venerdì 15 febbraio 2013

Quando la morte lottò con la coniglia


Quando la morte lottò con la coniglia
Mario Lozzi

Il pomo del sapere rotolò a terra. Uno dei tanti caduti giù dall’albero grande, dopo che esso era stato violato dai primi viventi.

Il pomo andò a sbattere in una pietra e si spaccò. Dai suoi semi sparsi nacquero le paure.

E la paura prima fu quella di morire.

Da allora tutti hanno terrore della morte e gli umani preferiscono pensare che, prima o poi, si possa trovare una pietra oppure un’erba o anche una parola magica che riesca a distruggerla.

Anche io, nella mia giovinezza sparita, ho vissuto l’angoscia del morire ed ho cercato una cosa che potesse accarezzare con la pace le mie paure. Su, nell’alto del cielo oppure giù, nella terra profonda. Così trovai un racconto antico. Parlava della grande madre di tutti gli uomini vivi, la prima, la madre del grido poiché essa generò nel dolore. Ed ebbe la prima paura, come se un morso violento le avesse staccato un brano di carne. Il racconto è sopra una pietra grande e può diventare voce di profumo per chi lo sa leggere.

E pietra d’aria e pietra d’acqua e pietra d’erba. Pietra di vita per chi la sa mangiare.

 

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Quando la prima madre generò, non fece un figlio solo, ma due. Quello che c’era e quello che non c’era. Poiché quando il grembo si apriva al primo corpo, anche il pensiero tormentato si spalancava al primo terrore. Così essa generò e pianse poiché pensò, per il figlio di carne, una morte futura. Essa generò e pianse.

Inizio di nebbie allora, quando il sole incominciò a risplendere inutilmente per gli occhi chiusi e i venti persero l’armonia della musica eterna perché le orecchie diventarono sempre più sorde.

E, mentre essa generava la paura, tutto divenne peso e peso.

Quando la madre del grido ebbe il tremore in tutte le viscere e quando ebbe la diffidenza verso tutte le cose e quando fu sicura che la sua vita e quella di suo figlio sarebbero state  solo una pioggia di cenere, allora la seconda creatura fu partorita.

Essa non c’era nella realtà, infatti era solo un parto della mente, ma per essere alimentata nelle intelligenze aveva bisogno di forma.

La fantasia della madre gliele diede. Erano ossa.

Soltanto ossa secche perché non c’è un bene che non sia completo e allora il male non c’è. Ma si può scarnire un bene e se ne ricava una creatura manchevole, cibo di fobie, mantenuta soltanto dal terrore delle parti che sono svanite.

Mia madre pensò all’orrore della carne mancante e fu subito greve di ossa, figlie del suo pensiero e nemiche del suo pensiero.

Furono un essere che non c’è. Da allora gli uomini creano cadaveri, mentre al posto loro c’è tutto quello che supera il confine dello spazio e si allarga verso l’eterno.

Fu così. Una cosa che non si poté arrestare, appena partorita.

E vennero covate uova di vita per morire.

Sì. Fu chiamata morte, cioè morso della fine.

La madre del grido era ancora sfinita sul giaciglio delle certezze angosciose ed essa, la morte, appena nata, si illuse di essere come l’Eterno.

Andò in giro per la natura che non si accorse di lei.

Finché i figli di mia madre non la fecero fermentare nelle loro paure e non la resero presente negli alberi tagliati e nelle creature uccise e nei pesci tirati fuori dell’acqua e negli uccelli privati del volo.

Allora la natura vivente prese ad accettarla, perché anch’essa ne ebbe istinti di paura.

Ma non tutta la natura; perché le cose inanimate non la percepirono mai.

Però la morte volle provare il suo potere.

Affilò spine di corrosione e si scagliò contro le montagne. E i monti brulli ridevano, felici di sole e di ghiaccio.

La morte sedette davanti alle lunghe catene e sussurrò la magia delle parole di logorio:

“Ecco, voi montagne vi consumate e le vostre carni di pietra si sbriciolano e le acque le amputano, brano per brano. Ecco, voi montagne sparirete!”.

Ma fu sommersa dalla gioia dei piani e le colline sorridevano e le vette altissime brillavano d’allegria.

Così fu confusa la morte poiché la pianura è ancora montagna, soltanto essa è distesa, come per dormire i sogni del germoglio, quando i semi entrano in lei.

La montagna si trasforma ma non sparisce mai.

E scivolò via, la morte, perché tutto il piano e l’acqua e il cielo grande ridevano di lei.

Essa era figlia di violenza, figlia di colpi che ogni vivente è capace di incidere dentro di sé

Voleva essere potente perché non aveva un’esistenza propria.

