domenica 31 marzo 2013

Marie Louise Von Franz Le Tracce del Futuro (Red..., Tea ediz. 1996) *recensione

 

Una pietra miliare (di silicio?) per certa Iper-scienza del XXI secolo? Le Tracce del Futuro. Divinazione e Tempo, di una delle allieve storiche più importanti di Jung, M.L. Von Franz, pur apparentemente datato, solleva tutt'oggi malìe e suggestioni poco inficiate dal successivo straordinario sviluppo delle Neuroscienze, sia dalla fisica contemporanea: evoluzioni che parrebbero consegnare la pur splendida poietica junghiana e seguaci alla mera storia della psicologia del novecento.
Invece, secondo noi, quasi una costante dell'opera stessa di Jung ( e della scuola junghiana), proprio il futuro in certo senso, per vie imprevedibili, quasi riattualizza la sconcertante ricerca da Jung stesso in poi...
La scienza contemporanea è sempre più prossima ad una sorta di mito senza mitologia, di religiosità cosmica senza Divinità varie... la psicologia stessa dopo il web deborda in ipotesi multitasking e di multindividualità che quasi riflette la danza archetipale premessa da Jung, Neumann, recentemente lo stesso Hillman e naturalmente la Von Franz.
Anzi proprio quest'ultima e nel libro in questione ha forse accelerato le intuizioni più “scientifiche” e futuribili del corpus junghiano: laddove effetti umanistici della scienza contemporanea riscoprono la grazia e la forza dell'immaginario o dell'immaginazione non estranea al metodo stesso (o almeno allo “spirito”) scientifico, ecco che l'idea strabiliante di una parallela matematica qualitativa e non solo quantitativa della Von Franz - pur sempre espressa più in parole simbolo che logico-analitiche- torna alla ribalta.
E poco importa se la ricercatrice forse più vicina allo stesso Jung, appunto, immagina tale matematica quasi romantica evocando storicamente input direttamente dal pensiero “tradizionale” cinese, matrici e quadrati magici inclusi... (ma in fondo non è il contro-metodo applicato di un certo fantastico Feyerabend, allievo ribelle tecnodada di Popper?). 
Oppure (ma in tempi insospettabili) gli stessi Maya con la stranezza dei loro Dei Numeri... Numeri considerati come archetipi dello spirito in senso planetario, peraltro.... suggerendo gira e rigira quasi un neopitagorismo come Ombra o immaginario della scienza stessa neopositivista, connesso o riflesso proprio dalla Fisica e dalla Matematica, Cibernetica all'epoca nascente, contemporanee, semmai, come accennato, ancor più aleatorie, probabilistiche, cosmiche o nanocosmiche, negli ultimi decenni, tra teoria delle Stringhe, multiversi, singolarità tecnologica... eccetera...
Ulteriormente, oggi la cibernetica è certamente quasi mistica in certo evidente stato nascente della Rete vista come potenziamento non solo mentale quantitativo ma anche qualitativo da navigatori e futurologi, Jung stesso associato alla Noosfera di un Teilhard de Chardin ma anche alla netsfera di un Steve Jobs per non accennare a certo dibattito postumano...
Che la Rete generi già – nonostante sia un sistema nervoso artificiale puramente binario per quanto complesso e gigante- potenziamenti affettivi e qualitativi (nel bene/male poco attualmente scomponibili) è un dato di fatto, forse... Kurzweil ed altri quando parlano di evoluzione singolare tecnologica forse più che a Coscienza e Intelligenza artificiali viventi, come probabile proprietà emergente, si riferiscono a modulazioni quantitative o al contrario qualitative?
O più semplicemente: quantità e qualità sono una danza sinergica, a seconda del relativismo dell'osservatore e -o del giocatore?
Naturalmente, quasi impossibile segnalare tutt'oggi il libro più ardito della Von Franz se non replicando il linguaggio paradossologico (diremmo ora in tempi post-post/moderni) quasi cifra dell'opera.. Eppure questo forse certo link insiemistico d'avanguardia magari non scopre una vaga e immaginaria scienza (e matematica qualitativa) avanti l'angolo, ma ne disvela significanti e archetipi almeno dal rinascimento scientifico già operativi, almeno dribblando certa inflazione dualistica cartesiana. Ma chi ha detto che la Scienza (come le Donne si diceva nel medioevo...) non ha un' Anima, che il Numero non è Spirito? L'Umanità tutta oggi nel vortice di Internet, riassumendo, non è quasi un clamoroso battello ebbro digitale?


