venerdì 31 maggio 2013

Notte, graffi e poesia (le pillole di Psico-Pinna)

Di Maria Antonietta Pinna



Tuffarsi nell'alcool equivale al rifugio nel sonno. Bisogna augurarsi di essere troppo grossi per entrare in un bicchiere e così stupidi da cascare dal letto.


La volontà di risolvere un problema contiene il germe fecondo e futuribile della risoluzione.

 
Mettersi di fronte alle proprie angosce è come vedere una notte buia. Soltanto toccandola capisci che è di carta dipinta e che oltre c'è luce.

 

 
Il cuore è un organo dalla doppia incostante temperatura, mentre s’infiamma d’amore ti fredda senza fare rumore.


La vita non si dona neppure per amore. Non mi piace riciclare i regali.

 
Il vero amico non ti accarezza i pensieri per consolarti da un dolore, te li punge fino a farli sanguinare in modo che tu ti accorga che ancora esistono.

 



Van Gogh si strappava i capelli per dipingere. Oggi gente che si definisce artista non distingue le setole di un pennello dai peli della sua barba. Tricotillomanie.

 

La notte è il graffio di un'unghia sulla pelle truccata del giorno. Un' evidenza di pena sottile e creativa.

 




Il fallimento è soltanto un'incidentale riflessione sociale fatta di massa, potenza estrattiva d'anima, peso sul cuore e senso offeso.

 

La creatività senza soldi è come una miniera d'oro che si pensa pirite.

 

Il poeta è l'unico idiota ad avere cervello, e vive di versi, pane, acqua, sfratti, delusioni, fallimenti e rovello per essere questo e non quello.


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giovedì 30 maggio 2013

Il re dell’aria Philippe Petit, poeta e funambolo.

Maria Antonietta Pinna
 
Scrive Philippe Petit nel suo Trattato di funambolismo:
“Il vuoto atterrisce. Prigionieri di un brandello di spazio, combatterete allo stremo delle forze misteriosi elementi: l’assenza di materia, l’odore dell’equilibrio, la vertigine dai lati molteplici e il cupo desiderio di ritornare a terra… Il Filo che appartiene ai Maestri del mondo, sul quale riposa la terra, il filo che collega senza tregua il finito all’infinito, linea retta del percorso più breve tra gli astri… Sprofondare per raggiungere il luogo dove nulla respira, l’oscurità che vi si cela. Per seguire e raggiungere dall’altra parte della luce una chiarezza abbagliante, uno splendore bruciante… Per ore, per frammenti di giorni, la speranza di un arresto del tempo che nessuno saprebbe notare”.
Leggendo attentamente queste parole sembrerebbe che il funambolismo, lungi dall’essere un semplice esercizio di fisica destrezza, appartiene nel caso di Petit, alla poesia. Lo scrittore non è forse atterrito dal vuoto? La pagina bianca è una palese intollerabile assurdità da riempire. La penna è lo strumento teso sul nulla, esattamente come un cavo d’acciaio opportunamente sgrassato. Si tratta della materia attraverso la quale la finitudine concreta dell’essere reale si collega magicamente all’infinito di mondi impossibili in cui il bruciante splendore dell’arte dimentica profitto e interesse in nome di un’autentica passione.
In quest’ottica Petit, funambolo di strada, è un vero artista, un maestro dell’aria che esplora se stesso avendo il coraggio di fare ciò per cui è nato, in assoluta purezza di intenti. Il cielo diventa così “una carta” su cui fare viaggi. Così accade che il nostro funambolo possa essere proprio quello descritto nello Zarathustra Nietzschiano. Un uomo che lascia cadere le gabbie di certo super-ego di autoritaria e legale matrice, per affrontare la sfida precaria del suo essere uomo fino in fondo, sfidando eroicamente la verità di certe illusorie preconfezioni logocentriche. Petit trova il senso proprio nello sfidare in libertà il senso comune fin dalle sue prime esibizioni clandestine, come quella di Notre-Dame di Parigi, del Ponte di Sydney o del World Trade Center di New York. E come lo scrittore, il funambolo Petit non lavora per la gente, ma per quel senso di arcana esplorazione dell’oltre, passando attraverso lo strumento del cavo, attraverso fatica e sudore. Il cavo è un tatuaggio del corpo. Ad un dato momento si avverte la fusione dell’individualità dell’uomo con il mezzo per attraversare le barriere della finitudine. E se il cavo è una macchina verso bagliori accecanti e dimensioni astrali, il corpo stesso è cavo, strumento a sua volta, fuso, unito, quasi trasceso in questa sua identificazione, in vista dell’ottenimento di un fine più grande, la misura della propria libertà. La gravezza del corpo reclama il ritorno alla terra, come istinto di sopravvivenza, fino a che l’uomo si accorge che il filo riposa già sulla terra, segnando il percorso più breve tra gli astri, nell’indescrivibile abbraccio del tempo fermo.



