martedì 9 aprile 2013

“Miele” di Ian McEwan

 
“Miele” di Ian McEwan
 
Emiliano Zappalà
 
 
 
 
 
Miele, ultimo romanzo dello scrittore Ian McEwan, è riuscito nel non semplicissimo compito di spaccare in due la critica britannica in maniera molto netta; da un lato c’è chi ha accolto quest’ultima fatica con entusiasmo, calore e lacrime di commozione; dall’altro lato sta invece chi, eufemisticamente, non lo ritiene uno dei migliori lavori dell’autore, chi lo ha odiato e chi, caso forse estremo, ha dichiarato di aver desiderato scagliare il volume fuori dalla finestra. Riveliamo subito, per correttezza, che chi scrive fa decisamente parte di questa seconda schiera e con tanto di impulsi vagamente distruttivi, ma eviteremo di scendere subito nei dettagli. Per il momento ci limitiamo a una scannerizzazione liminare e superficiale del romanzo, che consenta ai nostri lettori un approccio il più possibile neutro e, almeno inizialmente, libero da pregiudizi.
Per prima cosa dunque qualche informazione editoriale. Il minimo indispensabile. Miele è stato pubblicato nell’agosto del 2012 dall’editore inglese Jonathan Cape, con il titolo Sweet Tooth. In Italia è edito da Einaudi con la traduzione di Maurizia Balmelli. L’intrigante e interessante foto di Chris Frazer Smith figura su entrambe le edizioni. Il romanzo, che è dedicato dall’autore all’amico Christopher Hitchens, scomparso un anno fa, è stato escluso dalla lista dei finalisti per il Booker Prize edizione 2012.
Il nostro secondo passo consiste nel tratteggiare una sinossi minima. L’ossatura della trama. La protagonista è Serena Frome, bellissima ragazza di famiglia borghese e benestante nell’Inghilterra degli anni settanta. Serena ha una passione quasi compulsiva per la lettura, anche se, complice la sua apparente bravura con i numeri, ha rinunciato alla facoltà di Lettere per quella di Matematica. Dopo un’idilliaca relazione con il professore Tony Cunning si ritrova, per volere di quest’ultimo, a lavorare per l’MI5 (Military Intelligence, Section 5), i servizi segreti britannici. Il suo amore per la lettura gli vale presto l’arruolamento al progetto «Miele», attraverso il quale l’intelligence intende finanziare celatamente alcuni giovani scrittori che possano dare un contributo culturale importante nella lotta contro lo spettro del comunismo. In questo modo Serena conosce e recluta Tom Haley, intrigante promessa del panorama letterario inglese.
A questo punto forse dovremmo fermarci per non guastare la sorpresa e della lettura. Ma nutriamo troppo rispetto per voi lettori di Sul Romanzo. Siamo sicuri che abbiate già capito che tra i due personaggi inizierà una relazione e che, a causa di questa relazione, scoppierà un gran casino. Poco male, perché non è stato svelato nulla che non stia già scritto nella quarta di copertina e nelle bandelle del volume.
Stando agli elementi che abbiamo finora, dunque, Miele può essere definito sia un romanzo sentimentale, che accarezza il mondo complesso delle relazioni di coppia, che penetra all’interno dei dubbi, delle sofferenze, degli impulsi e delle paure, di una ventenne; sia una spy story che cerca disperatamente di mantenere vivo un alone di mistero, di nascondere dei segreti, di invitare il lettore a congetturare e intuire, puntellando il testo con piccoli indizi e facendo luce sullo scenario storico-politico, ambiguo e controverso, della guerra fredda.
Miele è innanzitutto un romanzo vagamente autobiografico, come lo stesso autore ha dichiarato in un’intervista a «The Observer» dello scorso agosto. Dietro il personaggio di Tom Haley, si maschera il nostro autore e nel clima politico-sociale dell’Inghilterra degli anni settanta, è descritto il periodo più felice della vita di McEwan. Tra le pagine del romanzo sono contenute, in maniera nient’affatto implicita, una lunga serie di considerazioni metaletterarie e metanarrative, sul valore della scrittura e soprattutto sui rapporti tra realtà e finzione e tra lettore e autore. Serena Frome (che come dirà egli stessa nella prima riga del romanzo «fa rima con plume», la piuma, abusatissima metafora della scrittura) è una lettrice incallita, che, a un tratto, per volere del suo autore, si ritrova il privilegio di