martedì 30 aprile 2013

Un discorso con uno spacciatore


Un discorso con uno qualunque che vede la legge a modo suo.

Questa è una conversazione reale.

Mario Lozzi




Era da tanto tempo che non lo vedevo. Ogni tanto lo incontravo ed era una persona gentile perché salutava sempre. Anche se non ne sapevo nemmeno il nome. L’ho rivisto per caso.  Avevo la gamba sinistra che funzionava meno del solito e così l’ho urtato. Mi ha sorriso: “Scusi!”.

"No, scusi lei" – ho detto – "sono stato io a venirle addosso. La mia gamba ha cominciato una sua rivoluzione nei miei confronti. Non ci posso fare niente".

"E’ tempo di rivoluzioni – ha detto lui – va tutto male e con molta probabilità andrà ancora peggio. La gente come me non sa dove sbattere la testa".




Lo diceva in modo serio, quasi sofferente. Come se si fosse tenuto dentro tutto un suo pensiero angoscioso e non ne potesse più. Ho capito che voleva parlarne, magari con un estraneo. Gli ho detto: “Le posso offrire un caffè?”.

“E perché no? E’ passato tanto, da quando qualcuno mi ha offerto un caffè. Vorrei poter dire che offro io, ma oggi mi sono accorto di aver dimenticato il portafoglio".

“Beh! Fino ad offrire un caffè ci si può arrivare!”.
 


“Non so fino a quanto! Io, per esempio, ero un operaio, un responsabile del lavoro in una fabbrica. Da tre mesi ho perduto il posto. Anche mio figlio era operaio come me. E anche lui è disoccupato da prima di me... Lui ha due bambini piccoli, prima aveva un casetta e pagava il mutuo. Adesso è costretto a vivere da me. Siamo ammucchiati in due locali.  Da un anno. Dobbiamo pagare l’affitto. Le ultime rate della macchina. La scuola dei bambini. … Mi scusi non volevo rovesciale addosso i miei problemi   …".

“Penso che siano problemi di molti. In fondo l’Italia sta diventando un paese povero".


“No! Si sbaglia! L’Italia è un paese ricco. Lo dicono sempre anche alla televisione, lo scrivono sui giornali. L’italia  è ricca … Solo che la metà della ricchezza è nelle mani del 10% della popolazione. L’altra metà se la sbranano tutti gli altri. Perciò il 90% degli italiani sta più o meno male. Sono mesi che queste percentuali mi si rivoltano nel cervello e mi fanno quasi impazzire”.

“Perché? E’ stato quasi sempre così!”.

“ Ma non vede le conseguenze? Chi fa le leggi? Il 10% dei ricchi. E come le fa? A seconda del proprio tornaconto. Le faccio un esempio mio. Io mi arrangio spacciando cocaina. Poca. Per sopravvivere, perché la concorrenza è tanta e c’è pericolo di andare in galera, di essere presi a botte o anche di lasciarci la pelle.  E’ contro la legge, dirà lei!”.




“ Infatti!”.

"Ma chi la fa le legge? Il 10% che tiene le mani sulla ricchezza e perciò sul potere! Ma chi se ne frega della legge?  I figli dei papà o i professionisti o i grossi imprenditori o anche molti degli onorevoli deputati. Sono loro a consumare la coca, ma tutti i rischi sono i nostri. Di noi, morti di fame che dobbiamo avere tutti i pericoli di offrire una cosa che i potenti hanno dichiarato illegale, però ne fanno un uso molto largo. Mi dice come fa una casta che ha il 50 per cento  della ricchezza nazionale a fare una legge e poi, in privato a fregarsene?. Perché devo essere solo io a rischiare  di spacciare cocaina, mentre la consuma soprattutto chi ha voluto proibirla per legge?”.

“Non ci avevo pensato. Però rimane il fatto che una cosa ingiusta è sempre ingiusta".

“ Ma chi dichiara ciò che è giusto e ciò che non lo è? Chi fa le leggi! Cioè chi appartiene al 10% che si spartisce la ricchezza. Perché deputato o senatore non ci diventi se non sei di quella razza.  Allora, non le sembra che il giusto possa essere in gran parte il comodo dei ricchi? Se io fossi al governo mi preoccuperei di fare le leggi a modo mio. Degli altri me ne fregherei. E così succede!”.


“Ma questa non è più democrazia! Se le cose vanno come dice lei, siamo in una situazione insostenibile!”.

