giovedì 28 febbraio 2013

Il simbolo nella vita del Cristo e il trionfo del maschio

Il simbolo nella vita del Cristo e il trionfo del maschio

 
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Umberto Grancelli e Federico Bellomi
Umberto Grancelli, storico veronese, in un libro pubblicato nel 1947 dalla Casa Editrice Europa di Verona, numero 1 nella collana di problemi del pensiero, costruisce un’appassionante ed arcana biografia del Cristo. Non si tratta del solito scontato “nasce a...”, “muore a...”, bensì di un testo denso di polisemantiche sfumature con la corposa e dotta prefazione di Gastone de Boni, allora curatore della collana.
La vita del Nazareno, dall’alba della miracolosa nascita, al tema finale della resurrezione, comune a vari miti e cosmogonie, viene analizzata da un punto di vista prettamente simbolico e numerologico, in un groviglio di metafore che rimandano sempre a significati non letterali, sottesi, sotto la scorza di un’apparente semplicità.
La forza suggestiva del nome che caratterizza e definisce uno stato di esistenza nel mondo terreno o celeste, si illumina nel delineare i vari personaggi che accompagnano il percorso corporeo e metafisico del Cristo.
Lo stesso autore a pagina 32 della sua pregevole opera, si sente in dovere di precisare, a guisa di presentazione: «Che nella vita di Gesù, quale è tratteggiata dalle Sacre Scritture, ci siano elementi che hanno valore simbolico, nessuno lo nega. Non lo negano gli scrittori cattolici, sia pur entro limiti molto modesti; lo affermano in maggiore o minor misura, e con maggiori o minori contrasti, studiosi dell’altra scuola; sicché Gesù appare in piena luce sul piano della storia a coloro che danno agli Evangeli il carattere di una biografia vera e propria, mentre all’estremo opposto troviamo coloro che ci presentano una figura ideale avvolta nell’alone della leggenda. Le conclusioni degli uni e degli altri qui non si discutono, poiché nostro scopo è quello di esaminare con nuovi criteri gli elementi simbolici che affiorano nei documenti giunti fino a noi, senza sollecitare i testi; lasciando ad altri giudicare se il loro eventuale colore simbolico sia sufficiente testimonianza per provare l’inconsistenza storica degli episodi evocati...».
Quindi non ci si pone su un piano di discussione relativo alle “verità storiche” o alla fede in se stessa come percorso obbligato, ma unicamente su un piano esoterico di decifrazione del simbolo stesso, sciogliendone il significato in vista della comprensione del Mistero Cristiano.
Il testo, di scorrevole lettura e stile fresco, anche se di argomento impegnato e profondità concettuale, può essere letto da chiunque. Nonostante le critiche al Renan, in fondo l’autore non ha l’acredine di certi interpreti di matrice cattolica. Il suo personale punto di vista emerge in modo discreto, senza eccessive ostentazioni o manzoniani moralismi. Egli si limita ad osservare, interpretare, analizzare i vari episodi della vita di Gesù con minuzioso, certosino scrupolo, sottolineandone i momenti più importanti.
Il 25 dicembre del 2 a.C. nasce il fanciullo divino. Il protovangelo apocrifo di Giacomo ricorda che l’annuncio venne dato a Maria da Gabriele, mentre la donna attingeva acqua ad una fonte di Nazareth. L’acqua è la sorgente da cui scaturisce lo spirito, l’elemento fecondatore femminile per antonomasia.
Nella versione di Luca il racconto si arricchisce di un nuovo particolare. Gabriele appare a Maria ed “entrato da lei”, le annuncia la nascita di Gesù. L’espressione “entrato da lei” potrebbe riferirsi all’unione tra i figli di Elohim (angeli) con le figlie dell’uomo. L’angelo non entra dunque in casa, ma nel grembo della Vergine. Da una parte c’è l’angelo luminoso e solare, dall’altro l’ancella di Dio che deve chinare il capo e rassegnarsi alla sua potente e ineluttabile volontà, manifestando un’assoluta ubbidienza. La “schiava” del Signore, non decide niente, non può, anche se in lei, crisalide, domus, utero, casa, rifugio, tutto accade.
Una concezione ariana, che vede nell’angelo il principio maschile e aristocratico, celeste e spirituale e nella donna, l’elemento titanico, terreno, plebeo, lunare e femminile.
Fin dalle origini l’angela-ancilla è passiva, il suo ruolo ridotto a quello di un puro contenitore di grazia. E tale grazia, pura carne di Cristo, non deve essere contaminata dal sangue e dagli intestini impuri della donna, quindi l’imene rimane miracolosamente intatto. Donna depauperata della sua conturbante e pericolosa sessualità, donna-non donna, perfetta. Il ruolo dominante appartiene a un Dio maschio, a un angelo Gabriele solare fecondante dal nome maschile, a un figlio Gesù naturalmente maschio.
Il mondo superiore e celeste è la vera patria della divinità, mentre la terra è il mondo inferiore, la materia contrapposta alla sublimità celeste.
Maria è la terra, in essa si identifica, perché la sua sostanza è materia, il suo corpo plebeo e caotico anche se asessuato, è fatto di sangue e carne, le sue lacrime sono salate come quelle di qualsiasi altra donna.
La critica si è occupata a lungo del nome di Maria: «Nome arcano, raro nell’antico testamento ma che invece ricorre largamente nei Vangeli e si riallaccia probabilmente ad una antica onomastica di origine mesopotamica». Nella toponomastica asiatico-mediterranea si ode Mard-uck, Mar-te, Mar-is etrusco, nomi risalenti ai Mari (Sumeri). Di origine mesopotamica sono probabilmente anche altri toponimi Mar-mara, Mar-mar-ica, Mar-occo, Marsi, Marucini. In aramaico Mara significava signore e Mareia sovrana, titolo onorifico riconducibile a Mari, ossia alle genti del Mar-tu, ai popoli di quella regione mesopotamica identificata con la terra stessa. In origine Maria era terra dei mari, terra madre.
Il legame titanico di Cristo è rappresentato dunque da questa figura di mater che gli ricorda il suo lato “umano”, la sua corporeità fisica, la materia carnea di cui è costituito il suo molecolare guscio terreno.
Ma Gesù da buon maschio solare non può ovviamente ridursi alla sua sola “umanità”. Egli va oltre, veleggia su orizzonti di metafisica, trascendente ed impalpabile deità, supera il titanico gravame corporeo, i lacci che lo avvincono così dolorosamente alla terra. Nello stesso suo nome. Jeshuah o Joshua o Jeroshua è “colui che libera e dona la salute”, “luce che esce dalla terra” e se ne allontana. Nasce infatti in una grotta. Il tema riecheggia antichi miti cosmogonici che vedevano il sole nascere nelle latebre di una caverna oscura prima di ascendere alla cristallina volta del cielo.
La caverna rimanda poi all’utero, sede per gli antichi del buio e nel buio di mostri.
La caverna è rievocatrice della tomba oscura e temibile che, però, in virtù della fede, diventa “culla del risorgente”.
Un’altra donna nella vita di Gesù è Maria di Cleofa, sorella della Vergine. Il nome Cleofa è composto da un suffisso ofa=av, ava, terra che ha carattere titanico o terreno, e un prefisso Cle (in bretone significa cielo), che richiama al paese celeste, la montagna sublime, la pietra.
Maria di Cleofa è la tomba, terra che accoglie la titanica porta della Morte, la parte occidentale della montagna sublime, mentre Maria Vergine ne è la parte orientale, la Porta della Vita, dove nasce il sole-figlio di Dio. Le due sorelle sono le due parti del monte celeste, una la madre dell’uomo, l’altra la madre del Dio. Cleofa ricorda anche il frances Clef, chiave, per aprire e chiudere gli ingressi arcani della vita e della morte.
Il sacro monte è tomba e culla, duplice montagna, due piramidi affiancate a M.
A sinistra di chi guarda a settentrione, è l’occidente dove muore il sole, la parte titanica, Maria di Cleofa, Porta della morte, mentre la parte orientale, dove il sole nasce, corrisponde alla Vergine, la Porta della vita.
La donna è la chiave, uno strumento, un passepartout per aprire nuovi mondi, ma uno strumento è sempre nelle mani di qualcuno, il dito che lo muove, lo Yod, è l’elemento attivo, fallico e maschile che muove, dirige il mondo, impugna la chiave e decide, comanda e impera.
Dio è maschio, col pugno chiuso e il dito indice puntato, così cielo e terra girano interminatamente, contrapponendosi, spirito e materia, materia e spirito, con esigenze diverse, nel ciclo dei tempi.
Le donne sono la vita e la morte, l’inizio e la fine, eppure le chiavi del Regno vengono scandalosamente consegnate a Pietro, espressione antropomorfica della grande Montagna, un uomo naturalmente, che come ringraziamento rinnega vigliaccamente il suo stesso Dio. «In verità ti dico, tu mi rinnegherai tre volte...».
Eppure «Darò a te le chiavi del Regno dei cieli; e ciò che tu abbia legato sopra la terra, sarà legato nei cieli, e ciò che tu abbia sciolto sopra la terra sarà sciolto nei cieli».
A Maria il dolore, a Pietro le chiavi del Regno. Quel che si dice giustizia divina.
Il ruolo della Maddalena, altra Maria, terra anch’essa, è quello della serva: «Or Maria, presa una libra di unguento di nardo schietto di gran pregio, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu ripiena dell’odore dell’unguento».
L’asciugare i piedi era atto da schiavi. Maria è la terra fatta schiava che accoglie e unge la spoglia dell’eroe, del re, dell’uomo non più uomo ma Dio, e lo onora col profumo soave e accogliente che va verso l’alto, confortando.
La terra Maria si inchina alla potenza del sole.
E il distacco del sole dio dalla donna terra, già si era espresso nelle parole di Gesù rivolte alla madre durante le nozze di Cana: «Che c’è tra me e te, o donna?». L’eterno contrasto tra spirito luminoso e materia oscura, tra luce e mistero.
L’antica mater dominatrice del mondo, tipica di originarie società matriarcali, l’utero divino, fecondo, matrice di ogni cosa, principio supremo, mistero e origine dell’universo, piegata al ruolo di schiava dalla religione dell’uomo, crisalide corporea, contenitore passivo.
«Che c’è tra me e te, o donna?». L’estraneità del superiore Dio lama che taglia i legami. Niente più conta di fronte al Signore. La mater-luna è sostituita dal Pater-Sole in nome del quale tutto viene lasciato, parenti, amici, fratelli.
L’utero femminile col tempo, mentre la religione acquista potere fino ad identificarsi con esso, si popola di figure mostruose, strani animali densi di putredine, fagocitati dall’accesa e troppo a lungo repressa fantasia di misogini, astinenti padri, prelati della crapula e dell’ipocrisia, sadici inquisitori sessuofobici.
La germinazione spontanea di vermi e animali nell’oscura caverna popolerà sogni e storie medioevali, rinascimentali e barocche in epoche oscure e contraddittorie in cui la Chiesa sarà dominatrice delle coscienze individuali e invaderà perfino la sfera dell’intimità e dei pensieri.
Si prepareranno secoli bui per la Grande Madre e le sue figlie. Forse l’oscurità non si è ancora dileguata.
I capelli sciolti della Maddalena peccatrice e schiava di Cristo che scandalizzava l’ipocrisia di Giuda e i Farisei, richiamano certi riti kolsin Bengala in cui le chiome al vento delle donne sono la pioggia che cade verso il basso e il corpo femminile è la terra.
Anche oggi piove sul mondo, sulla terra giudicata dal sole-lama ancora soltanto e sempre solo terra, sede di istinti irrazionali, tendente verso il basso, corpo, materia, peso, strumento, oggetto nelle mani impietose di un Dio.