Era come un parassita che vive sulla sopportazione degli altri.

Lottò con il mare e il mare non se ne accorse nemmeno.

Volle combattere col sole, ma dovette fuggire dalla luce che la distruggeva, Fece guerra all’aria, alle sabbie del deserto, perfino alle acque putride, nel fondo dei recessi palustri.

Ma se volle vivere, dovette tornare sempre e solo nella fantasia dolente. Nel cervello di mia madre e di tutti noi.

E l’Eterno splendeva di sorriso in tutta l’esistenza. E la morte ci andò. “Voglio che tu sappia di me. Voglio una creatura da distruggere per sempre. Tutta. In modo che si sappia che anche io ci sono!”.

Questo fece pensare la morte all’uomo della grotta, a lui che teneva il sospetto nel cuore. Lo fece pensare perché l’Eterno lo percepisse.

Allora un raggio uscì nello spazio. Percorse il creato e si fermò sopra una creatura piccola, morbida, indifesa. Con le lunghe orecchie già piene della paura più profonda.

Era la creatura più inquinata dal parto angoscioso della madre del grido. Dentro il pensiero dell’uomo diffidente, la morte considerò la prova. Doveva lottare con la coniglia. Troppo facile! La coniglia prima era fra gli esseri più gracili.

Ma se l’Eterno voleva così, così andava fatto. Questo sarebbe stato il motivo per entrare nel registro dell’esistenza. E non solo nel pensiero dell’uomo, ma per tutte le razze vive.

Forse l’Eterno si era pentito di non averla creata. Si recò sulla preda sua.

 

 

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Io ero la coniglia primordiale, allora. Sentii dentro di me una cosa che non avevo voluto, quando fui chiamata a combattere con la morte.

Essa venne a sussurrarmi pensieri di fuga, mentre ispirava ai felini la fame di me. Essa mi colpì con le trappole e i lacci dei cacciatori.

Mi addentò con le vipere, mi stracciò con i denti del cane e della volpe. E mi fece sentire l’odore orrendo degli arrosti di me. Poi, chiunque mi avesse mangiato, si attorceva nell’incubo che avrebbe fatto la mia stessa fine.

Io ebbi avvelenato ogni appetito, ogni radice, ogni erba.

Io vissi cercando di nascondere di me anche la vita.

Quando, di notte, il maschio delle origini mi copriva, sentii che lo faceva per angoscia.

Lui e tutti gli infiniti altri maschi che possedettero, nella paura, le infinite figlie che generai.

L’istinto della morte ci spinse a produrre, forse senza alcun piacere, innumerevoli serie di esserini, convinti anche loro di vivere un cieco momento di agonia che bisognava sopportare.

E, invece, era solo un tarlo che scalfiva, che bisognava illuminare , per farlo scomparire.

Io, la coniglia prima, fui poi consumata dalla mia convinzione di essere divorata.

Fu la prima volpe, resa sicura anche lei dalla morte che avrebbe potuto sciogliere con i denti il tessuto della mia vita.

 

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La morte allora pensò alla gloria. “ Ho ucciso la coniglia del primo tempo! Ho distrutto la coniglia! L’ho cancellata dal fluire della vita!  

E  con lei, tutta la sua discendenza! Ora leterno lo ha percepito!” Pensò.

Poi sentì il grande fruscio della piccola razza e vide ruscelli di conigli scivolare nell’esistenza.

E tornò ad ucciderli, a colpirli con l’angoscia di sé.

Ma le coniglie partorirono e partorirono ………..

In questo modo fu sconfitta la figlia nera della prima donna, fiato di grido. Fu annullata dalla più debole famiglia della terra.

Così, da allora, ogni coniglio muore quando è tutto impregnato dalla paura di morire, ma c’è sempre una femmina che figlia all’essere altri piccoli animali, tanto fragili, ma padroni indispensabili della morte.

Lei ha bisogno di essi per esistere, solo nell’attimo dell’agonia.

Ma anche ogni madre è sconfitta. Quando nel partorire produce la paura che nascere è preludio di morte

Essa però è solo un lampo di buio, che inquina ogni essere ed ogni istinto. E i viventi possono nutrirla e venerarla come loro padrona. Se non trovano la gioia dell’Eterno che è vita dove il limite non c’è.

 

Se un individuo muore è perché ne ha preso l’abitudine.

La morte è legata all’idea che noi abbiamo di noi stessi in quanto entità separate dalla spirito vero che anima l’universo. Che è l’universo sotto la forma che noi neghiamo; perciò ci sentiamo impregnati nella nozione di tempo e di spazio, cioè di distruzione.

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