domenica 3 marzo 2013

E non mi rimase nulla

E non mi rimase nulla
 
di Mario Lozzi
 
 
 
Il filo della spada attendeva
e Odino da un occhio solo
aveva le ossa di vetro
dentro le gole dei ghiacciai.
Il filo della spada era in attesa
e Odino dalla barba nera
stava nella lingua del fuoco,
nel deserto dell’arsura.
Il filo della spada
sotto il cappello d’ombra
che occultava per sempre
il ghigno di Odino.
E nove giorni furono fuoco
e nove giorni furono gelo
e nove giorni fu atteso il dono dell’occhio
per forgiare il filo acuto
che scindesse le piante del mistero.
Io giocavo con la lontra del nord
ed essa mi donava un soffio di pesce,
quando le pellicce cadevano bianche
dalla gobba dell’inverno
e non si vedeva mai dischiuso
il ciglio dell’aurora.
Odino venne
e passò sopra la mia pelle,
ma la spada non mi fu donata.
Allora volli ascoltare
la Madre Matuta
quando tesse il parto del grano.
Gemeva uno spasimo di stelo tagliato
e piangeva una prigione
di anfore fitte nel suolo dei mercanti.
Io compivo allora
i giochi dell’acqua piena
lungo la troscia del Tevere padre,
ma quando tesi le mani,
la Madre Matuta non vi depose la sua vita che si frange.
 
Ullikummi si elevò sopra la testa degli uomini
e il dio del verde gli tagliò le gambe
sopra il colosso del mondo;
quando la grande lama
dell’ascia di rame
sibilava ai piedi del vulcano,
io giocavo
con le mille èpe dell’Illuminato
e carezzavo l’onfalo dei centri.
E non mi fu dato il potere della tempesta.
Andai ad ascoltare
lo Specchio Fumante
e mi tese l’uccello della guerra
e non lo vidi
mentre giocavo col serpente
che si copriva di piume
e ascoltavo il canto grezzo
del padre lamantino.
 
Così ebbi solo
spirito di terra
e grotta di paure.
Porto nel cuore
gli affanni del pesce-capro
e non ho letto
le pagine del Kaos,
né le volute di Apopis
intorno a Gea.
 
Il buco del Pensiero!
Quello ho!
Dono dell’Eterno
prima del grande oscuro,
nella fame che penetri
sotto la pelle
una goccia di visione.

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