mercoledì 27 febbraio 2013

Il povero diavolo di Menard e il satanismo leopardiano

Maria Antonietta Pinna
 
 
«Je ne sais pas s’il existe, mais je crois bien l’avoir rencontré au café Procope… Sa figure n’a rien d’extraordinaire; il ressemble à tout le monde…»
Così Louis Menard, poeta parnassiano dimenticato, amico di Baudelaire con cui purtroppo condivideva l’insana passione per gli stupefacenti, scriveva nel 1876 in una ormai introvabile prima edizione per i tipi di Alphonse Lemerre Editeur in Paris, Passage Choiseul 27-31. Egli si riferiva al Diavolo, un tipo comune, tutto sommato, con cui si può conversare in un Café parigino.
Se Baudelaire nelle “Litanie di Satana”, dipinge Lucifero con toni altisonanti, “principe dell’esilio stretto da ingiusta sorte”, sottolineandone la luminosa bellezza e le capacità, e Carducci nelle pagine de “Il popolo” lo vede “giovin di verde e immortale gioventù”, come gli dei greci, fiaccola e spada, splendente, Menard lo umanizza, lo rende sottile filosofo, trascinandolo bruscamente sulla terra e fregiandolo di una etichetta definente la sua precipua funzione.
Le Diable discetta cortesemente sull’opinabilità dei punti di vista dai quali tutto dipende: «Pour mon père, je suis un fils; pour mon fils, je suis un père; pour mon domestique, je suis un maitre; pour le roi je suis un sujet, qui paye l’impot sans l’avoir voté; pour mon ennemi, je suis un scélérat; pour mon ami je suis un homme avec le quel on ne se gene pas; pour vous, qui me faites l’honneur de discuter avec moi, je suis un adversaire; appelez-moi donc l’Adversaire: voilà l’étiquette demandée».
L’Avversario esiste per contraddire, ogni volta che l’uomo pensa di ottenere una soluzione, egli getterà del nero. Impedirà di dormire nella certezza, che è l’inerzia dell’intelligenza. Cercate dunque sempre. Al vecchio serpente, profeta del mistero a portata di mano, si deve la conoscenza del bene e del male. Il racconto presenta l’idea del Diavolo come necessaria alla riflessione. È l’unica idea che non consente un’ubbidienza passiva, consentendo un contraddittorio gradevole e rilassato. Attenzione però, perché monsieur le Diable è una prostituta al servizio di tutti ed è camaleontico, mai uguale.
Menard viene dimenticato dai programmi ministeriali probabilmente proprio per via dei contenuti anticlericali della sua opera. È improponibile a giovani studenti in formazione in un paese cattolico, la lettura di “Conversazioni col Demonio”. Leopardi invece si legge, si studia a memoria, si recita e si rilegge e si deve imparare. Eppure Leopardi ha stracciato l’etichetta di Menard ossia l’idea che il Demonio possa essere Avversario, ossia che esistano forze che possano opporsi alla sua volontà.
La lotta tra luce e tenebre c’è già stata e la luce è stata sconfitta, non ci sono repliche, né possibilità. Il poeta cantore della nullità di Dio, il sensibile recanatese, che scioglie l’idea del divino nel puro e incontrastabile nulla, a pensarci bene non è forse più “satanista” di Menard?
 