Il poeta e il funambolo vivono dunque la loro arte in un tempo non tempo. Della loro fatica fruiscono altri, coloro che guardano, ma il lavoro è solitario, simile ad un gioco d’azzardo, senza certezze assolute di buona riuscita. Una follia, un moto dell’anima che si segue ciecamente, nato da un mestiere “sobrio, rude e scoraggiante”. Eppure si fa, perché una passeggiata nell’infinito non ha prezzo.  
 
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Perché non mi sono cresimata (Le avventure di Psico-Pinna)

Di Maria Antonietta Pinna
 
 
Ricordo che il prete del mio piccolo paese predicava con la faccia paonazza e poi allungava l’ostia alle signore con sguardo concupiscente. Sapevano tutti che il represso andava a donne, ma si limitavano a strizzare l’occhio con un sorrisino sfumatamente ironico. Fingere che il prete fosse morigerato, fingere che i propri mariti e le proprie mogli fossero perfette e affilare la lingua sulla spada della chiacchiera, sicché ognuno sapeva tutto di tutti, in una commedia delle finzioni e delle maschere. Essere cattolici era il primo passo verso la salvezza di fronte agli sguardi indiscreti della gente, un movimento tutto esteriore, di posa gratuita e ipocritamente buonista. Il diavolo si traveste spesso da monaca.



Ricordo la mia foto in abito rosa della prima comunione e gli sforzi che facevo per stare con le mani giunte. Nella foto uscì fuori un sorriso ghignante che mi evitava di sbuffare. Mi domandavo perché dovevo stare in quella posizione idiota. Forse perché non dovevano sapere che fin da piccola ero una mantide irreligiosa. Fingere, fingere sempre. Un teatrino, un gioco delle parti in cui lo strazio si spacciava per felicità raggiante e la felicità doveva essere nascosta. Chiacchiere, chiacchiere, insulsaggini. Le vecchie coi rosari in mano mezzo rincoglionite a biascicare preghiere e veleno sulle panche in legno lucido della chiesa e le giovani con gli occhi come mosche, pronte a captare ogni umore della vicina, a radiografarne ogni più piccolo particolare, fino a scorgere la polvere sulle scarpe, la macchia sul colletto della giacca, l’improbabile accostamento di colori di un tailleur di pessima fattura. L’invidia come sentimento universale, invidia a fette servita sul piatto delle offerte ad un improbabile quanto lontano Dio, pretesto per l’osservazione panottica del vicino come attività di naturale sfogo per le proprie inutili e microuniversali frustrazioni.



Sentivo di non far parte dell’arredamento della casa di un Dio così patologicamente malato da permettere ai miei genitori di appuntarmi sull’abito rosa un gruppo di orrendi fiorellini di plastica. Li avrei schiacciati volentieri sotto i piedi, fiorellini e genitori, per intenderci. Eppure dovevo camminare a mani giunte come vittima sacrificale  verso l’altare. Finita la faccenda, dismesso l’abito rosa in un cassetto per mai più rivederlo, passano gli anni. La cresima. Andare al catechismo. Tre dame con baffi e seni a brocca ottava misura, ventri panciuti e zucca più vuota di una busta di plastica al vento, pretendevano di sapere tutto sulla vita e sulla morte, sul significato della religione, del tempo, dello spazio, della carità, sul senso del senso del senso... Avevano tre taccuini stile Bignami fai da te, in cui nereggiavano sull’indecenza del bianco, frasi fatte, motti tratti dalla bibbia e suggeriti dal prete crapulone e lussurioso.



Questo dialogo è reale e da la misura dei guasti della religione cattolica.
Personaggi:
Ica M.: Catechista.
M.A.P. : Allieva.
 
