ma è solo un giorno in più e se ne vivrà l’illusione
lungo ogni strada che è il percorso
a strettoie e curve sempre incuranti
delle gesta quasi commestibili tutte intorno
agitate come bandierine bianche da frulla-minchia
severamente seri e praticamente insensati
perché qui l’effetto memoria brilla in standby
come quell’odiosa lucina rossa sempre accesa
davanti ai tuoi occhi nella notte al neon selvaggio
con il battito del cuore che invade il buio
in una ballata che ti accompagna fino al mattino
togliendoti vizi e virtù come un esattore pallido
che nella luce tende le sue dita impietose e viscide
verso le mie labbra che si seccano al primo sole
e che si fanno riguardi assurdi
davanti alle mie domande sporche di caffè.

http://www.lestroverso.it/?p=2124


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Il gatto magone (come e dove li maghi te lo mettono) Seconda puntata

di Mario Lozzi

Il gatto si presenta


Nun sia mai lo sapessi er patrone mio, quelo llà me taja la coda! Chi sò? Sò un gatto. Er gatto der mago de Pisterno. quelo llà che maneggia er Paradiso e l’Inferno.

Pe’ questo l’amichi mia me chiameno er gatto magone.

Che faccio? Aricconto li ricordi mia. Quelo ch’ho visto e quelo ch’ho sentito ariccontà. Cose de maggia!

A vorte l’antri maghi telefoneno  ar patrone mio. Capita ch’arisponno io, quanno lui nun ce sta. Dice: “ Ma come, parli?". E sinnò che gatto magone saressi?

Solo che la voce ‘gni tanto me fa fichetto, ma gnisuno po’ penzà che so’ stato io.



Tante vorte se viè a lamentà quarchiduno che j’hanno appioppato ‘na patacca. So’ queli llà che se so’ voluti levà le fatture e li malocchi e accusì li maghi janno dato la fregatura.

Li maghi so’ accusì. Tu vòi un firtro d’amore? Te vòi vendicà de qurchiduno? Vòi ‘na fattura pe’ fà morì la socera? Te vòi guarì da quarche male? Loro prepareno l’intruji e te sprèmeno li quatrini come l’uva a vellembia. Parecchie vòrte te ce fanno puro la cojonella.

Quarchiduno, sarvo indove me tocco, c’è arimasto puro suggestionato! Le fregature c’è chi l’aricconta e chi no! Ma siccome l’occurtisimo è er terore de tutti, a chi lo viengheno a riccontà? Ar mago, patrone mio che li po’ protegge da l’antri maghi che l’hanno buggerati!



E io che so’ er gatto suo, ariccojo. Ecchela llà! Dice: "Ma vattene, và! Moò un gatto scrive!".

Embè?  Sarvo se sia, in parecchi posti, nun governeno li somari? Mo nun po’ scrive un gatto?.
 

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Anarcocura (Da crisopeie in tagli vivi)


di Maria Antonietta Pinna
 
 

Ho pulito l’aria coi capelli

e giocato a carte col vento,

sola,

puntino disperso,

in un angolo d’osso corroso

d’universo.

Ho tagliato il sole con le mani,

fogli bianchi e sottili

strappati con macchia d’inchiostro

all’emicrania del delirio,

spazio onirico nutrito

del martirio previsto del giorno.

Fogli chiusi d’attesa in anarcocura.

L’atroce bianco da scrivere

contro il viso transumano, è ormai stanco

di recinzioni paura per ali dentro fili spinati,

contro muri sporcati,

limati,

dimenticati,

stati e non stati.

Anarcospinte terapeutiche,

scorrimento di rifiuto,

scatto matto in maieutiche

al ripetersi delle censure.

Ali che battono al nuovo,

ai mai nati futuri

contro le usure deprimenti

del fatto che estingue e sorvola.

La democrazia è pingue, corrotta

come una bambola rotta

e ha gli occhi dipinti di viola.


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mercoledì 26 giugno 2013

L'infanzia (da Crisopeie in tagli vivi)

di Maria Antonietta Pinna




Sgabuzzino,

lampadina che pende da un filo,

muri grigi con danze di luce,

pavimento duro,

poco sicuro nella costante disaffezione.

Infanzia

Prigione

Memoria perduta

riaffiorante nell’intricato impeto

dei chiarimenti,

specialmente di notte,

quando il cuore preme

ai chiari battenti della ragione

e il fiato respira

nanosecondi passati.

Eccomi,

mai liberato

nel complicato intreccio dell’oggi.

Eccomi,

mai salvato,

nel fragile liquido presente.

E vorrei essere assente,

assente

alla memoria di me.

 
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