 
Il male per il poeta di Recanati irrimediabilmente sofferente di tubercolosi ossea, è nella natura delle cose, indispensabile. Si annida dappertutto, pernicioso Signore incontrastato, senza rivali. La società è Male, la natura contiene un principio malefico ineliminabile. Il Demonio leopardiano regna nel mondo. Arimane, forza arcana, sistema corrotto, produzione e distruzione, serpente boa, nume. E il giusto e il debole saranno oppressi, non c’è speranza nel mondo, perché il Male domina e impera.
Il Diavolo di Menard in fondo è un signore comune, quasi un poveretto che si diverte a creare il dubbio e gioca sulla contraddizione, conversa amenamente in odorosi Caffè, sollecitando la vanità degli uomini.
L’Arimane leopardiano di derivazione zoroastriana, non ha rivali, è un vero e proprio Dio che porta un messaggio di esclusione della speranza, è la dolorosa certezza dell’esistenza del male: “Non ho trovato nessun habitat in cui l’uomo possa vivere tranquillamente, ho sempre trovato luoghi ostili all’essere umano a causa della forza della natura distruggitrice”.
Ahura Mazda è stato definitivamente sconfitto.

martedì 26 febbraio 2013

Sdraiami, di Salvo Zappulla


Sdraiami di Berarda Del Vecchio


Sdraiami
“Smettila di parlare, tesoro: sdraiami”

 

 

 

                                                                                            
                    Una chiacchierata con  Berarda Del Vecchio
                                                            di

                                                                       Salvo Zappulla   

 

  Sdraiami. Non è l'invocazione disperata di una vecchia zitella in crisi ormonale ma il titolo del libro di Berarda Del Vecchio (Castelvecchi Editore, pagg.120, euro 10,00). Dopo il successo riportato con “L'adorazione del piede”, la scrittrice, romana, 29 anni, laureata in Lettere,  agente di moda, si diverte a provocare, a punzecchiare l'orgoglio e la vanità maschile, a suo parere assopiti o addirittura andati in letargo. Donne alla ricerca del punto G perduto. Davvero gli uomini di oggi non sono all'altezza della situazione?  Il macho latino villoso e virile  è andato in estinzione. L'uomo col tempo si è rammollito, si imbelletta, si fa il lifting, si stira le rughe, si incipria, si fa la ceretta e si sparge addosso litri di acqua di colonia. E dove lo mettiamo l'afrore di selvaggio? Lo sfrigolio di un corpo in calore?  L'autrice gioca con tali paradossi. A una progressiva emancipazione femminile corrisponde una regressione maschile. Il maschio di oggi non sa più corteggiare la donna, non ha un linguaggio proprio, scimmiotta i divi della TV. Troppo edulcorato, troppo portato per le buone maniere. Nostalgia per il camionista coi baffoni e la canottiera sudata, unta d'olio col panino ai funghi morsicato mentre guidava.  La Del Vecchio ci propone un'esilarante riflessione sul rapporto uomo-donna. La manualistica erotica fattura in Italia 30 milioni di euro l'anno,  pare che il 70% dei fruitori siano donne. Alberto Castelvecchi ha individuato il filone aurifero. I manuali di sesso invadono le librerie, ce n'è per tutti i gusti: sesso estremo, lezioni di preliminari, sesso orale, posizioni da triplo salto mortale; lancio dal lampadario, dal treno in corsa. Il kamasutra è diventato roba per educande. Tutti a voler dare lezioni. L'onorevole Vladimir Luxuria veste i panni dell'insegnante di sesso. In passato, per la verità, ci ha provato pure Giuliano Ferrara, con scarsi risultati. Le bretelle e il pancione prominente non lo rendevano molto credibile. Ci aspettiamo ciurme di signore assatanate, libro della Del Vecchio in mano, all'assalto dei propri partners per rivendicare i diritti perduti. E il maschio siciliano come reagirà alla provocazione? L'uomo erectus per eccellenza, lo strapazza femmine per antonomasia,  discepolo di Ercole Patti e Vitaliano Brancati, capace di ingravidare una donna sul balcone con la sola forza dello sguardo, come reagirà alla provocazione della signora Del Vecchio? Nel dubbio le sconsigliamo di girare in costume per le spiagge siciliane.

                 

   Ho incontrato virtualmente Berarda, appena scesa dall'  aereo,  fresca di ritorno dalle vacanze in Svezia, ha accettato di buon grado di fare questa chiacchierata  sul suo libro, che ha   riscosso grande successo.  È  un libro godibilissimo, che trasmette buon umore e sana allegria, letteratura d'evasione ma che tratta temi importanti quali il rapporto di coppia e la difficoltà tra i due sessi a comunicare.

 

 Berarda, dal tam tam, ai telefonini, a internet. Gli strumenti di comunicazione dell'uomo nei secoli si sono evoluti.  Anche il sesso è  una forma di comunicazione, non è che magari in questa  società frenetica, dove bisogna sempre correre, sia passato agli archivi? Nel senso  che  bisogna fare di fretta e via? Rendendo tutto più spoetizzato?                                                                                       

 

  R.   In parte purtroppo è vero. Di recente ho anche letto un articolo in cui si diceva che il sesso lo si fa più come uno sport per perdere le calorie magari trangugiate a cena che come forma di comunicazione tattile-olfattiva fra due persone che si attraggono. Le storie da una notte e via vanno anche bene, per carità, l’importante è che non si arrivi poi al dunque tropo stanchi o ubriachi da consumare il tutto in pochi minuti. Insomma non si può relegare il sesso solo a un semplice dessert, per me resta, e resterà per sempre, il piatto principale!

 

 

 

Il tuo libro ha riscosso grande successo. Qual è stata, a tuo parere, la molla che ha fatto scattare il passaparola tra i lettori?

 

 

 R.    Credo che la maggior parte dei lettori sia composta da donne che si sono identificate almeno in una mia disavventura amorosa o in qualche racconto della mia adolescenza. Il libro è alquanto ironico e cerca di sdrammatizzare il più possibile su vicende che altrimenti sarebbero davvero tragiche. Magari chi lo ha letto l’ha visto anche come un piccolo manuale curativo per uscire da una storia andata male e allora lo ha consigliato a qualche amica. Per il pubblico maschile non so…magari si sono incuriositi di come una ragazza abbia avuto l’ardire di mettere in discussione la loro fin troppo osannata virilità.

