giovedì 21 marzo 2013

La strada scabra (terza puntata)



Come fu costruita l’ortodossia
 
Mario Lozzi

 

 

Le prime comunità cristiane nacquero in una situazione culturale e sociale di natura ebraica. La prima comunità fu quella di Gerusalemme dove erano riuniti gli apostoli dopo la morte di Gesù.

Sappiamo che all’origine si trattava di comunità guidate da personaggi  di tipo profetico. Da un  testo chiamato Didachè  al capo 12 sappiamo che “Ogni pellegrino che viene nel nome  del Signore sia accolto … ma non rimanga presso di voi più di due o tre giorni, se è necessario. Se vuole stabilirsi presso di voi ed ha un mestiere, lavori per mantenersi” ( da I Padri Apostolici – ed. Città Nuova – 1967 ). Al capo 13 è detto: “Invece ogni profeta vero, che si vuole stabilire tra di voi, ha diritto agli alimenti”.  La Didachè era all’origine un manuale di istruzione usato per l’iniziazione dei proseliti ebrei nella Sinagoga; più tardi fu convertito in manuale cristiano e attribuito agli apostoli. Dovrebbe essere stato definitivamente completato fra il 120 e il 160 avanti Cristo e  le influenze giudaiche sono ancora molto sentite. Sembra che non ci fossero fra i cristiani delle vere e proprie figure sacerdotali perché, per la celebrazione dell’eucarestia  viene detto: “A questo scopo eleggetevi sovrintendenti ed inservienti” ( 15 ). Non si tratta quindi di consacrazioni, ma di elezioni della comunità. Inoltre, allo stesso capitolo viene consigliato: “Correggetevi a vicenda non con ira, ma con pace, come insegna il Vangelo”. Non si accenna minimamente all’amministrazione del sacramento del perdono tramite un ministro.

 

Siamo nella prima metà del secondo secolo ed ancora le comunità cristiane sono esili e sparse qua e là a macchia di leopardo. Si è cominciato a scrivere documenti sull’insegnamento di un personaggio eccezionale: Gesù, però non vi è ancora una unità di documentazione. I racconti più antichi partono da tradizioni orali, ma l’impronta dei primi tempi è essenzialmente di carattere giudaico. Per gli ebrei era assoluta l’adesione ad un dio unico, di carattere, spirituale, insondabile e non comprensibile da una mentalità umana, tanto che era perfino proibito pronunciarne il nome.





Per i primi cristiani, tutti ebrei, sarebbe stato assurdo pensare ad un profeta come Gesù che fosse una incarnazione di Dio.  Pare che i primi cristiani fossero seguaci dei costumi e della fede di un gruppo ebraico separatosi dal contesto comune e che aveva fondato un modo di vivere ascetico e comunitario. Si tratta degli esseni.  Un autore ebreo romanizzato: Giuseppe Flavio dice: “Presso gli Esseni è ammirevole la loro vita comunitaria. Invano si cercherebbe fra loro qualcuno che possieda più degli altri. C’è infatti una legge che impone a quelli che entrano di cedere il patrimonio alla corporazione in maniera che in nessuno di essi possa apparire l’umiliazione della miseria o l’alterigia della ricchezza, ma un’uguaglianza che li renda fratelli”.  Sembra la copia precisa del comportamento dei cristiani negli Atti degli Apostoli ( cap. IV, 32 – 35 ).

Sugli Esseni è stata trovata una documentazione amplissima in diversi rotoli, nascosti dentro giare di coccio, in grotte situate presso il Mar Morto, in una località chiamata Qumram. Probabilmente questi rotoli furono nascosti nel tentativo di salvare almeno la memoria della comunità dall’annientamento, operato dai romani, di quasi tutto il popolo ebreo.
Nella “Regola della Comunità” dei rotoli c’è questa prescrizione: “E allorché si disporranno a tavola per mangiare o bere il vino dolce, il sacerdote stenderà la sua mano per benedire il pane e il vino dolce. Dopo il Messia d’Israele stenderà le sue mani sul pane. Così saranno benedetti tutti quelli nell’assemblea della comunità”. Nell’Ultima cena Gesù aveva compiuto lo stesso rituale.