Ica M.: “Gesù è morto per noi, è venuto sulla Terra per la nostra salvezza”.
M.A.P.: “E tutti quelli che hanno avuto la sfortuna di nascere prima della sua venuta, che fine faranno?”.
Ica M.: “Non sono problemi nostri. Gesù è venuto nella pienezza dei tempi”.
M.A.P.: “Cosa vuol dire?”.
Ica M.: “Vuol dire quello che vuol dire. Non siamo qui per domandare, siamo qui per onorare il Signore che ci ha creati a sua immagine e somiglianza”.
M.A.P.: “Che vuol dire pienezza dei tempi?”.
Ica M.: “Vuol dire persona giusta al momento giusto”.
M.A.P.: “Ma il momento più giusto non sarebbe stato all’inizio del mondo? Così tutti si sarebbero salvati”.
Ica M: “Tu fai troppe domande stupide. Devi imparare e basta, senza fare domande. Vuoi fare la cresima? E allora devi imparare a memoria queste frasette così siamo tutti contenti”.
 
Ma io non ero contenta. Mi alzai dicendole che speravo davvero che Dio non avesse scelto lei per esprimere il concetto di immagine e somiglianza. Un dio brocca dalla testa vuota... Uscii. Ancora adesso mi faccio domande. E non mi sono cresimata perché non ci sono sacramenti che possano oscurare la porta del dubbio e impedirmi di fare quelle stramaledette domande. Poco importa se non ci saranno risposte, perché la cosa più importante è la libertà.
 
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Passeggiando sulla via Zen (Schegge Zen e altro...)

 
Intervista a Paolo Taigo Spongia, Cintura nera Rokudan (6° Dan) del Dojo: TORA KAN : Via di Selva Candida 45, per la rubrica Schegge Zen e altro...
 
Cos’è lo zen dal punto di vista di un praticante?
Il mio Maestro usava questa definizione: 'Lo Zen é la capacità di entrare in relazione con tutti gli esseri, di momento in momento, anche con quelli apparentemente inanimati'.
Lo Zen é innanzitutto una pratica, non una speculazione intellettuale come purtroppo é stato spesso, comodamente, interpretato in Occidente. Pratica significa vita quotidiana, non di certo un ritaglio del proprio tempo bisettimanale da dedicare ad una sorta di 'massaggio spirituale'.
Il cuore della pratica Zen é, naturalmente, lo Zazen, la meditazione seduta a gambe incrociate di fronte al muro, una pratica che diventa nutrimento quotidiano per il praticante Zen, diventa il centro da cui irraggiare ogni altra azione quotidiana.
Durante le Sesshin (letteralmente da Setsu e Shin= toccare il proprio cuore), i raduni intensivi  di pratica Zen che si tengono nei Dōjō e nei Monasteri Zen per periodi di due o piú giorni, la giornata termina con lo Zazen e il nuovo giorno da lí riparte e ogni attivitá quotidiana, il pasto, il lavoro, lo studio... Iniziano ritornando allo Zazen come archetipo della Mente del Buddha che deve ispirare ogni nostra azione.
Dō, la Via, é desinenza comune a tutti percorsi che in Giappone sono considerati delle Vie spirituali che permettono all'uomo di raggiungere la pienezza di sé.
Chadō la Via del Té, Judō la Via della Cedevolezza, Karate-dō la Via della Mano Vuota o, come la definiva il mio Maestro, la Via della Mano che scaturisce dal Vuoto (con evidenti significati Buddhisti), Kyudō la Via del Tiro con l'Arco, Shōdō la Via della Calligrafia...
Si tratta di percorsi formativi ed educativi che coinvolgono la mente ed il corpo come unitá.
Questo é un punto fondamentale, in Oriente non esiste quel dualismo tra corpo e mente che il Cattolicesimo e un certo Illuminismo hanno professato contaminando ogni ambito  del pensiero Occidentale. Pertanto lavorando sul corpo si rettifica la mente e, viceversa, la qualitá del pensiero ha immediato riverbero sul corpo, sul suo equilibrio, sulla salute.
L'azione del corpo é conoscenza, anche il semplice scalzarsi per entrare in un Dōjō, che significa per l'appunto 道場 Luogo dove si pratica la Via, implica un cambiamento di stato, a volte uno shock che permette di guardare a sé stessi ed al mondo da angolazioni inedite ed inesplorate.
 

 
Che rapporto c'è tra Buddhismo e cristianesimo?
 
