mercoledì 20 marzo 2013

Le favole al rovescio: la cicala e la formica

           La cicala e la formica – Tempi d’oggi
 
Mario Lozzi
 
C’era una volta una formica colta che, dopo essersi ammazzata di lavoro a trasportare chicchi pesantissimi di grano nel suo scomodissimo buco, ogni tanto leggeva.
Ebbe un terremoto di gioia quando le capitò sotto le zampine il libro delle favole di La Fontaine. Soprattutto quella della cicala e della formica.
La bestiola lesse e rilesse il racconto e lo strameditò quando, sgangherata dalla fatica, sotto un sole da arrosto, sentiva la cicala che faceva aleggiare nell’aria i ritmi rock e gli hardcore e l’heavy metal con la chitarra delle sue elitre.
“ Suona, suona, canta, canta! – sborbottava mentre cercava di contenere le inevitabili ernie inguinali che potevano nascere dal super peso del grano – vedrai  che succederà questo inverno, come dice divinamente La Fontaine! Allora tu verrai a bussare alla mia porta e chiederai un morsettino di roba da mangiare, perché la fame ti farà diventare magra e poi anoressica e poi uno scheletrino che il ventaccio porterà via!“.
E la formica schiattava e la cicala, nelle ore di canicola, faceva vibrare un soul, un blue beat,un reggae giamaicano.
Decisamente la cicala le stava sulle microscopiche palle. “Vai, vai – singhiozzava La formica, appiattita sotto un chicco stragrande – vedrai quando ti dirò che dovrai andare a ballare d’inverno dove hai cantato d’estate! Quella sarà una soddisfazione! Benedetto La Fontaine che me lo ha insegnato!”.
 
 
 
E, arrivava la sera, la formica trascinava l’ultimo seme fregato ai covoni e si buttava distrutta sui montinacci che deformavano tutto il suo buco. Intanto la cicala salutava il sole che andava a dormire con una indiavolata musica house, come una truzza d’alto rango.
“Strimpella, strimpella – esalava la formica, prima di dimenticare le ossa rotte, nel sonno scomodo fra le provviste durissime – sentirai tu che botto, appena viene la brina, come disse la merla al tordo! Anzi, no! Come dice il grande, l’immortale, il geniale La Fontaine!“. E, se ce la faceva, dava una ripassatina alla favola che ormai era diventata il suo vangelo.
E passò l’estate. E passò l’autunno e venne il sor inverno con sua moglie, la tramontana e sua figlia, la neve.
La formica aveva l’artrite deformante, la cervicale e varie ernie del disco, ma stava in attesa con la favola di La Fontaine sempre sotto gli occhi, strabuzzati dagli sforzi fatti. La cicala avrebbe bussato, prima o poi e quello sarebbe stato il suo momento di gloria.
Toc, toc! La formica si trascinò alla porta, aprì lo spioncino e senza aspettare, emanò: “ Cara cicala, mi dispiace, ma dove hai cantato
l’ estate…”.
“ Ma no, ma no – interruppe la cicala con voce soavissima – sono venuta soltanto a salutarti, perché ho provato tanta simpatia per te e per il tuo faticare senza riposo!”.
“Ah sì? E dove vai? “ Disse la formica con mezzo grammo di fiato.
“Vado a Parigi! Ormai qui è troppo freddo e nemmeno la pelliccia mi riscalda più!”, gorgheggiò la cicala.
 
 
“E con che ci vai?”.
“Ma naturalmente con la mia Lamborghini!”
E la formica allungò gli occhi fuori dalla spioncino  e vide la cicala con una tenerissima pelliccia fino ai piedi e, più là, una sproposito di macchina con l’autista in divisa e in piedi, davanti alla portiera aperta.
“Adieu, formichina, alla prossima estate!”. E la cicala molleggiò l’andata.
“Scusa cicala – singhiozzò la formica – ma vai proprio a Parigi? A Parigi di Francia?”.
 
“Certamente! E dove, se no?“.
“Allora – ululò la formica – se passi davanti al monumento di La Fontaine, digli che andasse a fan…!".
 
 
 
In effetti, oggi come oggi, fra una contadina e una cantautrice, dimmi un po’: chi sta meglio?
 
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