“Dica pure che siamo nella merda. Noi ci siamo dentro, ma chi la manovra ha i guanti impermeabili, così non si sporca. Guardi agli stipendi paurosi di chi comanda, grazie proprio a quanto percepisce! Guardi agli imbrogli legalizzati che vengono scoperti solo raramente: cioè quando un potere è in guerra con un altro e usa, come al solito la  LEGGE per vincere. Allora la legge non è giustizia: è un’arma".

 "Ma dov’è una logica in tutto questo?".
 


“La logica è solo quella del potere e dei quattrini. Diventa giusto ciò che li conserva al sicuro. Ma forse lei farà parte del benpensanti e mi condannerà. In fondo io sono soltanto uno spacciatore di cocaina. Uno della malavita …… Se voglio che i miei mangino …. Grazie del caffè”.

Se n’è andato e s’è perso fra la gente. Fra quel 90%  di povere pecore – stavo pensando – che offre di cuore la propria lana per fare i maglioni al 10%, quando è freddo.


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lunedì 29 aprile 2013

Lettera aperta al sindaco Alemanno

Bancarelle di libri, topi e porno a Via Delle Terme di Diocleziano.
 
Maria Antonietta Pinna
 



Via delle Terme di Diocleziano. Bancarelle di libri usati tra i quali ogni tanto si trova anche qualche libro interessante. Dopo le otto degrado, marchettari, barboni che defecano dietro i chioschi (cosa che talvolta fanno anche di giorno), mentre ogni tanto qualche topo ti sbircia impaurito, attraversando il marciapiede. Tutto questo nel cuore di Roma caput mundi. La Roma sicura, pulita, immagine dell’Italia nel mondo.
Domenica ore 20:40  vado a Via delle Terme di Diocleziano perché un amico libraio, quando chiude il chiosco, mi da dei libri. Arrivo con un trolley. Mentre cammino lungo il marciapiede, accanto ai chioschi, un tal Simone che vende dvd porno e qualche libro, tipo dark con camperos borchiati anche in piena estate, recependomi come “concorrente”, dato che anche io vendo libri su web, mi minaccia e mi insulta, sputando perfino. Ho chiamato i carabinieri, che, molto rilassati, hanno identificato il soggetto in questione, lo stesso che venerdì sera, sempre dopo le 20 ha aggredito e pestato un libraio di 45 anni, finito in ospedale.
 
 
Mi chiedo a questo punto, signor Sindaco, dove alberghi la tanto ostentata sicurezza che viene vantata sempre nelle sue campagne elettorali, se una cittadina non può neppure camminare per strada senza essere aggredita, minacciata ed insultata. La sequela di insulti è durata parecchio. Per tutto quel tempo non c’era neppure una volante della polizia o dei carabinieri che controllasse una zona così a rischio.
E durante il pestaggio di venerdì sera, chi c’era a controllare?

Dulcis in fundo, mi sono sentita rispondere dal poliziotto che ha identificato l'aggressore che non poteva dirmi il suo cognome, è contro le regole. Dovevo scoprirlo da sola.

Dunque, poniamo il caso che venga aggredita da uno sconosciuto identificato dalla polizia. Non posso saperne il nome? Devo fare indagini per conto mio? Ma è davvero così?

Da semplice cittadina mi aspetto una risposta.
 
Maria Antonietta Pinna
 
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domenica 28 aprile 2013

Votate, gente votate! (Le pillole di Psico-Pinna)


Beatrice Lorenzin non ha neppure una laurea ed è ministro della Sanità. Con una laurea in lettere sto pensando di candicarmi al ministero dell'agricoltura, tanto tutto fa più o meno verdura. Per la pubblica istruzione propongo er Piotta.

 
 
 
 

Il buonista è un ipocrita. De Amicis Edmondo picchiava  la moglie.

 
 
 

Ferrara sarebbe esploso sulla Strada del gigantesco rinnovamento, invece ingrassa sulla via degli eroi nani.

 



 
Chi vota Alemanno avrà in omaggio una bella molotov. Votate, gente, votate.

 



Roberto Ritondale:  “Sono antiberlusconiano, però oggi bisogna evitare opposizioni preconcette al governo Letta e sperare che faccia quel che deve: per il bene del Paese”. Peccato che chi viva sperando muoia stitico, dato che il nipotino di mister holding, il raccomandatore, truffa aggravata e abuso d’ufficio, non ci farà neppure cagare, visto che faremo la fame.