 

 

 Ci sono nel libro episodi della tua adolescenza, i primi amori, le esperienze della maturità, il tutto condito da una ventata di freschezza e di gioiosa scrittura. Pensi che molte ragazze si identificheranno nel libro? E molte signore mature lo leggeranno con nostalgia?

 

 

  R.   Come ho detto prima ho ricevuto molti riscontri in tal senso. Le ragazze si autoidentificano e le donne un po’ più mature anche… quello che poi accomuna tutte sono le risate che si fanno leggendo il libro.

 

  I vecchi ruoli si sono perduti, non più il maschio conquistatore e la donna che  difende le proprie virtù. Io parlerei di individui che hanno maggiori capacità di approccio e altri meno, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Non è più giusto così? 

 

  R.    Bhè questo c’è sempre stato. Il don Giovanni e l’imbranato come la fatalona e la timidona sono stereotipi che hanno comunque accompagnato, e accompagneranno, ogni generazione. Perciò credo che in realtà quello che manca oggi è il “classico” gioco dei ruoli che rende ogni relazione molto più intrigante e divertente. 

 

 

 

Prova a immaginare questa scena: una donna entra in un bar, ordina una grappa e si accende un sigaro; poi nota il bel fusto appoggiato al bancone, lo palpa sul sedere e gli offre da bere. Vuol dire che si è raggiunta finalmente la tanto sospirata parità tra i sessi?

 

  R.    Magari fosse così semplice…purtroppo non è così, se no non si parlerebbe di quote rosa, di diversi tipi di stipendio pur con lo stesso ruolo lavorativo, di diritti negati e via dicendo. Credo la strada per la parità fra i sessi sia ancora lunga anche se molte volte si crede, ingenuamente, di esserci già arrivati.   

 

                                                                     

                                                                                   

 

lunedì 25 febbraio 2013

in mezz@voi! - di Daniele Cavalera


                     

Ancona - 24 febbraio 2013

Dopo essersi mangiato un “cinque e cinque” (una torta di ceci bassissima e ben cotta che si consuma calda dentro la focaccia) con gli amici livornesi e pisani, questa sera al Teatro delle Muse di Ancona lo scoppiettante e istrionico Giorgio Panariello ha fatto l’ennesimo “spettacolone”, ovvero  “In mezzo @ voi”. E’ l’ultima delle sue rappresentazioni comiche, quella che sta portando in giro per l’Italia e che è salpata proprio dalle Marche (San Benedetto del Tronto) il 27 novembre 2012.  Non a caso ho usato il termine salpata, perché tra quelli che non saranno risparmiati ci sarà proprio lui: il comandante Schiettino. In “In mezzo @ voi” l’eclettico Panariello ha avuto la trovata di portare fisicamente il pubblico sul palcoscenico per interagire con esso nelle situazioni comiche da lui create… per dare il senso di ciò che lui intende trasmettere, “[…] perché voglio che il pubblico sia e diventi la mia spalla, che faccia parte dello spettacolo”, mi aveva confidato a fine estate nella sua Prato. E Giorgio ha mantenuto la promessa. Nella performance di questa sera il pubblico ha partecipato attivamente adoperandosi a prendere e a portare via dal palco oggetti di scena… ha fatto da spalla in più occasioni e una gentildonna anconetana si è prestata per uno scherzoso skech  sadomaso (nato da una parodia di “Cinquanta sfumature di grigio”).
Quelli che ho vissuto, qui al Teatro delle Muse, sono stati cento minuti di risate a crepapelle e  di applausi a scena aperta.
Dopo aver tardato una trentina di minuti, Giorgio Panariello ha dato inizio alla performance “In mezzo @ voi” comparendomi al fianco (ero seduto in seconda fila, proprio sotto il palco), in camicia e con le maniche avvoltolate, scusandosi del ritardo e parodiando così Obama e Renzi. Ha poi improvvisato un comizio elettorale esilarante dove, per par condicio, non ha risparmiato nessuno (destra, sinistra, centro destra, centrosinistra, centro di centro destra di destra e chi più ne ha, più ne metta…). Non sono mancanti omaggi canori, in particolare a Marcello Marchesi e al grande e indimenticato Lucio Dalla.

Lo sfottò alla tecnologia doveva 
proprio esserci. E ci ha regalato un Pulcino Pio clamoroso. Ma sono stati pochi i personaggi storici di Panariello, tra i quali hanno fatto la loro comparsa “Mario il bagnino”, “Sirvano detto Vaia” e il mitico “Renato”.
Ma da dove attinge Panariello il materiale?  Dai giornali e dalla tv, certo, ma soprattutto dalla vita di tutti i giorni…  dall’osservazione clinica di “personaggi” di strada, di frequentatori di bar, del tizio  incontrato al ristorante la sera prima, ma anche del vicino di casa o di persone conosciute una ventina di anni prima e rispolverate nel momento del bisogno. E cioè quando il versatile Panariello ha necessità di trovare un personaggio nuovo per i suoi spettacoli.
E quello che poco si sa di Panariello, oltre i suoi spettacoli, è che da mesi il comico toscano è impegnato in un progetto tutto suo che aveva timidamente confidato ai giornalisti a settembre 2012: un laboratorio web. O meglio un laboratorio che parte dal web per realizzare i sogni nel cassetto di Panariello: idee per film, per fiction televisive da poter sviluppare. Dare un’opportunità ai giovani che desiderano scrivere soprattutto per il cinema… “Ma è un dare per avere… - ha rimarcato Panariello. E ha aggiunto -  Vorrei creare una mia factory, un mio laboratorio, una specie di “società di produzione artistica”. Questa opportunità per i giovani la vorrei estendere tramite un invito via web…

Daniele Cavalera

domenica 24 febbraio 2013

Tomaso Pieragnolo, La ragione imprecisa


















La ragione imprecisa

Attraverso le nude spoglie
di aride nomenclature,
sopra il ramo d'acque turgide
che trattiene bocche nubili
nel fondo dei suoi cupi corsi,
nell'orma di muti bipedi
che rissano nel nero fiore
della terrestre iniquità,
offriamo la parola al fuoco,
alle mille figlie tradite
che ardono in opulente prigioni,
al solco di terra strappata
dove giace il seme sterile,
al rigurgito del ferro che stride,
del piombo che cieco ci abbatte,
del rogo che snida le carni,
al barbaglio azzurro
dello schermo che ci annulla.
Oh disarmata, dispersa unità,
statica coesione di una stella
e di una goccia d'acqua,
chioma del freddo, estesa d'aria;
serbami, infine, la ragione
per cui due uomini siano soli
nella stessa dimora. 



Tomaso Pieragnolo da L'oceano e altri giorni, Edizioni del Leone, gennaio 2005.