Inoltre molti fra gli Esseni erano Nazirei o Nazorei, cioè persone con un particolare voto che impediva di tagliare i capelli e di astenersi da sostanze alcoliche.  Paolo di Tarso lo era come risulta dagli Atti degli Apostoli ( Cap. 24, 5 ) “A Cencre Paolo si fece tagliare i capelli per un voto che aveva fatto.”

Sicuramente era Nazireo o Nazoreo anche Gesù, però i copisti dei primi tempi, ormai in ambiente ellenistico, ne  trasformarono il significato e così fecero apparire Gesù come nativo della città di Nazareth, che a quel tempo nemmeno esisteva. Infatti, quando i vangeli descrivono la città di Gesù non si riferiscono a Nazareth che fu fondata in una pianura, lontana dal lago di Tiberiade,  ma a Gamala che è sul lago ed ha un precipizio vicino, nel quale i giudei volevano gettare Gesù quando aveva detto di essere il Messia. Infatti nel Vangelo di Luca, cap. 4: 14 – 28 è riportato: “Gesù si recò a Nazareth, dove era stato allevato ed entrò, secondo il suo solito, nella sinagoga e si alzò a leggere …. All’udire queste cose tutti furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero sul ciglio del monte sul quale la città era situata, per gettarlo giù dal precipizio”. Dunque non era Nazareth. A testimoniarlo c’è anche il passo di Matteo ( 13, 1- 2 ) “Quel giorno Gesù uscì di casa e, sedutosi sulla riva del mare ( era il lago di Tiberiade, chiamato anche mare ) si cominciò a raccogliere intorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca.”

 

Forse però non si trattò solo di un errore di copisti. In realtà, durante la rivolta ebraica del 70 d. C. molti dei rivoltosi più accesi avevano fatto voto di nazireato e quindi avevano promesso di non tagliarsi i capelli fino alla vittoria contro i Romani o fino alla morte. Fra gli insorti più accesi c’erano molti Esseni, probabilmente alcuni avevano ascoltato l’insegnamento di Gesù,  forse proveniente anche lui da una scuola essena,  poiché aveva una cultura non comune per quei tempi, infatti sapeva perfino leggere, come abbiamo visto in Luca. Perciò, nel mondo romano, la qualifica di Nazireo o Nazoreo aveva il sapore di rivoltoso.

 

Quando il cristianesimo cominciò a fare proseliti a Roma, il termine non sembrò il più adatto a favorire il messaggio di un profeta ostile al potere romano, perciò si cercò di modificare il termine trasformandolo in Nazareno. Infatti il processo di elaborazione del cristianesimo fu lungo e dovette conoscere varie tappe. Il tutto si è prolungato per almeno due o tre secoli, forse quattro e, ad ogni periodo storico, emerse l’esigenza di mutazioni o commenti dei testi per collegarsi alle varie esigenze culturali che si affermavano nel mondo greco – romano. Per quanto riguarda il termine Nazireo o Nazoreo lo stesso Paolo di Tarso  ne riconosceva la pericolosità, poiché era un appellativo proprio degli ebrei “ zeloti” cioè infiammati, ribelli a Roma, che poco conveniva ad una forma di messianismo più spirituale e accomodante. Anche lo stesso Paolo fu accusato di esserlo, come è riportato negli atti degli Apostoli  ( 24,5 )  dove un avvocato di nome Tertullo lo accusa davanti al sommo sacerdote Anania : “Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste, fomenta continue rivolte fra i giudei ed è capo della setta dei Nazirei”. Occorreva perciò  una forma di messianismo non antiromano, meno bellicoso e più accettabile nell’ambiente di Roma.

 


 

 

 

 

 

 


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