RobyGuerra
 
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Il nichilismo di Nietzsche secondo Martin Heidegger


Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©


Nietzsche definiva il nichilismo “un ospite inquietante” che ormai è impossibile mettere dietro la porta. Il filosofo della destrutturazione totale dei sistemi comprese appieno l’ineludibilità di un movimento storico attraverso il quale il “soprasensibile” strumentalizzato perde potere e senso se sottoposto alla critica luce della ragione.
La parola nichilismo venne usata per la prima volta da Friedrich Heinrich Jacobi in una sua lettera a Fichte nell’autunno del 1799: «In verità, mio caro Fichte, non deve infastidirmi se lei, o chicchessia, vuole chiamare chimerismo quello che io contrappongo all’idealismo, a cui muovo il rimprovero di nichilismo…». Il termine si diffuse più tardi ad opera di Turgenev, per denominare la concezione secondo la quale soltanto l’ente percepito dai sensi è reale. Quindi si negano l’autorità, la tradizione e la religione fondata su dati sovrasensibili che non è possibile esperire di persona. Il dio cristiano perde, dunque, il suo potere sull’ente e muore. Può anche darsi che qualcuno creda ancora a questo Dio e lo ritenga “reale”, “efficace” e “determinante”. «Ciò assomiglia a quel processo per cui la parvenza luminosa di una stella spenta da millenni continua a rilucere, ma rimane una mera parvenza». La morte di Dio avvia, in realtà, l’inizio di un’epoca nuova. «Le scene del teatro del mondo possono anche rimanere per qualche tempo quelle vecchie, ma il dramma che si sta recitando è già un altro». L’annientamento dello status quo dominante e accettato per convenzione non si profila come perdita e mancanza, ma piuttosto è indice di liberazione catartica. Cadono i fini dell’ente, il velo si squarcia mettendo a nudo una distruzione attiva, una trasvalutazione di tutti i valori assoluti e accettati.
Martin Heidegger in un corso tenuto all’Università di Freiburg nel secondo trimestre del 1940, si chiedeva che cosa ha a che fare il nichilismo europeo, ossia occidentale, con i valori e la loro svalutazione. Il rapporto tra dinamica destrutturante e valori non poteva non essere indagato. Il termine nichilismo contiene la parola latina nihil, niente, che indica una non presenza, un non-essere giustificato in senso ontologico e non assiologico. Il niente che non pretende di essere compreso è, semplicemente la negazione incondizionata e totale di tutto ciò che è. Nietzsche non cerca di sprofondare nella meccanica del niente per comprenderla in tutta la sua logica non essenza. Egli non è capace di riconoscere l’essenza occulta del nichilismo perché lo concepisce fin da subito soltanto in base al pensiero del valore che è ente determinato. La domanda sul niente, se mai sia possibile cercare o anche solo trovare il niente, non è importante per Nietzsche, egli non la prende sul serio, lasciandola inesplicata: «si rimane cocciutamente fermi allo schema interrogativo di un aut-aut da tempo abituale». In pratica o il niente è nullo oppure dev’essere un ente, aut-aut. Siccome però il niente non può essere un ente, rimane a rigor di logica soltanto l’altra possibilità; il niente è assolutamente nullo. La risposta non è, però, così semplice.
C’è, infatti, anche la possibilità che il niente non sia ente ma nemmeno qualcosa di nullo. Non ci sono soluzioni dunque. Il niente non ha la necessità di essere capito e il nichilismo sarebbe il non pensare all’essenza del niente. Nietzsche, evitando di tediarsi con l’indagine sul niente, lo collega direttamente al concetto di valore, costruendolo come sua negazione necessaria per la storia della metafisica, nocciolo della filosofia occidentale. Si avverte un potente “vuoto di senso”, lo “spreco delle forze”, il “tormento dell’invano”, la lucida consapevolezza che nei valori costituiti si nasconda un’assenza, un vuoto illogico, il nulla puro e crudo senza scopo. La sensazione di essersi per tanto tempo ingannati circa la verità contenuta nello stabilito è forte. Allora, si