Esplorazione e ironia antiperbenista

Mario Lozzi

Nel linguaggio della Grecia antica esisteva un verbo. “poièo” che aveva il significato di “fare, costruire, anche inventare”. Da questo verbo nacque la parola “poietès” che, in italiano è l’esatta accezione di poeta. Poeta, cioè inventore, supporto dello sviluppo di ogni civiltà. Infatti è dagli oscuri miti che balenò il modo di vivere dei Greci. È dalle profonde meditazioni delle tragedie che si estese in quella società il molteplice ruolo dei costumi e dei comportamenti.
Il poeta dunque, fin dalle origini , significa “creatore”. Anche nei miti biblici il Dio degli Ebrei si esprime in termini poetici quando avvolge le cose nel racconto della creazione.
Questa caratteristica si ripete sempre nei tempi, ogni volta che un essere umano, sconvolto nel profondo del cuore dalla bellezza della natura, o dalle sue ispirazioni che scorrono sul filo della vita, esprime con i suoi modi il significato dell’esistere che, per la maggior parte delle persone, resta oscuro, incomprensibile, da vivere nell’accettazione più supina.
Strazio è rivoluzione, aggressione dei falsi modi di essere, ironia, a volte sottile, a volte violenta. Già, nella scelta dei vocaboli balena tutto questo insieme di volontà di sconvolgimento sociale, intimistico, nelle relazioni affettive.
L’autrice scandaglia le possibilità della lingua. Spesso sceglie vocaboli inusitati che hanno un che di tagliente, come a penetrare nell’animo e incidere verità scomode, inaccettabili per chi si limita a trascinare la vita senza domandarsi un perché. Parole scavate dalle lingue antiche oppure mescolate con i più vari lessemi a formare uno sconvolgimento, non solo grammaticale, ma anche razionale...
 
Non c'è chi veda
 
Litigio
in un orto
vicino,
la piazza zeppa
nega,
spavalda,
granguignolesca teppa,
non c'è chi veda,
nell'afa calda
del meriggio,
un morto
supino,
sull'erba.
 Poesia tratta da Lo strazio, Marco Saya editore, 2013.
 

Quirkology: psicologia della banalità?

 
Di Alessandro Puglisi
 
 
 
 

Sapete chi è Richard Wiseman?

Classe 1966, ex mago, ora professore di Psicologia alla University of Hertfordshire. Autore di numerosi volumi e articoli. Ma la cosa più interessante sono i suoi campi di studio preferiti: la fortuna, le menzogne e le illusioni, le attività paranormali.
Wiseman è uno dei più quotati esponenti di quella che viene chiamata Quirkology, cioè la scienza psicologica che studia moltissimi comportamenti banali e quotidiani di ognuno di noi.
Gli oggetti di studio di questa disciplina sono i più diversi, e inaspettati, e vanno dal collegamento che ci sarebbe tra la data di nascita e la fortuna nella vita, ai modi con cui scrivere un annuncio perfetto, arrivando a toccare perfino le origini delle “ole” negli stadi.
Per citare un’espressione inglese: believe it or not?
Tra i saggi di Wiseman, Quirkology. La strana scienza della vita quotidiana (Ponte alle Grazie 2009, poi TEA 2011), 59 secondi. La scienza del cambiamento rapido applicata agli altri (Ponte alle Grazie 2011) e Paranormale. Perché vediamo quello che non c’è (Ponte alle Grazie 2012).
Non gli manca neanche un canale YouTube, visitatissimo, in cui lo stesso Wiseman mostra un gran numero di “esperimenti” di varia natura.
Ad ogni modo, di certo a Wiseman non manca la capacità di coinvolgere chi lo legge, o lo guarda, nei ragionamenti e nei “test” proposti di volta in volta, che si tratti di giochi con le carte, predizioni, o semplici esperimenti fisici.
In definitiva, l’opera dello psicologo inglese, nel suo complesso, non vi sembra che ricordi un po’ la serie tv Fringe?

Sick-lit: malattie letterarie per grandi e piccini

Articolo di Alessandro Puglisi
 
Le tassonomie letterarie, crediamo, lasciano sempre un po’ il tempo che trovano. È stato osservato, con qualche preoccupazione, di recente e soprattutto dall’opinione pubblica anglosassone, un “boom” di pubblicazioni, spesso indirizzate a un pubblico giovane, che presentano storie legate al tema della malattia.
Cancro, anoressia, depressione, psicosi, automutilazioni. In effetti, questo particolare problema si pone dal momento in cui, da alcuni anni, si è registrata l’emersione del genere Young Adult, ossimorica etichetta, a parere di chi scrive, molto utile ad assottigliare progressivamente il divario tra letteratura “per ragazzi” e letteratura tout court.
Valutare quanto di positivo e quanto di negativo ci sia in questo fenomeno non è cosa semplice, da esprimere a cuor leggero e senza supporti argomentativi, certo.
Peraltro, il novero delle opere considerate come appartenenti a questo presunto “genere” vede la presenza di Amabili resti di Alice Sebold, così come quella di Red Tears di Joanna Kenrick, o Never Eighteen di Megan Bostic.
Alla luce di questo, è proprio vero che, senza la questione legata alla crescita ed esplosione del genere YA, il problema non si sarebbe posto: altrimenti Pirandello, Mann, Kafka, Sartre, Svevo, tanto per fare gli esempi più macroscopici, non dovrebbero essere studiati alle superiori. O no?
Se si instaura, e si corrobora, come si è verificato, una sorta di “contropedagogia” in cui determinati stilemi, da letteratura “alta”, vengono acquisiti, digeriti e risputati fuori in storie con protagonisti giovanissimi, non c’è poi tanto da lamentarsi.

Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

 
 
