martedì 19 marzo 2013

Intervista a Francesco Pullia

 


Francesco Pullia, nato a Terni il 4 novembre 1956, laureato in
Filosofia, collabora a quotidiani e riviste.
Un artista eclettico che spazia dalla narrativa e poesia fino alla saggistica di matrice filosofica.
 
Cos’è per te la poesia?
 
Ascolto profondo, discesa negli antri inesplorati, dove la biografia si coniuga agli archetipi, agli echi di altre vite, di esperienze andate e alla nostalgia dell’origine del verbo, per risalire all’indicibile, alla luce che si espande e t’inebria, convertendo il dolore della caduta nel palpito della visione. La poesia è musica, arte sciamanica, amore che sconvolge l’anima e la carne sino all’indescrivibile abbraccio con l’evidenza sensibile. Per praticarla bisogna spogliarsi di sé e concedersi con umiltà all’incontro con la sua forza catartica.   
 
 Le tue liriche sono intrise di spiritualità, immerse in un universo mistico a cui però non sfugge affatto l’evidenza del reale ed una certa icastica carnalità. Descrivici la genesi della tua poesia
 
 
E’ vero. Mi sono sempre sentito in intima relazione con i mistici di ogni tradizione, anche se il mio percorso si volge in particolare ad una fusione tra buddhismo e cristianesimo. Credo altresì che la mistica sia l’ambito privilegio per la massima esplosione della sensualità. D’altronde la carne, nell’incontro amoroso, si fa fiamma, arde di luce propria, si incenerisce e, come in un processo alchemico, porta alla fusione elementi contrastanti, purificandoli, elevandoli, lasciando sprigionare la quintessenza. La poesia in me, come dicevo poc’anzi, nasce dall’ascolto, dall’indefinito che irrompe, si fa strada, ti prende con energia estraniante. Non puoi resisterle. Da qui l’insonnia, il vagare nel buio tra le scale e le pareti di casa in una sorta di attesa, di veglia, di attenzione e vigilanza che altro non sono che tensione al sacro, al suo disvelarsi. Scrivo quasi sempre in orari notturni, in compagnia di musica indiana (amo in particolare il sarangi, l’esraj, il santoor), di overtones (canto armonicale) o dei tintinnabuli di Arvo Pärt, tra i compositori che sento maggiormente affine. Mi lascio prendere dalla reiterazione, dall’incalzare mantrico. La notte oltrepassa il giorno, ti abbraccia, ti mormora nell’orecchio. Poi, spesso, quando scrivo mi ritrovo tra le gambe il ronfare di un gatto…D’altronde i gatti sono tra gli esseri più sciamanici che abbia mai conosciuto…
 
Che rapporto c’è tra ritmi poetici, filosofia e narrativa?
 
Cambia la forma ma il nesso, il contenuto è identico. C’è un martellamento che ti insegue chiedendoti di essere riprodotto nella pagina, di trovare ospitalità nello schermo del computer e, poi, nel foglio. In fin dei conti, riflettendo, mi accorgo di avere scritto e di scrivere e riscrivere sempre lo stesso testo anche se i temi e le modalità del dispiegarsi sono diversi.
 
Credi che la scrittura si possa insegnare? Che nei pensi dei corsi di scrittura creativa?
 
No, nella maniera più assoluta. Come si può insegnare la connessione con l’indicibile? Ce l’hai dentro e non sai neanche tu perché. Insegnare scrittura creativa mi suona come una bestemmia, significa oggettivare ciò che, per sua natura, per sua essenza, non può essere oggettivato. E, poi, perché farlo? Per ossequiare il mercato, l’industria e obbedire a logiche commerciali?  Nell’interesse di chi? Non certo della poesia o, comunque, della parola.
 
Un autore che ami e uno che invece detesti.
 
Detesto, in poesia come nella vita, coloro che fingono e si prostrano davanti ai luoghi comuni accettandoli supinamente. Di autori ne amo tanti, non uno solo. Tra i poeti contemporanei nutro una venerazione particolare per Yves Bonnefoy, che ebbi , tra l’altro, modo di conoscere personalmente intorno al 1989 in modo magico e casuale in una libreria di Assisi. Frugavo in quella libreria esoterica (che, purtroppo, da anni non c’è più) quando lo vidi entrare, da turista, con la moglie e la figlia. Sinceramente non immaginavo che potesse essere lui. L’avevo visto solo una volta in una foto pubblicata da una rivista specializzata. Eppure una voce si fece in me prorompente. Così, tra l’entusiasta e l’incredulo, pronunciai al alta voce: “Bonnefoy!”. Era lui, proprio lui. A ripensarci mi vengono i brividi…


 

 


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