cerca di pensare non in termini di scopo, ma di unità. L’uomo avverte l’esigenza di dipendere da un tutto a lui superiore. Il bene universale presuppone l’abbandonarsi del singolo: una sorta di sistematizzazione, di ordine che ci fa stare tranquilli, per cui l’unità dipende da forze superiori universali; peccato che queste forze non ci siano, sono nate dal parto fantasmatico dell’uomo. Egli per poter credere nel proprio valore ha avuto bisogno della totalità infinita. Si tratta di un’esigenza naturale e fallace. A questo punto, se il divenire non deve raggiungere niente, se sotto questo divenire una grande unitào totalità sistematizzata e sicura da cui l’uomo può dipendere non c’è, si potrebbe costruire un mondo nuovo come unico mondo vero. Ma anche in questo caso il mondo scaturirebbe da meri bisogni psicologici, da qui nasce l’incredulità per un mondo metafisico: «dalla postulazione di un mondo vero come mondo di ciò che è in sé, che permane, al di sopra del mondo falso come mondo del mutamento e della parvenza, scaturisce una terza forma di nichilismo, quando l’uomo si accorge che questo mondo vero, il trascendente e l’aldilà, è fabbricato soltanto in base a bisogni psicologici».
Dunque, non si può interpretare l’esistenza sulla base concettuale di scopounità o verità. Nella molteplicità degli avvenimenti non c’è uno scopoo una unità che informi tutto di sé. Lo scopo, ossia ciò da cui tutto deve dipendere, diventa caduco. L’unità come onnidominante unione, ordinamento e articolazione di tutto in relazione a uno, viene svelata nel suo non-essere. L’esistenza non è basata su un principio di verità ma nel suo contrario.
Le categorie scopounità e verità su cui si è costruita l’impalcatura dei valori condivisi vengono estratte dall’edificio dei valori stessi e messe a nudo impietosamente come dimostrazione di assenza dei valori cosmologici. Naturalmente il cosmo non cade, è soltanto liberato dalla valutazione mediante i valori: una catarsi, una nuova visione che guarda l’agonizzante Dio crollare con l’assolutezza.
L’uomo buono”, “modesto”, “diligente”, “benevolo”,“moderato”,  è lo “schiavo ideale”. La sua morale è l’origine dei valori supremi a cui si sottomette senza sapere niente. Trattasi di un “iperbolico ingenuo” che accetta “scopo” “unità”, “totalità” e “verità” come se gli cadessero dall’alto. L’ingenuo sa solo che deve inchinarsi, sottomettersi. Non indaga l’origine dei valori, non sa che provengono dalla volontà di potenza. L’uomo rimane prigioniero dell’ingenuità fino che non assume la consapevolezza di essere il senso e la misura dei valori da lui condizionati e trascinati dal nichilismo dal cielo sulla terra nuda. L’ingenuità è difetto di volontà di potenza perché non sa che la conoscenza per mezzo dell’uomo e a sua immagine, è l’unico modo per capire il mondo. Il difetto dell’ingenuità non è l’antropomorfizzazione dell’oggetto, bensì il fatto che tale processo di antropomorfizzazione non sia consapevole. Il passaggio da una condizione di miserabile schiavitù all’atto di potenza è la vittoria della ragione, il dominio del super-uomo. Egli supera la condizione umana quale si è avuta finora, sceglie volontà, consapevolezza e cogito di matrice Cartesiana e Protagorea.
Il percorso che porta all’estrazione di “scopo”, “unità” ed “essere” dall’edificio dei valori fino alla svalutazione, in nome dell’uomo e per l’uomo che pensa, offre una destrutturazione attiva. Il pensiero diventa capace di superare il dogma. Il nichilismo ha collocato i valori sul tavolo d’acciaio e li ha sottoposti ad autopsia. Il risultato di questa indagine è l’abbattimento di ogni certezza, la lucida e forte capacità di sfuggire alle imposizioni dall’alto. Gli ultramondi disegnati dalla religione dei padri, sprofondano nell’abiezione del non-sense. Le promesse di paradiso ed inferno si svalutano di fronte al sillogismo della libera mente pensante. Le verità certe per tradizione marciscono di fronte al corpo nudo del tempo aperto dalla chirurgia del filosofo. I sistemi cadono, rimane soltanto la pura volontà di potenza.