Il libro è un non-oggetto, dotato di materialità ontologica ma nello stesso tempo animato da uno spirito che conduce il lettore verso le strade più o meno battute dell’essere, verso viaggi magici, surreali, improbabili in una realtà non cartacea. E il carattere così speciale del libro attira diverse specie di lettori, più o meno attenti, profondi, cauti, distratti, ingenui, alla moda.
La dinamica che investe il rapporto tra l’oggetto fisico e il soggetto che lo fruisce può caricarsi di valenze oscure, cannibaliche e distruttive che si accompagnano talvolta ad impulsi ossessivo-compulsivi fino ad arrivare a casi limite di bibliofagia con introduzione dell’oggetto all’interno del corpo in una sorta di identificazione introiettiva e proiettiva.
Massimo Fagioli nel 1974 dava alle stampe un libro ardito ed interessante sulla psiche umana ristampato dall’Asino D’oro nel 2011. Parte del testo, sapientemente orchestrato, analizza l’oggetto psichico e le tendenze incorporative umane tese al superamento del terrore del vuoto, spauracchio universale dell’essere uomini nel mondo.
Il discorso sulle tendenze masochistico-cannibaliche può tranquillamente essere applicato ad un certo tipo di lettura “divorante”.
Il desiderio di riempire le insulse trame vuote del tempo, sfoggiando un libro da leggere sul treno o dovunque ci si trovi, può nascondere un atto di reale arricchimento ma anche tendenze di patologica bramosìa, tese soltanto ad allentare un universo di tensioni nascoste e irrisolte.
In questo tipo di dinamiche psicologiche intervengono moltissimi fattori esogeni ed endogeni che premono sul soggetto da dentro e da fuori, in una dinamica simile ad un tiro alla corda.
Sinonimo di compulsione può essere la lettura non-sense. Pattinare sulle parole, leggere senza capire? È utile per poter dire, “ho fatto qualcosa”, un atto di “riempimento” senza attenzione per il contenuto.
Soltanto con l’operazione inversa la lettura si mostra come conoscenza. Cogliere il senso profondo attraverso una lettura che abbraccia come sguardo d’insieme e contemporaneamente si rivela pronta a vedere con attenzione i particolari, gustati nella loro preziosità poetica. Soffermarsi a riflettere, fare pause, e se si è su un treno, staccare lo sguardo dalla pagina per guardare fuori, associare, pensare. La lettura diventa allora conoscenza, simile a quando si conosce una persona che può essere più o meno interessante, più o meno deludente.
Ci sono collezionisti bibliofili che acquistano libri rarissimi e li tengono come reliquie, sconcertandosi all’idea di doverli leggere.
Il bibliofilo incallito ha un’adorazione per l’oggetto libro, l’odore della carta, le imperfezioni della rilegatura, cerca spasmodicamente prime edizioni possibilmente autografate in perfette condizioni, manoscritti, testi per lo più introvabili.
Il bibliofilo monomaniaco predilige soltanto libri appartenenti ad una certa categoria, che trattano gli stessi argomenti, oppure addirittura lo stesso titolo stampato in più edizioni.
Il libro-cadavere viene riesumato e conservato, come un corpo morto che si cerca di imbalsamare per farlo sopravvivere allo sfacelo inaccettabile del tempo. Il libro-mummia è un altro sé con cui identificarsi, in un universo di febbricitante proiezione, in una dinamica tesa a sfidare il tempo e la sua corruzione. In taluni casi l’identificazione è così profonda che si arriva a mangiare letteralmente l’oggetto, ingoiando e masticando le pagine. La bramosìa di possesso è talmente forte da consentire il passaggio dall’esterno all’interno, in modo che da un luogo reale esistente, l’oggetto viaggi dentro uno spazio che non esiste, diventando oggetto psichico interiore.
Certo tra la realtà cannibalica del collezionista bibliofago e il lettore occasionale, ci sono innumerevoli gradazioni intermedie. C’è l’esteta che ama le copertine, compra soltanto libri con belle copertine. C’è il modaiolo che acquista soltanto l’ultimo libro dello scrittore del momento, perché bisogna essere informati quando si parla con gli amici. C’è l’onnivoro, che legge di tutto dappertutto e poi non si ricorda neppure quello che ha letto. E non sono da sottovalutare i lettori di etichette, di bugiardetti e ingredienti di prodotti alimentari che passano ore al supermercato assorti tra polifosfati ed eccipienti aggiunti.
C’è il lettore per “dovere”, che compra un libro perché “deve istruirsi”, perché leggere è sintomo di intelligenza e flessibilità mentale, e impiega un anno a finire un volumetto da 100 pagine perché in realtà odia leggere.
C’è chi legge soltanto i giornali e lo fa ritualmente la mattina a tavola aprendoseli davanti, per evitare di guardare chi gli sta vicino, oppure chi lo fa sulla metro posizionandosi in modo da occupare tre posti. C’è chi cerca un libro introvabile da anni perché gli ricorda quand’era giovane e bello. Che chi legge i giornali mentre ci dorme sopra la notte, nelle stazioni, aspettando che l’ultimo treno venga ingoiato dal buio.
In pratica la morale suonerebbe più o meno così, dimmi come leggi e ti dirò chi sei.
 
Maria Antonietta Pinna

sabato 23 febbraio 2013

Autori ed Editori d'Italia

postato da Cinzia Baldini

Autori ed Editori d'Italia





 
L'Italia è sempre stata considerata la terra dei santi, dei poeti e dei navigatori.
Oggi, a mio avviso, siamo la patria dei furbetti, dei presuntuosi e degli arroganti.
La riflessione che mi si è posta davanti in questi giorni di pioggia battente è la seguente: perché in un paese come l'Italia, con un retaggio culturale immenso, la cultura è così bistrattata? Perché le istituzioni non collaborano affatto a far crescere questa risorsa investendo del capitale? Perché ci sono più scrittori che lettori nel nostro paese?
Alla prima domanda mi sorge spontaneo rispondere che è meglio vedere il sedere di una bella donna in televisione piuttosto che far viaggiare gli occhi ed il proprio cervello tra le pagine di un libro.
Alla seconda rispondo che tutti i governi hanno trattato la cultura come una "cosa" di serie b, senza incentivarne lo sviluppo, trattandola come mero passatempo piuttosto che una risorsa da incrementare per acculturare gli abitanti del proprio paese.
Alla terza domanda dico semplicemente che ci sono quattro problemi e sono i seguenti: le case editrici, i lettori, la distribuzione e gli autori.
Nel 2012 ci siamo trovati davanti ad una miriade di uscite di pseudo scrittori, gente che getta pensieri su carta e che viene pubblicata da piccole case editrici che, pur di guadagnare fior di soldi da questi ignari illusi, pubblicano tutto quello che arriva nella loro casella di posta, senza valutare se il testo è valido o se il presunto scrittore sia capace di mettere insieme una frase con il classico soggetto, verbo e complemento. Chiedono cifre astronomiche per un copia incolla che pure uno sprovveduto come me saprebbe fare e magari con un'autoproduzione, risparmiando notevolmente. Dall'altro lato vi sono le grandi case editrici che non investono un euro su un esordiente italiano, cestinando gli scritti che arrivano senza nemmeno leggerli e senza dar la minima possibilità ad una persona di mostrare il prodotto confezionato da loro. Una visione dell'editoria a dir poco gretta e priva di scrupoli, incentrata solo sul tornaconto economico, senza tener in minima considerazione l'arte, quella pura, quella vera.
Altro tasto dolente sono i lettori.
In Italia legge il 16% delle persone, tra i giovani la media scende al 4%, roba da mettersi le mani nei capelli, soprattutto in un paese che può vantare scrittori del calibro di Dante, Manzoni e, per arrivare ai giorni nostri, Umberto Eco. La Spagna dal 18% (sempre due punti più di noi) è balzata in una decina d'anni al 28%. La Spagna? Ma dico, siamo impazziti! Se poi andiamo più a nord le cose si fanno ancora più fantascientifiche. Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, raggiungono il 58% dei lettori. Più della metà della popolazione legge.
Qualcuno poi mi venga a dire che noi eravamo la culla della civiltà. Tanto di cappello a queste nazioni che investono sulla cultura e su una popolazione ricettiva, che cresce culturalmente, che legge e che ha voglia di scoprire sensazioni nuove. Noi siamo ancor indietro e, più andiamo avanti più regrediamo. Ora parlano di ebook, come se fosse la panacea per risolvere i mali dell'editoria. L'ebook non risolverà nulla, tenderà ad allontanare ancora di più i lettori dal libro vero e proprio.
La distribuzione italiana del libro è un circolo ristretto e privilegiato. Solo le potenze editoriali fanno parte di questo sistema e le piccole devono arrabattarsi con distributori più piccoli delle case editrici stesse, che vacillano sotto i colpi della grande distribuzione, di librai incompetenti che guardano solo se un’opera può fare cassetto e privilegiando, ovviamente, i grandi titoli di scrittori affermati e senza interessarsi minimamente alla qualità di ciò che vendono. E' indubbio che ad una libreria il libro scritto da un calciatore renderà maggiormente rispetto a quello di un autore esordiente e sconosciuto, ma è anche vero che in questo modo si tarpano le ali ad un giovane che magari, nella penna, ha le potenzialità giuste per emergere ma a cui mancano le veline di contorno o una palla rotolante da prendere a calci su un campo verde e gente che si riempie di pugni sugli spalti.
In tutto questo la distribuzione libraria gioca un ruolo importante. Allunga le mani sulle grandi realtà editoriali, ed annichilisce le piccole case editrici anche se dotate di autori interessanti che non potrebbero sfigurare accanto ad un nome di prestigio.
Ma il vero "cancro" dell'editoria moderna sono gli autori ed anche se sembra un paradosso è proprio così.
Una volta uno scrittore inviava la sua opera alla casa editrice e, se questa riteneva l'opera degna di pubblicazione, si procedeva per gradi. L'autore faceva gavetta, si rimboccava le maniche, supportato dalla casa editrice e viaggiava per promuovere il suo scritto.
Al giorno d'oggi tutti hanno scritto il "Capolavoro". Non vi è più l'umiltà di scrivere per passione, principalmente per te stesso e poi per gli altri. Oggi bisogna correre, fare soldi, e guai a fermarsi, riflettere se ciò che si è scritto ha un senso, un significato universale che può essere capito e condiviso da tutti. Tanto c'è chi pubblica a pagamento, o no?
A volte se una casa editrice scarta un autore perché non lo ritiene meritevole, il soggetto in questione si arrabbia e sentendosi vittima di un complotto culturale ordito contro di lui definisce chi ha valutato negativamente il suo testo come un inetto, un incapace, una persona meschina che non ha capito il raro valore dello scritto che gli è passato tra le mani.
Chi unilateralmente si arroga il diritto di scrivere un "capolavoro" non ha compreso che prima di tutto un autore raccoglie quello che semina. Se il seminato è stato corretto e onesto, ma soprattutto qualitativamente elevato, a lungo andare darà i suoi frutti e quindi le ambite soddisfazioni personali altrimenti autore e libro saranno dimenticati nel volgere di uno sguardo.
Questo per dire semplicemente che gli umili continueranno a scrivere, forse pubblicheranno o forse no, questo non è importante. Quello che conta è la passione che spinge l'individuo a scrivere storie, a raccontare emozioni, a far sognare se stessi e le persone, poche o tante è ininfluente, che leggeranno i suoi scritti.
La scrittura e la cultura non sono mero fumo negli occhi, né una macchina da soldi da spolpare a piacimento, ma arte, creata dalla mente e, soprattutto, ispirata dal cuore.

