domenica 24 febbraio 2013

Esplorazione e ironia antiperbenista

Mario Lozzi

Nel linguaggio della Grecia antica esisteva un verbo. “poièo” che aveva il significato di “fare, costruire, anche inventare”. Da questo verbo nacque la parola “poietès” che, in italiano è l’esatta accezione di poeta. Poeta, cioè inventore, supporto dello sviluppo di ogni civiltà. Infatti è dagli oscuri miti che balenò il modo di vivere dei Greci. È dalle profonde meditazioni delle tragedie che si estese in quella società il molteplice ruolo dei costumi e dei comportamenti.
Il poeta dunque, fin dalle origini , significa “creatore”. Anche nei miti biblici il Dio degli Ebrei si esprime in termini poetici quando avvolge le cose nel racconto della creazione.
Questa caratteristica si ripete sempre nei tempi, ogni volta che un essere umano, sconvolto nel profondo del cuore dalla bellezza della natura, o dalle sue ispirazioni che scorrono sul filo della vita, esprime con i suoi modi il significato dell’esistere che, per la maggior parte delle persone, resta oscuro, incomprensibile, da vivere nell’accettazione più supina.
Strazio è rivoluzione, aggressione dei falsi modi di essere, ironia, a volte sottile, a volte violenta. Già, nella scelta dei vocaboli balena tutto questo insieme di volontà di sconvolgimento sociale, intimistico, nelle relazioni affettive.
L’autrice scandaglia le possibilità della lingua. Spesso sceglie vocaboli inusitati che hanno un che di tagliente, come a penetrare nell’animo e incidere verità scomode, inaccettabili per chi si limita a trascinare la vita senza domandarsi un perché. Parole scavate dalle lingue antiche oppure mescolate con i più vari lessemi a formare uno sconvolgimento, non solo grammaticale, ma anche razionale...
 
Non c'è chi veda
 
Litigio
in un orto
vicino,
la piazza zeppa
nega,
spavalda,
granguignolesca teppa,
non c'è chi veda,
nell'afa calda
del meriggio,
un morto
supino,
sull'erba.
 Poesia tratta da Lo strazio, Marco Saya editore, 2013.
 

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