sabato 30 marzo 2013

Psico-Pinna, neuroni in libera uscita


Psico-Pinna
Neuroni in libera uscita
 
Maria Antonietta Pinna
 

Corsi di scrittura creativa, corsi per imparare a mettere le virgole e i punti, corsi per imparare ad usare i verbi e le parole… Giri di soldi… La creatività non può essere insegnata perché o ce l’hai o non ce l’hai. Per usare la punteggiatura in modo appropriato basterebbe leggere di più. La scrittura da manuale non è arte, è semplicemente una scrittura da manuale. I corsi sono un modo come un altro di ingraziarsi certi insegnanti editor che poi si spera ti facciano pubblicare, dopo essere entrati nelle loro grazie...

 


Il Papa ha lavato i piedi ai giovani carcerati, dopo aver steso ad asciugare i soldi dello Ior…

 


La parola niente viene costantemente vilipesa e stuprata: "non sei niente", "non rappresenti niente", "sei il niente", con sostanziale affermazione e negazione che stanno a significare la stessa cosa. Potere del niente che può essere e non essere e rimanere identico nel brutale significato transeunte...

 

 
 
I romanzi di Moccia e Coelho sono la carta bianca di Totò…

 
 

La felicità non esiste ma puoi assaggiarne un pezzo quando certe persone meravigliose te la concedono levandosi dai piedi…

 

Il bello del matrimonio è che puoi divorziare…

 


I dialoghi di certi film sono come la cacca di un passero al posto della ciliegina sulla torta…

 

L’Imbalsamatore di Matteo Garrone è un film meraviglioso e intenso, distribuito malissimo. I film dei fratelli Vanzina invece sono ben distribuiti, come merda su una fetta di pane raffermo…

 
Leggendo libri impari più cose che frequentando un corso di scrittura creativa ma non hai contatti personali con l’editor che puoi ungere per farti pubblicare. Per questo gente che fa fatica a leggere un libro al mese si iscrive ai corsi con grande entusiasmo… Il fine non giustifica i mezzi…





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Le favole al rovescio: Biancaneve


Biancaneve
Mario Lozzi
 


Come si chiamasse in realtà è andato perduto nei meandri della memoria. Fu detta Biancaneve perché, alla sua nascita, una fata benevola consegnò a sua madre la ricetta segreta di un detersivo che rendeva la biancheria candida, appunto, come il soffice tappeto delle montagne altissime.

La ricetta fu poi tramandata dalla madre alla figlia.

Suo padre era il re che, per fatalità, ebbe una vecchiaia molto precoce e, in pochi giri di tempo, si ridusse ad un’esile massa tremolante che zigzagava per i corridoi della reggia e per i viali del giardino immenso.

Quando la madre di Biancaneve morì, lei era una sedicenne, bellissima, atletica, davvero regale nei movimenti. Così fu istituito un Consiglio di Reggenza fino a che lei avesse raggiunto la maggiore età.

Per provvedere alla senilità del re, il Consiglio decise che gli fosse assegnata una badante. Bella, straniera, rapace, come di solito. Per cui, dopo un paio d’anni riuscì a farsi sposare dalla larva reale e divenne regina a tutti gli effetti. Amava comporre operazioni di database al computer che realizzassero statistiche in modo da essere informata su quale fosse la donna più bella del reame. Pare fatto apposta, ma risultava sempre lei.

Intanto Biancaneve cresceva, sempre più bella e robusta e si avvicinava il tempo nel quale avrebbe dovuto assumere le funzioni regali. Nel frattempo si divertiva, praticava molti tipi di sport e viaggiava parecchio. Le piaceva soprattutto visitare alcune isole della Grecia; per una di esse aveva una vera predilezione.

La regina, ovviamente, non gradiva e cercò un modo per farla fuori. Organizzò un canestro di splendide mele nelle quali iniettava dei composti letali a lungo termine. L’ingenua Biancaneve le gradì e ne mangiò una, poi un’altra, poi un’altra.

Ma la regina bastarda non aveva fatto i conti con il fisico robustissimo della principessa. Le venne solo una preoccupante serie di accessi di diarrea per cui smise di mangiare le mele.



Allora i crudeli, loschi, mefistofelici consiglieri della regina capirono subito che le mele non erano all’altezza di eliminare Biancaneve. Dovendo scegliere tra la frutta, perché nelle favole si muore solo con la frutta affatturata, decisero per una pera, che fosse off-limits, difatti presero una siringa di dieci centimetri cubici.

Biancaneve però fu avvertita dai molti suoi fans e fuggì attraverso il vasto bosco, nel cuore del reame.

Là s’imbatté in un complesso architettonico mini. Era la residenza dei sette nani che passavano la vita a scavare gallerie infinite per trovare diamanti, smeraldi, rubini, zaffiri e via dicendo. Con tutte queste pietre preziose non se ne facevano niente, ma la vocazione innata di un vero nano è irresistibilmente quella di scavare per ammucchiare tesori che, tanto più sono inutili, tanto più recano gioia nel suo piccolo cuore.

I nani erano molto sospettosi e, alla vista dell’intrusa, fecero un rapido consulto e la pregarono caldamente, anzi roventemente, di squagliarsela. Ma Biancaneve fece loro notare quanto erano sudici a forza di stare sempre sotto terra e propose loro di lavare i vestiti per renderli decenti. Fu fatta la prova detersivo con i vestiti di Cucciolo e i nani ne restarono entusiasti.