rappresentare tutta la categoria dei “lettori”, o forse, più nello specifico, a rappresentare i lettori di McEwan. Serena è una lettrice incaricata di spiare un autore per cui comincia a nutrire stima ancor prima di conoscerlo e che, inevitabilmente, da quest'ultimo viene spiata a sua volta. Il messaggio di McEwan è chiaro (forse troppo): il confine tra realtà e finzione, tra lettore e autore è sottile, spesso inesistente; a volte la scrittura crea la realtà e non viceversa («in questo lavoro il confine tra quello che la gente immagina e quello che realmente è, può diventare molto confuso. Di fatto questo confine è un’ampia zona grigia, sufficientemente grande perché ci si perda»). L’autore spia la realtà, cerca di catturarla e scopre che qualcosa rimane comunque al di fuori, rimane sfuggente e irraggiungibile. Eppure l’impeto di questa ricerca è tale da richiedere un costante sforzo di onestà («diffidavo da simili espedienti narrativi, io volevo sentire la terra sotto i piedi […] l’invenzione doveva essere solida e coerente tanto quanto la realtà. Era un patto fondato sulla reciproca fiducia»). Serena e Tom si amano. Vogliono essere puri e onesti. Eppure sono costretti a mentirsi e ingannarsi a vicenda. E nell’inganno si rafforzano odio e amore. Così è tra lettore e scrittore. Vorrebbero rimanere fedeli l’uno all’altro, restare puri, ma l’impresa si mostra sempre troppo difficile. Devono ricorrere ai sotterfugi, agli espedienti vari. C’è sempre troppo distacco in mezzo. La realtà rimane realtà e la finzione rimane finzione.
È una riflessione molto interessante (forse troppo). In questo consiste, a nostro parere, la colpa di McEwan, che non sta nell’aver osato troppo, ma nel non aver osato abbastanza. Di essersi spinto nelle pieghe sinuose e articolate del metadiscorso narrativo e di aver cercato di uscirne intatto, senza sporcarsi le mani. Per fare questo ha disseminato il racconto di barriere protettive, di punti d’appiglio, preterizioni e metafore. Ha affastellato la narrazione di indizi, con il risultato imprevisto di rendere il tutto troppo esplicito, troppo dichiarato, a volte addirittura urlato. In questo tipo di riflessioni invece (forse è meglio dire meta-riflessioni), la paura di non essere compresi da tutti non può trovare posto. Non deve trovare posto. Bisogna sapersi rimettere al lettore, alle sue capacità intuitive e deduttive. A stampargli in faccia gli elementi che dovrebbe tirar fuori da solo e a fatica, si commette un torto e una mancanza di rispetto. E in alcuni tratti McEwan manca di rispetto al suo lettore, così come Tom e Serena si mancano di rispetto tra loro. Tom ha una colpa da far scontare a Serena, un peccato originale. Sarebbe interessante capire se e quale sarebbe la colpa dei lettori nei confronti dell’autore.
L’impressione finale di chi scrive è che, anche a uno scrittore bravo ed esperto come McEwan, la sua stessa narrazione sia pian piano sfuggita di mano. A un tratto gli si è sfilacciata tra le dita, si è decomposta, si è smarrita; troppi elementi sottolineati, troppe sottotrame appena abbozzate, troppi fili dipanati per un pezzo e poi abbandonati (l’analisi politica sembra forte fino a un certo punto, poi si perde; il personaggio della protagonista è solido e organico all’inizio, poi diventa una semplice figurina, una stampella di Tom; la stessa analisi sulla scrittura viene condotta al livello di banale sfilza di annotazioni). Tant’è vero che, alla fine, McEwan non riesce a resistere alla tentazione di entrare in prima persona nella narrazione. E lo fa attraverso una lettera ingiustificatamente lunga e arzigogolata. Una lettera di Tom a Serena. Una lettera di Ian McEwan al suo lettore, scritta nel tentativo di fare il punto. Un artificio che, per uno scrittore così esperto e navigato, risulta tanto banale quanto imperdonabile. Un espediente narrativo che, nel tono e nei risultati, nonostante tutti gli sforzi, chi scrive non riesce a definire con un termine diverso da “patetico”.
Probabilmente con un esordiente saremmo stati più indulgenti, ma non ci sentiamo davvero di dover concedere questo lusso dell’indulgenza a un grande scrittore come Ian McEwan.
 
 
 
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