Darth Vader

venerdì 22 febbraio 2013

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Leonardo Annulli


Intervista a Leonardo Annulli

 

 

 

1 Parlaci di te, dei tuoi interessi, dei libri che leggi, della musica che ascolti

 

Classe 1981: sono un animale di razza umana uscito fuori dalle viscere stanche e alcoliche della provincia viterbese. Nutro una passione viscerale per il rock'n'roll, i libri, le rivolte, l'America Latina, l'umanità dimenticata e le metafore forti e spiazzanti. Laureato in Scienze Internazionali e Microfinanza, ho vissuto in giro per il mondo (Rosario, Bruxelles, La Paz, Atene) per qualche anno, e ho iniziato a lavorare stabilmente per la casa editrice Annulli Editori da circa due anni.

Leggo di tutto, tantissimo, fin da bambino: merito dei miei genitori, che mi hanno instillato il virus della lettura. Questi, in ordine sparso, alcuni degli autori che più mi hanno influenzato: Eduardo Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Leonardo Sciascia, Manuel Vazquez Montalban, Pier Paolo Pasolini, Guy Debord, Antonio Gramsci, William Burroughs, Enrico Brizzi, George Orwell, Wu Ming, Ernesto Che Guevara, Irvine Welsh, Friedrich Nietzsche, Ernesto Sabato, Charles Bukowski, Karl Marx, Bertol Brecht, Henry Miller, Rodolfo Walsh, Jack Kerouac, Noam Chomsky, Lester Bangs, Carlo Levi, Herman Hesse, Giuseppe Genna, il Subcomandante Marcos, Beppe Fenoglio, Heinrich Böll. Adoro i romanzi storici, il surrealismo, la beat generation (e autori affini), i noir, il neorealismo, i saggi storico-economico-politici, il giornalismo investigativo, il New Italian Epic... E, più in generale, la letteratura che racconta la perdizione, i travagli, i viaggi e le lotte individuali e collettive. Mi innamoro facilmente quando un buon testo letterario incontra l'impegno sociale. Mi piacciono gli esperimenti letterari, anche quelli digitali: una cosa molto bella, che merita sicuramente una lettura approfondita, è il “Diario di Zona” del blog http://www.satyrikon.org/, una delle cose più interessanti che mi sia capitato di leggere ultimamente nell'oceano del web.

In parallelo alla mia formazione politico-letteraria quella, non meno importante, musicale. Il grunge, poi il punk e tanto altro a seguire. Ascolto un sacco di band, sia passate che contemporanee: Nirvana, Clash, Ramones, Stooges, Velvet Underground, Fugazi, Sonic Youth, Fabrizio De André, Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Who, Neil Young, Blue Cheer, 13th Floor Elevators, Radiohead, Wipers, Radio Moscow, Ty Segall, The Intellectuals, Mudhoney, Teatro degli Orrori, Metz, The Black Angels, The Men, Movie Star Junkies, ed è meglio che mi fermo sennò saturo l'intervista di nomi. Scrivo per tre webzine musicali: In Your Eyes ezine, Distorsioni, Freakout, e curo il mio blog personale, Loud Notes. Per me la musica è importantissima e credo fermamente che abbia una propria, forte, dignità culturale, poetica e letteraria (oltreché, non meno importante, una certa dignità antagonista). Checché ne dica Guccini, credo che “a canzoni si possa far poesia”: trovo molto più eccitante la poetica di De André, Bob Dylan, Lou Reed, Jim Carrol o Richard Hell che quella di molti blasonati poeti novecenteschi.

 

2 Come è nata l’idea di diventare editore?

 

L'idea di intraprendere la strada editoriale è stata di mio padre Giuseppe. È stato lui, nell'ormai lontano 2005, a proporre a me e mio fratello Tiziano e a mettere poi le basi di quella che oggi è la casa editrice Annulli Editori. Che è stata ed è, innanzitutto, il frutto del suo amore smodato per il territorio dove siamo nati e viviamo, la Tuscia. Noi due figli, da arcigni appassionati della letteratura quali eravamo (e siamo), non abbiamo saputo dire di no. Anzi, direi piuttosto che vi abbiamo aderito con convinzione! E ora, finiti gli studi universitari, siamo qui per dare anche la nostra impronta a questo progetto editoriale. Fiori Ciechi fa parte di questa impronta: si tratta del primo libro della Annulli Editori che ho seguito personalmente dalla A alla Z.