Così Biancaneve rimase con loro. La mattina i nani andavano a scavare, poi, quando tornavano, Gongolo e Mammolo cucinavano, Brontolo e Dotto pulivano la casa, Eolo e Pisolo rifacevano i letti e Biancaneve metteva in ammollo e risciacquava i luridi panni, mentre Cucciolo li stendeva al sole.

E proprio i panni stesi attirarono gli accoliti della regina. Mentre i nani erano al lavoro, si precipitarono sull’innocua principessa. Lei si difese da cintura nera sesto-dan e ne stese a terra parecchi, ma una legnata in testa, data alle sue spalle, la tramortì, così le misero un laccio all’altezza del gomito e le fecero la pera over-dose. Poi sparirono tra gli alberi.

Tuttavia Biancaneve era robustissima, come abbiamo detto e non morì. Assorbiva lentamente nel sonno il fluido malefico e dormiva. Quanto avrebbe dormito? Chissà quanto!

Tutto questo meditava, nel palazzo del re, un principe che era perdutamente innamorato di Biancaneve. Allora lesse e rilesse la favola dei fratelli Grimm e capì che solo lui avrebbe potuto distruggere l’incanto che avvolgeva la principessa.

Si vestì d’azzurro, tutto quanto, si fece fare le mèches azzurre dal parrucchiere e ordinò che si pitturasse d’azzurro perfino il cavallo che, si dice, non gradì.

E giunse alla bara di cristallo che i nani avevano costruito per la loro amata lavandaia.

 

L’effetto della pera stava svanendo quando il principe azzurro si chinò su di lei e teneramente la baciò.

Lei si svegliò, realizzò e fece un urlo che si propagò lontano fra gli alberi. Il bacio di un maschio le aveva fatto ribrezzo fin da piccina, quando visitava certe isole greche.

Accorsero alcune guardie forestali del regno. Realizzarono anche loro, ammanettarono il principe che fu accusato di stalking e sbattuto in galera.

Biancaneve si alzò dalla bara e si avviò alla reggia, decisa ad ottenere ciò che le spettava.

 
Nel frattempo il computer della perfida regina invertì la statistica e risultò che la più bella del regno era ormai Biancaneve, perché le pere, in genere, imbruttiscono, ma nel caso di lei l’avevano abbellita. Vatti a fidare delle pere!

La regina distrusse il computer ed ebbe un’angina pectoris letale. I suoi manutengoli sparirono come la nebbia al sole.

Biancaneve fu eletta regina a suffragio universale, perché il re era ormai solo una dentiera ambulante su carrozzina.

Però Biancaneve non sapeva amministrare le finanze del regno; rischiava perciò di rovinare l’economia generale. Allora si ricordò del principe Azzurro che aveva la laurea in economia e commercio. Lo tirò fuori dalla galera e lo incaricò del ministero delle finanze. Rispetto a Tremonti aveva il vantaggio che, in caso di crisi, lei andava dai sette nani, gli faceva un bucato generale e prelevava un robusto sacchettone di pietre preziose. Così l’economia rifioriva.

Il principe Azzurro fu tanto preso dalla sua attività di amministratore che non si mosse più dalle stanze del ministero.

Il suo colore, col tempo e con l’oscurità dei saloni ministeriali, sbiadì al punto che poi fu chiamato da tutti il principe Bigio.                 

 

 

