giovedì 31 gennaio 2013

La poesia, musica dimenticata



Vagavo sotto il cancello

caduto sulla tua assenza
con un’oncia di sole smaltavo
paesaggi di membra confuse

fiottava a un tratto l’ombra
da una piaga d’apollo e scoprivo
con paura tra i brani
della notte la luna d’altre parti

(Dario Villa, Lapsus in fabula)






La poesia è musica rappresentata dalle parole, è pneuma che cresce, metafora di vita e morte.

Espressivi sentimenti condensati nel ritmo e nelle strofe.

Oggi i testi poetici sono tra i meno venduti.

Perché?

Forse perché come dice Vecchioni “i poeti sono vecchi signori che mangiano le stelle” e tali sono rimasti, anzi si sono moltiplicati e scrivono in modo compulsivo, tra un pasto e l’altro, senza riuscire a fermarsi.

Poeti su poeti. Chiunque si ferma davanti allo scandalo della pagina bianca e si improvvisa poeta. Dai cinguettii di filastrocche tutte in rima si passa a versi che in realtà sono prosa e non se ne differenziano affatto. Chi non riesce su cartaceo pubblica on line, gran calderone dove si trova di tutto, esecrabili schifezze e cose interessanti. Ci sono perfino siti che “insegnano a scrivere le poesie”.

C’è grande offerta e poca domanda.

Il lettore medio è tuttora ancorato ad un’idea di poesia lontana dalla realtà, tutta fruscii e gote di rosa, scintillii di sguardi e romantiche vele all’orizzonte.

I poeti fanno pensare ad anziani scrittori sovrappeso con una scarpa nera e una marrone, persi in nuvole rosa.

La poesia può dare sicuramente di più.

Leggere bei versi oggi è difficile.

Ogni tanto piccole case editrici producono nuovi prodotti di qualità. Difficile trovarli in prima fila sulle vetrine delle librerie. Non è il genere preferito dai lettori.

Bisogna cercare dunque e sfogliare.

Ma il lettore non ha tempo, è ancorato prosaicamente alla sua routine, deve lavorare e non può fare tardi, andare a prendere i figli a scuola, correre, altro che poesie e versi…

La musa è sola.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera.

In questi versi c’è tutto, la solitudine dell’uomo, l’illusione lacerante della speranza, la morte che arriva presto, come di sorpresa.

Quasimodo è morto. In compenso c’è Bob Dylan e le sue parole al vento che per fortuna non andranno perse.

La poesia oggi sorprende poco o niente, tranne sporadici casi. Veleggia su siderei orizzonti.

Che scenda dunque dall’Empireo e parli di sangue e carne, sputi, problemi, povertà e malattia, per “frugare le viscere del tempo”, come scrive Franco Ferrara nelle “Lettere a Natasha sulla causalità, natura, luoghi, assonanze e implicazioni molteplici dei nostri studi” in milletrecentocinquanta esemplari numerati. “Per decifrare la galassia di un segno”, indicando alle pietre di porsi “una sull’altra per edificare le mura di Tebe”.

Se riuscite a rinvenire il libro di Ferrara a cura di Franco Almonte, Mariano Baldi e Rosanna Fiorillo, potrete entrare in contatto con una poetica suggestiva, graffiante che incanta e coinvolge nella pienezza di versi che sono come pietre rotolanti verso l’infinito portato sulla terra.

Il verso erompe dalla pagina con travolgente forza espressiva.

Il modello culturale è quello filosofico-poetico tra ‘700 e ‘800. Si tratta di lettere dalla grande potenza evocativa. Frammenti di immagini, esplorazioni interiori, letture, esperienze di viaggi che scivolano lievi a comporre un’artistica trama a volte ironica, a volte grottesca che non si ferma mai ai limiti apparenti ma sfiora la superficie e sa bucarla per andare allusivamente oltre.

L’autore, esperto in materia esoterica, alchimia, religioni orientali e letteratura in genere, esalta il valore della scrittura che “stana l’assenza, l’usura tenace, la frivola arroganza del tarlo, la sconclusione, il progetto friabile”.

Scrive consapevole della “doppiezza straripante della diversità allusiva che la parola trattiene”. Vocali e consonanti sono riconoscimento di memoria.

Chi dunque ha detto che la poesia non può risorgere?

Che i versi diventino dunque più umani, più attuali e istintivi, meno diafani. Che entrino finalmente nei sogni, e li percorrano, non soltanto nelle stanze attigue. Che entrino nella materia e sappiano plasmarla.

Forse la Musa troverà finalmente un po’ di compagnia.