 

3 Cos’è per te la letteratura?

 

Conoscenza conoscenza conoscenza. Uno dei più forti e inossidabili ascensori sociali mai inventato dagli esseri umani. Chiavistello che apre le porte alle possibilità di cambiamento sociale, che ne determina le modalità. Strumento di pensiero e svago, di introspezione e analisi sociale, di catarsi, redenzione o discesa agli inferi. Una roba strana e mutevole, che apre la mente e spinge a pensare. Insieme alla musica, una delle cose che può arricchire una vita. Il grande Frank Zappa diceva: “senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive
e di date in cui pagare le bollette”. Ecco, mi immagino che si possa dire qualcosa di molto simile per la letteratura.

 

4 Cosa deve comunicare un autore per essere considerato “pubblicabile”?

 

Passione per la scrittura, innanzitutto, e questo vale per ogni genere di pubblicazione. Poi la questione varia a seconda del genere di libro pubblicato. Per una guida o un saggio antropologico deve comunicare conoscenza. Profonda e radicata nel territorio o nelle comunità che il libro intende rappresentare. La particolarità delle nostre guide turistiche, così come dei mini-saggi antropologici della collana Logìa, è proprio questa: nascono nel territorio, da persone (storici, studiosi) che lo vivono tutti i giorni.

Per un romanzo o una qualsiasi altra opera di narrativa direi una fervida fantasia, dei contenuti da veicolare (dello svago duro e puro non sappiamo che farcene) e deve comunicare il tutto con uno stile inconfondibile, o quanto meno riconoscibile. A me piace anche molto quando avverto la “necessità” di quello che leggo, quando sento che quell'opera è una naturale propagazione della personalità e della vita del suo autore. Una sua viva espressione artistica. Lo considero un “plus”.

 

5 Quali sono le principali difficoltà a cui va incontro un neo-editore?

 

La distribuzione, senza dubbio. Un fattore che può influenzare in modo determinante le politiche editoriali, i prezzi apposti sui libri e quindi il rapporto con i lettori, così come le possibilità di successo di un'opera. E l'ostracismo dei grandi media, ma anche dei librai (parlo soprattutto delle librerie di catena), verso gli autori esordienti. Che poi, volendo chiamare il problema con il nome che gli è proprio, si tratta di conformismo. Per quanto riguarda la narrativa, se non hai nel rooster un autore già conosciuto, in pochi ti calcolano e rischi di passare totalmente inosservato al grande pubblico: le possibilità sono ristrette e il lavoro da fare per spezzare queste “catene” è enorme. Ma vale la pena farlo, sicuramente.

 

6 Come vedi il panorama editoriale italiano oggi e la politica dei grossi gruppi?

 

Il panorama editoriale italiano è da sempre drogato dalla presenza di grandi gruppi editoriali e dei grandi distributori (che spesso fanno capo alla stessa entità proprietaria) che ne fanno il bello e il cattivo tempo, sia in termini di politiche commerciali sia decretando il potenziale di vendita di questo o quel filone letterario. Un'altra critica che mi sento di muovere ai grandi gruppi, pur sapendo che si tratta di una critica a vuoto (perché sto parlando a commercianti, non a operatori culturali), è la scarsa attenzione alla qualità delle pubblicazioni. Il lavoro dell'editore non sta nell'assecondare le pulsioni più intime dei consumatori ma nel dare vita a degli strumenti – i libri – atti a creare dei cittadini consapevoli sviluppando la loro coscienza critica. Il nuovo libro del VIP di turno – che sia lo showmen, il calciatore, o qualsiasi altra vedette per citare Debord – non aiuta per nulla questo scopo. É roba che vale poco più (o forse poco meno) della carta igienica.

Detto questo, non credo però che sia totalmente impossibile inserirsi nel mercato editoriale creando e attraendo un proprio pubblico di riferimento, una nicchia, tentando di lavorare assiduamente sulla qualità delle pubblicazioni. Ma per farlo ci vuole tempo, passione, costanza e un grande lavoro di promozione editoriale su tutti i fronti possibili.

 

7 Che ne pensi dell’e-book?

 

Ho acquistato un e-reader (non dico il nome per non fare pubblicità) giusto due settimane fa, e ho appena iniziato a leggere il mio primo libro digitale (qui voglio fare pubblicità: si tratta di “Q” di Luther Blisset, che trovate in download gratuito su Giap, il blog del collettivo Wu Ming). La trovo un'esperienza interessante, forse un poco spersonalizzante rispetto al caro vecchio libro ma, a parte questo, credo possa rappresentare un'innovazione positiva; in potenza, potrebbe costituire una via per avvicinare i “nativi digitali” alla lettura, per creare nuovi futuri lettori (e, quindi, futuri cittadini consapevoli).

Detto questo, inviterei però a diffidare degli apologeti del libro virtuale, che già profetizzano la fine del cartaceo e un futuro di e-books. Nella fiducia smodata nel progresso a volte si annidano i peggiori impulsi reazionari e le vedute più ristrette. Il libro esiste da secoli e la sua storia è così forte, importante e legata a doppio filo con quella umana che mi sembra quantomeno azzardato pensare a una sua eclissi in tempi così rapidi. Il libro è come un vecchio lottatore: che magari è un po’ stanco e decrepito, ma all'occorrenza e senza che nemmeno te lo aspetti può ancora dare qualche bella spallata. Guardate cos'è successo con il cd e il vinile.

Per quanto riguarda la nostra politica editoriale, stiamo pensando da qualche tempo di mettere in cantiere la trasformazione in e-book di alcune guide turistiche già pubblicate. Vediamo.

 

8 Come vedi il book on demand?

 

Ammetto che non ho approfondito molto l'argomento, ma così a primo acchito devo dire che l'idea non mi convince molto. Mi pare piuttosto una maschera carina e con un nome d'impatto per nascondere l’editoria a pagamento.

La discussione su questo punto, inoltre, deve fare i conti con un mercato dell'editoria prossimo alla saturazione, che sforna ogni anno un oceano di pubblicazioni dal potenziale di pubblico veramente minimo. E, spesso – il che è molto peggio – dal potenziale letterario ancora più scarso. Non credo che, in un tal contesto, l’editoria on demand possa essere considerata come un’innovazione positiva. In qualità di editori dobbiamo pensare a come educare i cittadini alla lettura, a come lavorare sulla qualità delle pubblicazioni, non a come soddisfare gli ego enormi di coloro che vogliono vedere il proprio nome stampato su un libro, garantendoci la tutela da ogni rischio imprenditoriale. E scusa la franchezza.

 

9 Credi che ci sia speranza per gli autori che fanno sperimentalità?

 

Credo che tutto dipenda da quello che dicevo poc’anzi a proposito delle difficoltà. Di pubblico potenziale ricettivo all'innovazione e agli esperimenti letterari credo ce ne sia abbastanza, ma è la filiera che porta il pubblico all'opera che è malata fino al midollo e di difficile percorribilità. Non vorrei però apparire eccessivamente negativo: di sperimentazioni che abbiano la potenza della grande letteratura ce n’è bisogno come il pane, siamo noi che stiamo da quest'altra parte della “barricata” (editori, librai, distributori) che dobbiamo attrezzarci al meglio per promuoverle e farle conoscere al grande pubblico.