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venerdì 29 marzo 2013

Il libro dell'angelo di Alfredo Colitto



Salvo Zappulla

Il libro dell’Angelo
di
Alfredo Colitto

di Salvo Zappulla

Un viaggio suggestivo nella Venezia del 1313, una trama avventurosa dove i colpi di scena si susseguono, tra le nebbie e i miasmi delle esalazioni lagunari, le imbarcazioni silenziose, le calli che ci conducono in una dimensione quasi fiabesca. Un viaggio a ritroso nel tempo per raccontare tradizioni e costumi dell’epoca, un sistema politico corrotto ad uso e consumo dei potenti; alchimie, superstizioni, credenze popolari, amori, messaggi incisi col sangue, vendette e nobili ideali. Alfredo Colitto sa come tenere alto il ritmo dei suoi romanzi, costruisce trame fitte come ragnatele, lancia indizi criptati lasciando al lettore il piacere di svelarli con lo scorrere delle pagine. Anche Il libro dell’Angelo (edito da Piemme, pagg. 358,8 € 18.50) fa parte della serie che chiude la trilogia con protagonista Mondino de’ Liuzzi, il medico anatomista di Bologna paladino degli oppressi, il quale non esita a mettere a repentaglio il suo matrimonio pur di correre in soccorso di persone che hanno bisogno di lui. Nella Venezia dell’epoca non è consentito trasgredire gli ordini dei governanti e Gradenigo, tra i membri del Consiglio dei Dieci, è tra i più sanguinari, non esita a sbarazzarsi dei suoi oppositori facendoli rinchiudere o eliminare fisicamente. Ma Mondino non è uomo disposto a lasciarsi intimidire facilmente, non sopporta i soprusi, non si arrende, c’è il mitico Sefer-ha-Razim da trovare, il Libro dei Misteri, dettato dall’arcangelo Raziel a Noè e da questi trascritto su una tavoletta di zaffiro. E c’è da trovare il vero assassino dei tre poveri fanciulli cristiani inchiodati alla croce, i cui corpi sono stati trovati vicino a San Marco.
Mondino è un eroe, capace di grandi riflessioni e grandi azioni, è di uno spessore tale, di una forza così prorompente da renderlo molto singolare nel suo genere. Si carica sulle spalle le ragioni dei deboli, non si arrende mai e quando sembra sul punto di soccombere riesce sempre a trovare nuove energie per mettersi in piedi e proseguire la sua avventura. Incarna quanto di meglio possa esprimere un uomo, spinge all'emulazione. Attorno a lui altri splendidi personaggi e donne caparbie come Adia e Mina, diverse per rango ma accomunate da una forte personalità e dal desiderio di proteggere l’uomo che amano. Un romanzo contagioso, da leggere e da gustare.
 
Alfredo, scrivere un romanzo storico, qual é il fascino e quale il rischio più insidioso.
 



 
Il fascino, almeno per me, è quello di ricostruire un’epoca, un mondo che non c’è più, e fare in modo che al lettore sembri di viverci dentro mentre legge il romanzo. Il rischio principale è quello di esagerare con le informazioni: per amore di precisione si rischia di sommergere il lettore con una quantità di spiegazioni sui costumi e sulla storia dell’epoca. Così l’intreccio del romanzo si interrompe di continuo e il lettore si annoia.

Tu, oltre che scrittore, sei anche traduttore, conduci corsi di scrittura. Insomma una vita all’insegna dei libri e per i libri. Quale attività tra queste ti dà le soddisfazioni maggiori?

Scrivere è la mia passione, forse per questo mi dà le maggiori soddisfazioni e i maggiori problemi, come succede sempre negli amori passionali. Le altre due attività sono più “tranquille” diciamo così, ma ricche di cose belle. Il piacere di tradurre un bel romanzo è qualcosa che forse solo un altro traduttore può capire. E in quanto all’insegnare, è bello cercare di comunicare ad altri quello che hai appreso, il “mestiere”. Ogni volta che un ex allievo dei miei corsi arriva a pubblicare un racconto o un romanzo, provo una vera gioia.

Leggendo il tuo libro mi sono appassionato molto, è ricco di azioni e colpi di scena. Ma esiste, a tuo parere, il pregiudizio tra i lettori che il romanzo storico sia sinonimo di noiosità? Come si fa per sfatarlo?

Credo che una certa diffidenza esista, e qualche volta è giustificata: anche a me è capitato di leggere romanzi storici noiosi. Di solito sono quelli in cui lo scrittore, poiché ha fatto tanta ricerca, cede alla tentazione di voler ficcare nella storia tutto ciò che ha imparato, c’entri o non c’entri con l’intreccio.
Come far scomparire questo pregiudizio? Mi piacerebbe avere la ricetta, ma purtroppo non ce l’ho. L’unico modo per convincere il pubblico a fidarsi è quello di pubblicare sempre e solo romanzi di qualità, in modo da creare anche da noi quella solida base di lettori di cui il romanzo storico gode nei paesi anglosassoni. E credo che negli ultimi anni questo stia accadendo.

I tuoi libri sono tradotti all’estero e riscuotono grandi consensi tra i lettori: qual è il segreto di tanto successo?

Il successo dei miei libri all’estero mi dà un piacere enorme, ma mi ha colto di sorpresa. Davvero non me lo aspettavo. Da quello che scrivono i lettori, e che tutti possono leggere su anobii, su Ibs e sui vari blog che si sono occupati dei miei romanzi, mi sono fatto l’idea che unire una ricostruzione storica rigorosa ma non intrusiva, personaggi con un certo spessore umano e il ritmo incalzante del thriller, sia stata la formula giusta. Ma ho avuto anche tanta fortuna. Il mondo è pieno di bravi scrittori che non arrivano mai al grande pubblico.


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giovedì 28 marzo 2013

E poi muore...


