mercoledì 13 marzo 2013

La principessa del pisello

 

                La principessa del pisello

                Di Mario Lozzi
 
 

Diafana! Lieve come una coppa di opale vista da almeno cento metri. Tenera come un zucchina lessata per due ore!

Era così la madrina del principe Bertoldo.

Era una fata tutta poesia e musica soave e la sorella, anche lei tenerissima creatura, le aveva affidato la cura del figlioletto mentre emanava l’estremo esilissimo alito di vita.

Il principino Bertoldo era cresciuto perciò nel giardino incantato delle fate ed aveva avuto scarsi contatti col re, suo padre, il quale, un po’ per il dolore della morte precoce dell’amatissima moglie, un po’ per le preoccupazioni del regno, un po’perché maestro tempo rovesciava instancabile le sue clessidre, si stava riducendo come una pacca secca.

Dunque si presentava abbastanza probabile l’eventualità del suo cambiamento di calzoni. Allora il principe Bertoldo sarebbe diventato re.

Ma un re senza una regina era poco concepibile a quei tempi. Perciò bisognava trovare una principessa degna di diventare la consorte reale.

Degna come? Degna quanto?

Queste preoccupazioni assillavano l’animo dolcissimo della madrina-fata, le oscuravano i cristalli della fantasia, le sconvolgevano i sogni, di solito leggeri come il tinnire dei primi fiocchi di neve sulle pietre delle cime più alte.

Per lei la virtù essenziale di una futura regina era la delicatezza degli arcobaleni dopo le piogge purificatrici.

Quindi convinse il vecchio re da emanare un bando solenne che invitasse tutte le più tenere principesse a sottostare alla prova che mostrasse la loro sensibilità in modo da essere degne di divenire regine.

Si presentarono in molte. Tutte eteree e quasi trasparenti  come “ la perla in bianca fronte “ del povero Dante Alighieri.

La prova era una sola. Le nobili fanciulle avrebbero dovuto trascorrere una notte intera su di un letto con sette sofficissimi materassi, al di sotto dei quali era celato un pisello verde.

Notate bene: non un cece, non un fagiolo, non una fava secca! Appena un tenero pisello di quelli colti solo quando l’Uomo del Monte dice "sì"!


Quella che ne avesse avuto sentore sulla pelle e ne fosse stata disturbata nel sonno, essa e non un’altra, secondo la fata-madrina sarebbe stata degna del principe Bertoldo.

Il quale principe era cresciuto sì nell’immenso giardino delle fate, ma lì non c’erano solo creature d’incanto.

C’erano anche le driadi, dure figlie delle querce, piuttosto coriacee di pelle, c’erano le ninfe umide di acque sacre che danzavano a piedi nudi ricami di grazia e sensualità, c’erano anche i fauni, pochi esseri selvatici, figli della terra oscura.

Avevano aspetto umano, parola affascinante, un paio di piccole corna in testa e le zampine di capra. Erano molto saggi ed intelligenti, ma spesso la loro cultura era completamente velata per gli impulsi di una specie di “navigatore” assai cospicuo che avevano sul davanti e che li guidava  inesorabile.

Correvano appresso a tutte le ninfe, le silfidi, le naiadi e perfino le driadi legnose, le quali tutte erano terrorizzate e gridavano la loro angoscia alla vista dell’enormità del detto  “ navigatore”.

Se poi i fauni le raggiungevano le grida diventavano più acute, però, stranamente cessavano quasi subito e subentravano strani gemiti. Era pure strano che, appena dopo, corressero tutte ad immergersi nelle sacre acque delle fonti e vi rimanessero a lungo.

Dunque i fauni incutevano sempre paura, almeno da principio e, siccome si chiamavano tutti Pan, ecco perché quel terrore si chiamava panico.

Per distinguersi fra loro aggiungevano sempre un soprannome al nome iniziale. Perciò c’era Pan-pepato perché era sempre in movimento, e c’era Pan-bagnato perché correva sempre appresso alla ninfa Zuppa, Pan-cotto perché era innamorato perdutamente della silfide Minestra, c’era anche Pan-grattato perché, nell’inseguire una Naiade aveva fatto un tonfo sulle rocce aspre. Poi c’era Pan-d’oro per il suo buon carattere, Pan-unto perché non si lavava mai ed anche Pan-gasio perché stava sempre a mollo a correre appresso alle naiadi delle sorgenti.

Bertoldo conosceva bene i fauni e, nell’adolescenza aveva imparato da loro molte cose scientifiche, fra le quali le possibilità onomatopeiche per cui lo stesso nome può indicare due cose diverse.

Così, quando la madrina-fata gli annunciò che, finalmente una leggiadra principessa non era riuscita a chiudere occhio per tutta una notte passata sopra sette materassi con un pisello nascosto sotto, Bertoldo si domandò: “ Che tipo di pisello? “ Tentò di farne domanda anche alla madrina-fata, ma lei, perduta nella chiara trasparenza del diamante, non capì assolutamente nulla.

“ Naturalmente – disse – si trattava di un pisello tenerissimo, scelto dalla più bella siliqua nell’orto delle fate! “

“ Ah ! – fece Bertoldo – non questo di pisello? ” E si calò le brache  e mostrò alla fatina-madrina un attrezzo spaventosamente consistente. La madrina-fata svenne e per non avere più visioni così orripilanti si trasformò in perpetuo in un statuina di porcellana azzurra che ora sta al British Museum con la didascalia di “ Piccola divinità cinese della dinastia Tang”.

Bertoldo perciò rimase solo e, per decidere a modo suo, proclamò che la prova del pisello sarebbe stata fatta di nuovo, ma in un altro modo, sempre per una notte intera.

Beh! Voi non ci crederete, ma la maggior parte delle principesse ne fu entusiasta.

E, siccome ce ne furono moltissime a pari merito, re Bertoldo rimase zitello.

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