“Quello che la scuola non dice”, il lato oscuro dell’arte e della storia…

Di Mary Blindflowers©

In movimento, foto Mary Blindflowers©


Leonardo da Vinci (1452-1519), il genio con la g maiuscola, inventore, pittore, scultore, scienziato, ingegnere, anatomista, musicista. Un talento universale, fecondo, inesauribile. Una mente vulcanica. Padre dell’enigmatica Gioconda, del simbolico Cenacolo, della Vergine delle Rocce.
Chi non conosce le sue opere?
L’immagine della Monna Lisa campeggia su cartelloni pubblicitari, magliette, libri, giornali e ha fatto il giro del mondo. Figlio illegittimo di Francesca e del notaio Ser Piero da Vinci, Leonardo si rivelò precocemente curioso nei confronti della natura e dell’uomo. Indagatore audace, sperimentatore. I libri di scuola ci insegnano a decifrare il valore dei suoi dipinti, la collocazione spaziale delle figure o la prospettiva. L’indagine riguarda i colori, i gesti dei personaggi, la dolcezza o il realismo dei tratti somatici. Quello che non si dice è che Leonardo fu pedofilo. A 24 anni due denunce anonime lo accusavano di sodomia con un modello di diciassette anni, Jacopo Saltarelli. Il coinvolgimento nelle denunce di personaggi illustri come Leonardo Tornabuoni gli consentì di essere assolto. Nel 1490 incontra il decenne, secondo il Vasari bellissimo, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaino. Quest’ultimo, raffigurato in un ritratto attualmente esposto ad Oxford, fu di temperamento nervoso, “ladro, bugiardo, ostinato e ghiotto”, mutevole d’umore, abituato alla vita di strada. “Il diavolo”, Salai, seguiva Leonardo in tutti i suoi viaggi e venne introdotto a corte come domestico. Nel 1524 una schioppettata, partita incidentalmente o forse nel corso di una rissa, pose fine alla sua inquieta esistenza. L’attenzione per l’infanzia è un fenomeno relativamente recente. Più si va indietro nel tempo più aumentano le possibilità di abusi sessuali nei confronti dei bambini, come giustamente sottolinea De Mause. Soltanto in epoca moderna nasce l’idea dell’infanzia come categoria antropologica degna di definizione e cure. All’epoca di Leonardo le botteghe erano piene di fanciulli desiderosi di apprendere l’arte dei loro maestri e non sempre i rapporti erano limpidi. Certo l’idea di un genio parafilico, con preferenze sessuali deviate, rientra a pieno titolo in “quello che la scuola non dice”. Si studiano le biografie di grandi intellettuali e filosofi, omettendo particolari scottanti che potrebbero essere interpretati come “diseducativi”. Questo perché si dà per scontato che sia giusto presentare gli uomini che hanno fatto la storia come intoccabili, puri, perfetti. Questo errore di fondo cala gli studenti in un universo surreale, non corrispondente alla realtà. Si accentua dunque il divario tra scuola e verità.
Che Platone non sia stato soltanto un grande pensatore, ma anche un inveterato pederasta, non si può dire, evitando così di informare i giovani sul fatto che la pederastia in Grecia era considerata normale. Santippe, moglie di Socrate, non aveva di certo l’esclusiva. Il filosofo si divertiva parecchio con amanti giovani e di sesso maschile.
L’irreale aura di santità con cui filosofi, condottieri, conquistatori, scrittori, poeti, vengono presentati crea una cesura tra noi e la storia. L’idea che personaggi che hanno contribuito al benessere e progresso dell’umanità possano avere un lato oscuro fa orrore. L’altra faccia della medaglia non viene neppure contemplata nei programmi ministeriali delle scuole superiori, col pretesto che sarebbe forse “diseducativo” presentare la verità nuda e cruda. Un quindicenne qualsiasi la verità la conosce da Internet, dai giornali e dalla televisione e non sempre nel modo giusto.
La scuola rimane un “mondo altro”, metafisico, una sorta di tempio inviolabile in cui educatori non sempre preparati, versano fiori sugli altari di uomini e donne famose. Si evita con accuratezza di dire che qualsiasi uomo è un impasto di bene e di male. I santi senza macchia non esistono.
Edgar Allan Poe era un drogato visionario, ciò non toglie che possa essere considerato un maestro dell’horror, grande anticipatore del romanzo poliziesco.
Il pensatore tedesco Arthur Schopenhauer ne “L’arte di trattare le donne”scrive sul gentil sesso frasi attribuibili ad un idiota integrale. Il difetto si annida in tutti gli uomini e l’arte o il genio non rappresentano valide giustificazioni per nasconderlo.
Occultare il cadavere dell’errore potrebbe essere uno sbaglio.
Perché non ammettere che intelligenza e vizio possano convivere in un medesimo corpo? Si può essere fragili ed irascibili insieme.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1571-1610) aveva un carattere rissoso, nonostante di fatto fosse costituzionalmente debole a causa della malaria. Il pittore non aveva una condotta morale irreprensibile, anzi si intratteneva con donne di malaffare, dentro bische e osterie. Ritraeva spesso gente di strada nella violenta luce chiaroscurale dei suoi dipinti. Fu pure omicida di Ranuccio Tommasoni e frequentatore delle carceri di Tor di Nona. Girava armato e pronto alla rissa. Davvero un pessimo soggetto, eppure guardando un quadro del Caravaggio si rimane ammaliati. Le figure escono plasticamente dalla tela, tavernieri, osti, meretrici in abiti da sante, parlano il linguaggio segreto, misterioso ed universale dell’arte vera. La scuola italiana, intrisa di cattolicesimo e pratiche omissive, naviga verso la non conoscenza. I numerosi tagli ai testi in uso dimostrano soltanto che la cultura può essere manomessa ad uso e consumo di politica, perbenismo e religione.