E poi muore...
 
Maria Antonietta Pinna
da
"Crisopeie in tagli vivi"


 

L’acneico bubbone del sole

esplode in orizzonti di coito col mare,

scandaloso cosmico sesso,

un obelisco con scene incise di vita fremente

infiocina il cielo guasto di pioggia d’aprile,

un dito infilza la fede

d’inebetite coscienze perse nei sessi recisi

di fiori e nell’eco tesa dell’organo.

Gli sposi d’ovile sublimano in promesse, rose

e teneri slanci da chiesa,

l’amplesso camuffato da amore.

Il sole intanto ride tra gli acquosi flutti

e poi muore.

 


 


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Perché leggere fa veramente bene?

 
 
 
 
A livello intuitivo ed emotivo, lo sappiamo, o meglio crediamo di saperlo, tutti: leggere fa bene. Poi c’è chi legge davvero e chi invece millanta di farlo, chi si limita al quotidiano sottobraccio al mattino e chi divora volumi uno dopo l’altro.
Ma leggere fa davvero bene alla nostra salute psico-fisica. È quello che affermano una serie di studi secondo cui gli effetti benefici si svilupperebbero almeno in quattro direzioni.
La prima riguarda la capacità di stabilire empatia con gli altri; leggere narrativa con regolarità aiuterebbe sensibilmente la capacità di comprendere situazioni di natura sociale e persone anche molto diverse da noi.
La seconda, a dire il vero non sappiamo quanto scontata, c’entra con il fatto che chi legge molto, scrive meglio. Forse ognuno di noi potrebbe mettere sul tavolo un po’ di controesempi.
 
 
La terza direzione di miglioramento concerne la memoria e la concentrazione: l’atto della lettura impegna il nostro cervello in maniera più intensa e armonica, e farlo con regolarità aiuta a individuare e tenere a mente meglio le informazioni che un testo ci offre.
La quarta e ultima, discutibile anche questa, riguarda un presunto maggiore engagement di chi legge a livello sociale e culturale. Sarà vero? In effetti, se ci si riferisce al nostro Paese e a quanto poco si legge, sembrerebbe valido come ragionamento.
Forse il rischio che si corre quello opposto: magnificare eccessivamente la lettura a dispetto delle altre forme di intrattenimento e informazione. Per una volta, si potrebbe “predicare” un accesso combinato e intenso a ogni forma mediale; è il caso di correre questo pericolo, cioè quello di allargare a dismisura i confini.
 
 
 
 
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Le favole al rovescio: La bella addormentata



           La Bella addormentata nel bosco
Mario Lozzi
 


C’era una volta nello stato di Lia Ita una reginetta incredibilmente bella che si chiamava Blica Repub. Quando apparve fu una festa gigantesca ed accorsero tutti a contemplarla perché era stata voluta con tutta forza da un potentissima fattucchiera chiamata Rica Ame che aveva cacciato via il re precedente perché non si era mostrato all’altezza di governare. Infatti, oltre ad essere quasi un nanetto aveva permesso alleanze con i Troll chiamati Nici Germa e poi li aveva fottuti, per modo di dire, perché il vero fottuto era stato solo lui.


Dunque questa reginetta, appena nata, era già in grado di governare, ma tutti furono d’accordo che prima le si dovesse fare la festa della sua nascita nella regione. Furono invitati alla cerimonia una quantità di maghi, fate, folletti ed elfi. Ma, disgraziatamente, nella confusione dei preparativi fu trascurato un personaggio. Era il mago Privatointeresse che s’incazzò parecchio. Così, quando tutti i presenti offrirono i loro doni alla regina, Privatointeresse si presentò tutto scarruffato, con la barba lunga e con un vestito le cui tasche penzoloni arrivavano al suolo ed oltre: “Il mio dono” – disse – “è questo: presto sarai assalita da un branco di lupi feroci: i Mangiagrasso, che ti morderanno a morte e tu defungerai con tutti i tuoi sudditi”.


I presenti inorridirono, ma nessuno poteva far nulla per distruggere questo dono esiziale. Poiché i lupi Mangiagrasso erano diffusissimi in tutto il mondo ed erano capaci di azzannare qualsiasi preda e scorazzavano dovunque con la scusa che ogni prateria li voleva sopra di sé per limitare, da parte della plebe erbivora, il consumo dell’erba che, in napoletano, si chiama “èvere“. Più tardi perse la “v “, la terza e l’ultima “e” e queste lettere furono rimpiazzate con una “u” e una “o”. Infatti non si poteva permettere che questa “erba” fosse a disposizione di tutti, altrimenti il popolo avrebbe avuto troppo benessere e chissà cosa mai sarebbe potuto succedere.