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Le tre melarancie


Le tre melarance ( Sarèbbe a ddì Le tre merangole d’amore)

Di Mario Lozzi


 

Erano custodite nel castello dell’orco. Su, nella cima altissima della torre che dominava il burrone profondo di roccia scabra. Se ne parlava dovunque e si diceva che racchiudessero tre ragazze splendide di bellezza e d’intelligenza, catturate da un sortilegio maligno per il più lungo dei tempi.

Principi e cavalieri avevano tentato di rubarle per avere in dono la bellezza delle fanciulle, ma tutti avevano fallito. Infatti, all’entrata del castello inaccessibile c’era una cancello pesantissimo di ferro che schiacciava chiunque tentasse di superarlo e dopo il cancello lavorava una fornaia gigantesca che avrebbe infornato i pochissimi che fossero sfuggiti al frantoio del cancello. E poi l’orco, di notte, dormiva sotto una coperta con mille campanellini d’argento cuciti che, al minimo tocco avrebbero suonato, svegliandolo e lui avrebbe divorato subito chi avesse osato giungere fin lì. Le tre melarance stavano a capo del suo letto.



Ma a quei tempi c’era un principe impavido e con l’animo buono, pieno di misericordia, anche se il regno di suo padre era andato a finire in repubblica e lui era povero, povero. Da tempo le sue notti erano insonni. Rimescolate dal pensiero ossessivo delle tre ragazze racchiuse nelle tre melarance.

Così decise di tentare a sottrarle all’orco. Mentre si dirigeva verso il castello inespugnabile incontrò un cagnolino che si dibatteva sulla polvere della strada e guaiva di dolore. Allora scese dal cavallo, si avvicinò al cagnolino e vide che soffriva per una grossa spina piantata in una zampina. Con delicatezza la tolse via e avrebbe voluto curare la ferita, ma, all’improvviso il cagnolino si trasformò in una vecchia fata, tutta piena di rughe che gli disse: “Conosco l’impresa che vuoi compiere ed ho deciso di aiutarti perché hai avuto compassione di me. Ti darò i mezzi per ingannare l’orco!”.

Il principe, sbalordito, ebbe appena il fiato di domandarle: “Perché mi aiuti?”.

“Perché, una volta cento secoli fa ero la moglie dell’orco. Allora eravamo belli e affascinanti. Lui però mi mise le corna con una silfide che gli partorì tre bellissime figlie. Io lo piantai, ma riuscii a fare un sortilegio per imprigionare le ragazze dentro le melarance ed ora voglio che tu le liberi così l’orco creperà di rabbia”.



Poi la vecchia fata dette al principe un flacone di Svitol, una Vaporella e un sacco di ovatta: “Vedrai che ti serviranno”, disse.

Il principe arrivò al castello e vide lo spaventoso cancello che si apriva e chiudeva incessantemente, con un rumore intollerabile di ruggine. Allora, cautamente, il principe si avvicinò ai cardini, schizzò parecchio Svitol e subito lo stridore cessò. Il Cancello parlò: “Grazie! Mi hai liberato da un dolore artritico insopportabile! Ti aiuterò!”.

Il principe sorpassò il cancellone senza problemi e subito l’immensa fornaia gli si avventò contro per infornarlo, ma lui le disse: “Perché ti bruci sempre le mani per pulire le braci del forno? Prendi questa Vaporella che schizzerà un vapore freddo, così le braci si spegneranno e tu potrai lavorare senza bruciarti più!”. La Fornaia fece gli occhi come due cocomeri e ringraziò. Poi disse al principe: “L’orco dorme un’ora sola della notte, dalle undici alla mezza, se tu ce la farai a tappare tutti i campanellini in un’ora bene, se no lui ti divorerà”!


Arrivarono le undici, l’orco si mise a russare e il principe povero, gattoni, gattoni cominciò a tappare i campanellini con i batuffoli d’ovatta.

Alle undici e cinquantasette ce la fece. Allora, delicatamente, riuscì a prendere le tre melarance e si gettò a precipizio lungo l’infinita scalinata della torre. Attraversò sale e saloni, ma l’orco, nel frattempo si era svegliato. Allora urlò di rabbia alla fornaia: “Fornaia! Infornalo!” 

“No che mi ha dato la Vaporella”.