Se vogliamo trovare un rapporto lo troveremo, se non lo vogliamo trovare non lo troveremo. Il Buddha non era Buddhista tanto quanto Cristo non era Cristiano.
Se vogliamo trovare dei punti di contatto tra religioni le possiamo trovare solo nella pratica, ecco perché il vero dialogo interreligioso non può avvenire tra cattedratici, Buddhologi, Cristianologi... Ma tra monaci che vivono nell'esercizio quotidiano i principi della loro Dottrina.
Il Buddha non era un Dio ma un uomo pienamente realizzato, Risvegliato (Buddha significa colui che é desto, che si é risvegliato), che ha insegnanto la Via per superare la sofferenza.
In qualche modo, noi occidentali, non possiamo non dirci cristiani e non c'é alcuna contraddizione.
Se vivi seguendo il Dharma (Insegnamento del Buddha, inteso anche come realizzazione dell'Ordine Cosmico) segui l'Insegnamento del Buddha a prescindere che tu ti dica Buddhista.
Cosí come Cristo diceva 'i miei discepoli li riconoscerete dai frutti' non dal diplomino di cristiano attaccato al muro e, come affermava il grande Panikkar, recentemente scomparso, se i frutti del Cristianesimo in Europa sono questi l'Europa non può dirsi cristiana.
Comunque quel che ho potuto comprendere del significato della parola di Cristo, l'ho potuto comprendere proprio a partire dalla pratica dello Zen, dal suo modo di mangiare, lavorare, entrare in relazione con le cose e le persone... Tutto il catechismo 'subito' da piccolo non aveva fatto passare alcuno dei principi profondi ed autentici del messaggio di Cristo da applicare concretamente alla vita quotidiana.

 
Il significato zen della parola religione.

Religioso é un sentimento comune ad ogni uomo. Anche chi si professa ateo, proprio in quel professarsi manifesta, in qualche modo, una fede.
L'uomo non puó essere privo di fede.
Con la parola fede non intendo dogma ma quel sentimento sottile, inesprimibile, di fiducia, affidamento, che sorge proprio dalla pratica, dall'esercizio.
Don Roberto Tagliaferri, illuminato teologo liturgista cattolico, afferma : ' non pratichiamo perché abbiamo fede ma abbiamo fede proprio perché pratichiamo'.
A me piace parlare di Spirito Religioso che non ha colore, non richiede l'appartenenza ad un club, ad un partito, ma che é congenito allo spirito umano che percepisce di non essere un frammento isolato in un Universo estraneo ma che percepisce intimanente il legame indissolubile e vitale che lo lega ad ogni altra esistenza. Quando si manifesta questo spirito religioso, che nello Zen é definito Bodai Shin, la Mente del Bodhisattva, allora inizia il Cammino della Pratica perché ogni nostra azione riverberi questo legame universale e vada a beneficio di ogni esistenza.
Nel Tempio Zen i monaci prima di iniziare qualsiasi azione, anche quelle piú banali e quotidiane, come lavarsi i denti, lavare un pavimento, offrire un incenso... Recitano delle strofe, dette Gatha, per riportare alla mente, alla consapevolezza, che la nostra mano non é solo la nostra mano e che ogni nostra azione ha un'implicazione cosmica e offriamo la nostra azione a beneficio di tutte le esistenze (togan shūjo). Anche solo lavare i denti o ricevere un pasto con questo spirito detemina una vera e propria trasformazione alchemica del nostro gesto e della mente che lo compie.
 

 

 
Ci sono autori che possono far capire al profano il significato dello Zen?




Ormai le librerie sono colme di libri sullo Zen con ampie derive bassamente comemrciali. Il termine Zen é ormai avvicinato al testo sacro come al jeans o all'articolo d'arredamento.
Per certi versi sarebbe preferibile avvicinarsi alla pratica senza essere contaminati da aspettative e idee sullo Zen.
In ogni caso esistono numerosi testi che raccolgono gli Insegnamenti di Maestri contemporanei che sono stati trascritti dai loro allievi (Shunryu Suzuki Roshi, Deshimaru Taisen Roshi, Katagiri Roshi, Thich Nhat Han...). Naturalmente rimane il limite di una trascrizione, un'interpretazione, che spesso perde l'incisivitá e la freschezza della parola, del tono della voce, della presenza che quel determinato Maestro esprimeva in quel preciso momento.
Esistono anche traduzioni piú o meno accurate dello Shōbōgenzō di Dōgen Zenji, imponente opera in 45 volumi, di uno dei pensatori più grandi della storia dell'umanitá e del pensiero religioso orientale nonché Patriarca dello Zen Sōtō.
 

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