sabato 9 marzo 2013

La Sirenetta

 
                     La sirenetta
Di Mario Lozzi
 
Il mare era piombo fuso. Il potente motoscafo era fermo, come quasi ogni sera d’estate, mentre il sole andava a lavarsi la faccia, dopo le scorribande del giorno. Allora, dal filo dell’acqua, disegnava la stradina di luce che, al suo termine avrebbe indicato un tesoro deposto dal dio Plutone. Incalcolabile per gli umani. Almeno secondo le leggende dei vecchi pescatori.
L’anziano signore era seduto a cavallo sulla punta e, come sempre cercava di ascoltare le armonie silenziose che salivano su dal profondo. Quasi ogni sera della stagione buona era lì. Solo. Ma finora aveva soltanto goduto della pace che giaceva tutto intorno. Però era convinto che, una volta o l’altra qualche creatura marina gli avrebbe rivelato: non sapeva nemmeno lui cosa. Aspettava. Ogni volta che la convulsione della sua attività glielo permetteva.
Era un chirurgo estetico, molto bravo, affermatissimo nel mondo dell’alta società. Quasi un mago delle tette flosce, dei nasi contorti, degli zigomi a melanzana, delle borse sotto gli occhi, delle cosce cellulitiche e stortine, dei vari svenimenti di pance e sederi. Poteva sentirsi importante, infatti tutte le donne lo adoravano, ma voleva qualche altra cosa, non sapeva quale, ma qualcosa di misterioso che fosse venuta dal mare in quei momenti di pace assoluta.
Dicono che i desideri intensi e ripetuti portano sempre dei risultati.
Fu così che, una sera come le altre, da sotto la prua sentì dirsi “Buona sera, uomo!”. Intorno non c’era nessuno, si chinò a guardare e vicino alla deriva  vide qualcosa di incredibile. Balzò in piedi e corse a farsi una buona, lunga sorsata di grappa. Poi tornò. La “cosa“ era ancora lì.
Un viso di donna splendido e un seno nudo che sembravano danzare sul filo del mare.
Il dottore restò muto per un po’, poi la tradizionale educazione lo spinse a rispondere: “Buona sera a Lei“. Una risata d’argento e la testa si mosse velocemente, si allontanò appena dalla barca e apparve il tronco di una fanciulla ricciuta e molto bella che si muoveva nell’acqua con una grazia incredibile senza l’aiuto delle mani.
Il dottore era quasi intontito, riuscì appena a  balbettare: “Ma lei chi è?“. Lei sorrise: “Come chi sono! Sono una sirena! Non hai aspettato di vedere qualcuno come me da tanti anni, sempre nella stessa ora, sempre nello stesso posto?  Allora eccomi! Ti ho osservato molto a lungo da lontano ed ho concluso che gli uomini non sono poi tanto cattivi, come dicono i pesci, almeno non tutti!“.
Da principio lui cominciò a pensare di avere l’Alzaimer, si pizzicò con crudeltà, ma l’immagine rimaneva sempre lì e si muoveva con una grazia mai vista prima.
 