“Allora, cancello infrangilo!”.

“No che mi ha dato lo Svitol !”.

E così il principe povero fu libero. Lui sapeva tutto della favola e quindi, per prevenire la richiesta di cibo da parte delle ragazze, preparò un bella colazione campagnola: panini, mozzarella, birra e salsicce.



Poi, tutto tremante, con un coltellino, aprì la prima melarancia. Comparve uno splendore di ragazza. “ Che sei un calciatore di serie A?”, Domandò dolcissima. “No!”, rispose il principe confuso. “Allora io che ci sto a fare con te?”. E sparì.

“E unaaa! gracchiava l’orco dalla cima della torre con la melarancia in mano che gli era ritornata.

Il principe allora decise di dire una bugia alla seconda che sarebbe apparsa. Avrebbe detto di essere un calciatore. Poi l’amore avrebbe fatto il resto. Aprì un’altra melarancia.

“Che sei un imprenditore edile?”, domandò sempre dolcemente la seconda incredibile creatura. “No”! Il principe era sempre più confuso. “Allora non mi servi!”. E la ragazza scomparve.

“E dueee! Berciava l’orco.

Per la terza bisognava mettere le cose bene in chiaro. La aprì e fu incantato dalla stupenda creatura che domandò. “Che sei un uomo politico, di quelli in relazione con Anemone?” No, ma sono un principe!”.

“Ce l’hai l’Euro?”. “No sono povero, ma ti amo”! “ E sì, che si campa d’amore? Vai, vai bello!”. E la ragazza svanì!

 
“E treee!” Urlò ancora l’orco e per assicurarsi che tutto rimaneva come voleva lui, aprì tutt’e tre le melarance. Ma le ragazze ormai avevano visto com’era di fuori. Si fecero l’occhietto e presero in tre il vecchiaccio  e lo buttarono fuori della finestra. Non ci rimase manco un ossetto sano.

Le tre ragazze ora gestiscono il castello. Hanno creato due discoteche, un megasalone per quattro film in contemporanea. Nei sotterranei, restaurati c’è pure una bisca clandestina. Alcuni saloncini sono stati attrezzati per appuntamenti e all’ingresso, la fornaia fornisce ahum, ahum, coca e mariagiovanna.



Il cancello magico ha dovuto studiare le regole del corretto buttafuori e in questo è coadiuvato dal principe che aveva provato ad associarci ad un pupo, ma non pare che gli fosse andata troppo bene.  


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sabato 27 aprile 2013

Videmus nunc per speculum



Videmus nunc per speculum, in aenigmate

                DI Mario Lozzi

 

 

Quando io ero l’allodola davanti allo specchio del loro dio.

 



 

 

                                      E fu detto

SARETE GETTATI

NELLA GEHENNA DI FUOCO

CHE E’ LA VALLE DELL’HINNON !

Là SARA’ PIANTO

E STRIDA DI DENTI!

 

Quando cominciavo ad avere

penne di libertà,

essi mi gettarono giù,

dentro la valle dell’Hinnon,

perché ero figlio d’immondezza

e traditore.                          Lungo le vie del grembo

quando un germoglio d’uomo

comincia a camminare la vita

c’è chi gli graffisce dentro

un volto d’orrore.

Mi gettarono giù

perché ardessi

nel fuoco che non si spegne

e nel fumo dello strame eterno.

Mi gettarono giù

perché unissi il mio puzzo

al letame del demonio.

Mi gettarono giù,

dove i serpenti del dolore

avrebbero strisciato

nel tenero della carne

e dove c’era il vuoto d’un occhio

beccato dalla gallina della follia.

E mi spinsero molto in fondo.

                                      Ci sono specchi

che i signori della bontà

fanno per chi ha povero

il senso della vita.

Laggiù c’era lo specchio grande,

come la grande capra della dannazione.

Dentro la valle dell’Hinnon.

Fanno gli specchi

perché si possa sempre vedere

il Volto tremendo

di quando ci sarà

il giudizio

col dito del dolce veleno.





Erano i figli del bene pulito

Che sorridevano tutte le volte,

quando la loro giustizia

metteva coltelli alle reni

se fosse inciampato un bambino.

Essi erano i figli del giusto

con una spada affilata

dentro la bocca

e frecce di rubino

nascoste nel cerchio degli occhi.

E punte d’acciaio

per essere lanciate

con le parole dell’ultimo raduno.