Mentre tutti erano in nevrosi, per fortuna, apparve la fata Rappezza che non poteva distruggere la maledizione, ma la poteva modificare. E questo fu il suo dono correttivo: ”Regina Blica, è vero, i Mangiagrasso ti morderanno, ma tu non morrai! Cadrai in un sonno profondo fino a che qualcuno di buona volontà e puro come il cristallo, ti bacerà e allora tornerai a vivere e farai prosperare il tuo popolo!”.

La cerimonia terminò con un senso di scoraggiamento diffuso e, da quel momento tutti i ministri della Regina furono allertati per tenere il più lontano possibile chiunque avesse anche un leggero sentore di Mangiagrasso.

Un giorno però si presentò alla reggia un omone,grasso, brutto e prepotente che si chiamava Talismo Capi e fece questo discorso: “Mia Regina! Il governo del paese è una cosa seria e non può essere gestito senza che il popolo esprima le sue volontà. E’ necessario perciò scegliere personaggi onesti che facciano leggi, le mettano in pratica e rendano possibile lo sviluppo della nazione con un sereno dibattito”.


“Ma non sarà che poi, fra questa gente si possano insinuare i Mangiagrasso!?”, disse preoccupata la regina.

“Assolutamente no! Questi onest’uomini vorranno soltanto il bene tuo e quello del popolo. Siccome però, per forza di cose dovranno essere di idee diverse, bisognerà che formino dei gruppi di discussione. Si Chiameranno: Titi Parti Tici Poli: Allora  vedrai che ogni cosa andrà per il meglio”.

Ma l’omone era un emissario dello stregone Privatointeresse e fu tanto abile che in brevissimo tempo tutta Lia Ita fu invasa da gruppi che si chiamarono Tici Poli. Ce n’erano di tutte le qualità: i Demo, i Comu, i Fasc, i Lib, i Soc, i Rad e tutti cambiavano continuamente nome e diventavano Pdl, Centr, SinDem, ItVal, LegN e così via. Fu un diluvio, un’eruzione e tutto lo stato di Lia Ita ne fu riempito.

A questo punto la regina Blica Repub si aspettava che con tutti questi seri ed intemerati personaggi le cose andassero bene. Invece si accorse, troppo tardi, che la quasi totalità di essi non erano altro che lupi Mangiagrasso. La circondarono, la morsero a sangue e Blica Repub cadde in un sonno senza risveglio. Così tutta Lia Ita si addormentò con lei ed intorno si cominciò a formare un bosco impenetrabile.

C’erano intere famiglie di vegetali capaci di avviluppare qualunque cosa. Selve di alberi Poli Tangento, micidiali, boscaglie di Lite Pu Mani, foreste di Dueppi, folteti inestricabili di Morra Cam, di Fia Ma, di Gheta Ndran che s’intrecciavano con rampicanti di Listi Capita che erano, più che altro piante venute dal nord come anche un putiferio di Tuti Isti Cari Ban. C’erano gli Ati Devi Vizi Ser. I Soni Mas, i cosiddetti Lici Catto. Insomma un intrico così compatto e così complesso che magari parecchie famiglie di vegetali sfuggivano pure all’osservazione.


Il sonno di Lia Ita era profondissimo perché Blica Repub, continuamente morsa dai Mangiagrasso ed oppressa dalla vegetazione, non aveva che un filo di respiro.

Un giorno però, un eroe coraggioso, onesto, cristallino e forte, decise che quello stato di cose doveva finire. Si armò con l’ascia della retorica, la roncola della persuasione ed il machete della logica e cominciò a tagliare tutte quelle piante velenose per aprirsi una strada ed arrivare fino al letto della regina Blica Repub. Taglia, taglia, alla fine giunse dove mai nessuno era arrivato. Infatti un mago gli aveva operato un incantesimo irresistibile che consisteva nel dargli una martellata sugli alluci così lui poteva vedere le stelle che lo guidavano. Cinque. Blica Repub era bellissima desiderabile e tanti avevano dato la vita solo per sognarla. L’eroe le si avvicinò, si chinò su di lei, la baciò. Però, nel momento in cui la regina stava per svegliarsi fu circondato dai Mangiagrasso e capì che la vita sarebbe stata molto più bella per lui se fosse diventato uno di loro. Allora mozzicò a sangue la regina che ricadde in un sopore di piombo. In fondo – pensò – chi dorme non soffre. E quale modo migliore di questo c’è per conservare un popolo in pace ?              


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