“Sai? – Disse – noi sirene esistiamo ed anche un mondo di creature diverse da voi esiste; quello che voi credete che stia solo nelle favole!“.
“E perché sei venuta da me?”, disse lui.
“Perché mi hai desiderata e perché mi sono stancata del mare e di tutte le sue meraviglie, che sono sempre quelle. Se non ti dispiace verrò a parlare con te qui, ogni sera, ma solo quando il mare è calmo perché non voglio che tu corra pericolo. Adesso ti devo lasciare perché il sole tramonta. A domani sera!”.
Sparirono insieme, lei e il sole, in un tuffo di tempo.
Provate ad indovinare come passò la notte lui! E non vi meravigliate se il giorno dopo tutti dissero che aveva un’aria svanita e strana.
La sera dopo il mare era agitato, ma lui volle imbarcarsi lo stesso, anche se il vecchio custode delle imbarcazione gli aveva detto che non era prudente: “E’ la prima notte di luna crescente e tutta la natura è ostile!”, gli aveva detto. Ma ormai lui voleva rivedere la sirena anche a costo di affondare con tutto lo scafo.
E, orientandosi fra le penisolette, come al solito, arrivò dove, se non ci fossero state le nuvole, il sole che cadeva avrebbe fatto brillare la stradina di luce.
Lo scafo rollava forte e lui doveva stare attento. Il mare non faceva il racconto di pace che lui amava ascoltare. Nella moderata bufera c’erano sentimenti diversi, guerre vissute tanto tempo prima e placate sotto il pelo dell’acqua. Nel rimbombo delle onde si potevano percepire urla di arrembaggio e scoppi di cannoni e spade che sbattevano fra loro e paure e angosce che il padre mare aveva accarezzato e spento per l’eternità.
Lei apparve poco dopo e danzava sui ricci dei cavalloni. “Perché sei venuto, con questo tempo ?“ . “Perché non posso fare a meno di vederti,di sentirti parlare, di immaginare le storie che potresti raccontarmi! Vorrei vivere con te! Per sempre!”.
Lei lo guardò pensierosa. “Lo sai? - disse – Tanto tempo fa una di noi si innamorò di un principe ed ottenne la magia di avere le gambe, invece della coda di pesce, ma il principe non l’amava e lei dovette sciogliersi nella schiuma leggera che sta sulla punta dell’onda e svanisce sulla sabbia. La magia non le permise più di restare nel mare, ma nemmeno di vivere sulla terra”.
Lui allora le parlò con calore insolito: “ Adesso non ci sarà bisogno di alcuna magia. Io posso trasformare la tua coda in due gambe. Sarà l’operazione più difficile mai fatta in chirurgia estetica, ma per te io sarò capace di farla!  Se vorrai!”.
Era quasi buio ormai e dovettero lasciarsi. Lui ritrovò il porticciolo a stento. Lei si immerse più nelle fantasticherie che nella casa liquida dove raggiunse le sue sorelle.
Raccontò! Le altre si preoccuparono poiché non c’era mai stata una storia fra uomini e sirene che fosse andata a finire bene. Lei disse che avrebbe voluto provare. In fondo, se si fosse annoiata sulla terra, poteva sempre chiedere al chirurgo di restituirle la coda di prima.
Fu così che maturò il disegno pazzesco di trasformare la sirena in donna terrestre. Una notte senza luna lei si accostò alla riva lui l’aspettava con la macchina. I tentativi furono parecchi e richiesero fatiche notevoli. Alla fine lei potè salire in automobile, stupirsi dell’enormità della città illuminata, meravigliarsi della velocità, sbalordirsi dell’ascensore e restare quasi di sasso dentro il grandissimo laboratorio che l’accolse.
Il dottore aveva detto che sarebbe andato in ferie, aveva pagato abbondantemente le vacanze a tutti: infermiere e infermieri, dottorini apprendisti e donne delle pulizie. In tutto il palazzo di sua proprietà non c’era rimasto nessuno.
La sirena era stesa sul lettuccio operatorio e dormiva sotto l’effetto degli anestetici.
Tre giorni e tre notti lui lavorò. Poi completò la sua opera e svenne, domato dalla fatica.
Una carezza lo svegliò. Era la sirena che, nonostante i dolori fortissimi dei postumi dell’operazione, era riuscita a camminare sulle gambe. Sue. Non perfette, ma abbastanza belle. C’erano voluti trapianti di ossa di muscoli, di pelle. E mille altre cose.
Giorni e giorni di convalescenza, di esercizi faticosi, di acquisto dell’orientamento per il modo inconsueto di muoversi.
Nel frattempo lui le spiegava come vivevano gli uomini sulla terra. Tutti i rapporti. Tutta la necessità di sopravvivenza che in mare non esisteva.
Le disse della sua ricchezza e del fatto che lui era molto più vecchio di lei. Perciò non avrebbe voluto morire lasciandola sola e indifesa.
Le propose di sposarlo, perché, se fosse rimasta vedova avrebbe potuto continuare a vivere con ogni agiatezza.
Quando il personale della clinica tornò dalle vacanze, ebbe la sorpresa di trovare la “ fidanzata del primario. Una ragazza bellissima e molto elegante nella enorme varietà di vesti lunghissime che indossava sempre.
Ci furono parecchi imbrogli che costarono un patrimonio per potersi sposare. Lui le fece fare un viaggio da sogno. Si era innamorato da sentirsi perduto senza di lei. Ma lui aveva un cuore umano, lei, invece ne aveva uno di pesce. Freddo. Si annoiava delle notti d’amore, dopo la curiosità dei primi tempi. Godeva a viaggiare, a conoscere gente che l’ammirasse, a provare e comprare le vesti più belle e strane e i profumi da incantare chi l’avvicinava.
Lui era diventato troppo possessivo e lei era annoiata.
Fu così che, una sera, mentre percorrevano un paesaggio splendente di sole al tramonto, lui dalla barca guardava il mare e le disse che cosa meravigliosa sarebbe stata poterlo esplorare.
Era la millesima volta che lo diceva. All’improvviso lei disse: “Allora va giù a vedere da te!”. E lo spinse in acqua.
Ebbe una vedovanza lunga e ammirata. Morì in un incidente stradale, sopra una macchina troppo veloce.
Stranamente, il medico che faceva la sua autopsia fu quasi soffocato da un’intollerabile puzza di pesce.       

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