Dicono che la bellezza

è frutto di lunghe passioni

celate in un volto di cera.

Per questo hanno fatto

gli specchi.

Essi non sapevano

che chi nasce è già bello,

per questo,

proprio per questo

fecero specchi deformi

e la verità vi passa stravolta

quando è segnato l’andare.

Io li sentivo i fabbri del nulla

dentro la mia vita,

dove la schiena ha l’impulso che vibra,

mentre battevano acciai

per i figli del dio.

Egli abitava dentro di loro

e giaceva tra spade

e frecce di smeraldo

e si stendeva,

quando la notte dei giusti

raggiungeva lo zenith,

sulle loro punte di dolore.

I giusti erano i veri figli del dio,

perché lo avevano posseduto

nelle caverne del mistero,

buio per i più,

e là avevano generato

lui, il dio,

a loro immagine

e così lo avevano voluto:

dal volto di pace

e dal dito di disperazione.




                                      Mi
raccontarono le fibre

dell’acqua gelata

e la farfalla dell’aria serena,

che era nato così

il dio degli specchi.

Dovunque specchi

gli avevano fatto creare

perché gli storpi

dei percorsi di rovo

vedessero sempre il segno

del dito diviso,

quando, la sera dei tramonti,

vengono sacrificati alla falce

le preghiere della pace bianca

e il sangue nero

d’un agnello immacolato.

Io avevo terrore dello specchio.

No, non volevo specchiarmi.

Però i buoni mi mettevano sempre

lo specchio davanti.

Dio! Com’ero brutto nel cuore!

Erano gli specchi della paura;

nessuno, nessuno

vi si poteva mirare,

nemmeno i figli buoni di dio;

nemmeno il dio buono della legge

che si sarebbe veduto

mentre dannava in eterno

i riflessi e le luci polari

delle coscienze smembrate.

Solo così poteva

nascere il canto dolente

del Lucifero della rivolta.




Allora io vivevo racchiuso

nell’angoscia di quelli

che non devono sapere.

Qualcuno tesseva per me

reti d’obbedienza.

Ero quello,

pieno d’ogni peccato,

pieno del male di pece

che mette vischio alle cose

e grasso

sulla patina delle parole.

Dentro di me era lo specchio,

ingoiato da piccolo,

durante le voci di canto

delle civette di dio.

Quando le mani, lisce di verginità

M’avevano battuto la bocca piccina

Dentro l’argento delle risate di bimbo.

(Facevano bene

a gettare dentro l’inferno

dei frutti rossi

quelli che erano unti di male,

come me.

Giù, dentro,

a macerare il peccato

nel succo acuto della senape,

per tutto l’eterno

che il dio pietoso dei buoni

aveva fatto,

come volevano loro.

Fecero bene a sprofondarmi

Dentro la valle dell’Hinnon,

poiché erano i figli

del primo sole

che nemmeno l’aurora ha baciato.

Guai a chi porta la notte!

Poiché, nella notte

che raccontavano i tempi,

si covò l’uovo d’argento

del primo amore.

Esso però

è per i buoni e i pietosi

senso di carne

e uovo di maledizione.

Così come buio tremendo

è la notte per loro).





Io avevo bevuto

il succo dell’uovo

di quando si è tutti uguali.

Perciò m’avevano messo davanti agli specchi

a provare vergogna di me.

Il rumore dell’acqua

nel fumo della cascata

mi raccontò la mia storia, ancora.

Come la sua.

Io mi perdevo allora

sempre più giù,

nella valle dell’Hinnon.

Vivevo le vesti lacerate

di vite povere d’occhi

e ricche di schiavitù.

Vivevo.

Di sasso in sasso.

Vita rapita

dopo il graffio

creato dall’ l’unghia del dio falco

che galleggiava lassù,

sopra le corde dell’aria,

nell’eterno scrutare la preda.

Il cielo era molto lontano,

da non saperne il colore.

Il dio aveva sgabelli di respiro

sotto i piedi divini

e si lavava i calcagni di bronzo

nei fiati sanguigni

dei peccatori.

E s’era scordato dei figli.

Io ruzzolavo

verso il grande demonio dell’Hinnon

con gli stracci della mia vita

che fermentavano al piccolo filo di fumo

e mi facevano addosso

letame e carbonchio.

Avevano reso brutto

il demonio dell’Hinnon

come bello era stato

il Signore dei cieli

per me.

E spalancò la gola

di tutti i miei vizi:

fimo di vacca domata

e zampa intrisa di porco

e denti di bugie

che i figli del bene pulito

m’avevano seminato nel cuore.

E si arrostivano, col ferro del marchio,

pelli di schiavo.

( e io ero tanto piccolo

E tanto percosso nel corpo).






Gli specchi della vita,

se sono fatti di buone parole,

fanno sentire a te stesso

il fetore del tuo respiro.

E la repulsione del sangue

che scorre

e il desiderio di fine.

Voglia senza più morso

del tuffo nel nulla.

Io giunsi a volere,

quando il pendio fu voragine,

una fine vera.

Di gelo nel corpo

e di fiamme per la ragione.

Così mi gettai nell’orrore profondo.

Nella gran bocca

scabrosa,

fonte d’ogni satana.

Poiché m’aveva sconfitto

chi mi tentava dal primo garrito

con mille trame di specchio.

( un vecchio gettò

i sassi della delusione

nell’acqua della vita

e ne sconvolse l’apparire,

appena la pelle del lago

ebbe i sussulti

e i cerchi della deformazione).
 
 
 

Accadde, allora,

nell’ultimo precipitare,

quando ho sentito rompersi cristalli antichi,

sopra la faccia.

Accadde.

Io mi passai sulle grotte dell’occhio

mani di sporcizia.

E poi guardai

e non c’era nessuno,

nessuno nel fondo dell’Hinnon,

solo

pezzi

di specchio.

E si poteva vedere

la carezza azzurra

dei padri cieli,

proprio dal profondo, laggiù,

dentro la valle dell’Hinnon.

(Si seppe

nei campi delle idee

che il diavolo ero io,

soltanto.

E mi guardavo allo specchio,

prima che fosse in frantumi,

per forgiare il profilo di satana

nella profonda valle

delle ali troncate.

Davanti allo specchio   dell’Hinnon.





Era proprio laggiù

che i figli del filo d’acciaio

col naso adunco di bene da fare

e mani a rastrello di bene compiuto

e ventre pieno di legge per il potere,

avevano posto lo specchio grande

nella Gehenna di tizzo

e delle strida fra i denti.

E quello era lo specchio

eterno

della dannazione.

E vi dico:

laggiù,

esiste carezza di sole,

proprio nella vallata

dell’Hinnon di fumo.

E lì ho visto

il Dio dell’uovo d’amore,

poiché, se tu crolli

sopra lo specchio

esso si frange

e si diffondono via

tutti i demoni

delle figure storte.

Ma lassù, nel cielo di gloria,

pieno di ferro affilato,

il dio dell’aria sottile,

il padre e il figlio dei buoni,

volava con gli elicotteri della preghiera.

Perpetuo ronzio sulle sequele dei grani,

lisci per mani di vecchie.

Lo avevano messo nell’inganno dei cieli.

In un infinito di noia e di cose perbene.

Le radici del fungo

sono marcite.

E’ caduta

la figlia del velo

che sale lassù.

Il Padre della luce

ha baciato molte creature

ed io

sono rimasto quaggiù,

dentro la valle dell’Hinnon

e prendo frammenti di specchio

e guardo

i mille volti di Satana

che sono io,

in ogni pezzetto posto davanti.

Dentro il cristallo

dei santi,

c’era la gabbia

per la mia vita d’allodola

e di selvaggina.






Poiché il ricco

aveva l’oro

ed il pezzente lo stabbio.

Quando fu giunto

il destino del germoglio,

fu concimato con l’oro

ciò che nasceva

nell’orto del ricco.

E pianse l’arsura

e fu seccato. Tutto.

Allora si seppe

che non è l’oro

il fermento della vita.

Ma lo stabbio.

Sì.

L’avevano scritto dietro lo specchio

quelli che erano buoni

e mi volevano sazio di fame

e ingordo del metallo.

Dietro:

perché non si vedesse

finché lo specchio

fosse intatto

a rivelarmi demonio.

Mi si raccontò,

dentro la valle dell’Hinnon,

che Cristo scese all’inferno

quando volle trovare suo padre.

Cantate, cantate,

sorelle del bosco

e scuri fratelli miei

della selva!

Ho perduto lo specchio

e sento le voci tenere di Dio

grande e piccino

e ferito con me

e molto dolce

e molto vicino al respiro.

 



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